Saggio di Manlio Tummolo - PERSECUZIONI E PROCESSI SU QUESTIONI RELIGIOSE E MAGICHE NEI PRIMI TRE SECOLI DELL’IMPERO ROMANO

Manlio  Tummolo
Bertiolo  (Udine),   Aprile  -  Maggio  2014

DEDICA - 
Il presente lavoro è dedicato alla cara Memoria dell’Amico, recentemente scomparso, Luigi Bisicchia, professore e preside negli Istituti Tecnici Agrari Statali di Cremona, e ai Suoi familiari ed Amici. Di origine siciliana, era figlio di Giuseppe, già legionario fiumano di quel gruppo di interventisti democratici e rivoluzionari, che ebbe un ruolo essenziale nel completamento dell’unità nazionale. Laico ed insieme credente in Dio, Luigi Bisicchia fu d’animo patriottico ed insieme federalista europeista e spirito umanitario, concezioni che egli seppe armonizzare in modo coerente ed esemplare. Combattente dell’ideale mazziniano, sempre in senso pacifico e democratico, ma anche energico, onestissimo scrittore ed editore, non molto fortunato a causa del regime vigente corrotto ed indifferente alle grandi problematiche della vita. Fin dalla prima giovinezza ha operato con la pubblicazione di scritti propri ed altrui, di saggi, di articoli, e con manifestazioni studentesche per il ritorno di Trieste all’Italia (1953 – 54). Fu tra gli anni ’70 ed ’80 direttore de “Il Pensiero Mazziniano”, durante la cui conduzione dimostrò ampiezza di vedute, spirito critico e coraggio, assoluta imparzialità, anche quando mal compreso da taluni. Fu pure fondatore della Rivista “Evoluzione Europea” in cui espresse sempre con vigore i Suoi ideali democratici, mazziniani ed europeisti, e di una piccola ma attivissima Casa Editrice .

Grande organizzatore di convegni di studio, di conferenze, di manifestazioni sobriamente celebrative, a pochi giorni dalla morte, con evidente sacrificio e sforzo personale, malgrado una recente operazione, organizzò una manifestazione per il 25 Aprile nella sua Cremona. Fu presente nel marzo 2007 alla mia seconda tesi di laurea, a cui assistette con viva attenzione insieme alla moglie prof.ssa Franca. Lo si può vedere infatti nel filmato inviato a “Volando Contro Vento”, proprio dietro di me.

In questo breve, ma commosso, ricordo, invìo un saluto affettuoso ai Suoi familiari, con la certezza che l’opera di Luigi non andrà perduta e sarà anzi fruttifera. - Manlio Tummolo

PREMESSA

NOTA TECNICA: Viene usato, nelle citazioni o in singole parole, il corsivo Times New Roman  per le lingue straniere moderne e per il latino;  viceversa  per il greco uso il corsivo “Arial”. Le note vanno distinte in parentesi quadre e carattere tondo all’interno di una citazione,  per ragioni di immediatezza e senza costringere il lettore a scendere e salire perdendo tempo, mentre invece le note a fine saggio hanno carattere non immediato, quali commenti non sempre riferiti al testo, o indicano le fonti  nelle loro moderne edizioni, eventualmente consultabili da chi ne fosse interessato.
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   Gran parte degli storici  moderni di Roma antica, affiancandosi ad un lunga teoria di storici antichi, ritengono il passaggio  dalla Repubblica Romana all’Impero come un fatto necessario, inevitabile, quasi obbligatorio, “irreversibile”. Dietro ad argomentazioni di natura metafisico-giuridica, si nasconde, consciamente o inconsciamente poco importa,  il Culto dei Fatti e della Forza.  Aggrappandosi ad un machiavellismo e hegelismo da strapazzo, ritengono che le cose avvenute  sono necessariamente inevitabili, chi vince è bravo ed intelligente, chi perde è un cretino o un incapace.  Un atteggiamento, questo sì, inevitabile nei pusillanimi e nei cultori del Fatto Compiuto.  Il loro ragionamento è il seguente:  se l’Impero ha vinto sulla Repubblica, ciò voleva dire che la Repubblica era finita, e che l’Impero era l’unica risposta ammissibile alla crisi della Repubblica.  Questo giudizio viene espresso quasi sempre senza analizzare le cause prossime o lontane di un certo fatto, e dimenticando perlopiù che il passaggio tra la Repubblica e l’Impero era tutt’altro che scontato, visto che  prima di ridurre le cariche e le funzioni dell’antica Repubblica a pura forma, o ad annientarle del tutto, occorsero almeno due secoli.   Se si pensa che l’elettività dei capi da parte del popolo, oppure di una sua parte (Esercito, Senato) persistette ben oltre il periodo detto dai giuristi Principato,  fino al Dominato ed alla caduta dell’Impero d’Occidente (almeno per certi ruoli, compreso quello del Pontefice della Chiesa Cattolica),  si capisce che la Repubblica, sebbene tradita e trasformata, spezzettata e malmenata, nondimeno persiste addirittura fino al Medioevo per risorgere con la nascita dei Comuni quali libere, se non del tutto indipendenti, Istituzioni, un fenomeno europeo, ma particolarmente forte in Italia  (tanto che i nomi latini di “consul”, “dux”, ecc.,  riappaiono  ben presto nel cosiddetto Basso Medioevo, dopo il 1000 d. C.).

      Il passaggio quindi ad un Impero a struttura monarchica ed assolutista  (del resto mai completamente affermato  in Roma antica)  avviene in forma tanto graduale, da essere plurisecolare, e anche con vicende molto alterne.  Nell’uso comune del termine Impero, poi passato all’uso giuridico-politico,  si intende una forma di Monarchia  molto potente con un vasto territorio.  Nel latino classico, il termine significava molto meno, ovvero semplicemente detenzione del comando supremo, quello ad esempio del dittatore semestrale o, al massimo, annuale,  nominato  in caso di estremo pericolo.  Roma, dalla cacciata dei Tarquini (VI secolo a. C.), aveva preso completamente in odio il termine rex, tanto da limitarlo a funzioni strettamente religiose nel compimento dei sacrifici di animali, e anche in tal caso scarsamente usato.  Quindi,  per i Romani  il termine rex , perfino durante l’Impero, ed ogni concezione monarchica  erano completamente rigettati.  Per esprimere  un potere fortemente concentrato, usarono prima il Primus o Princeps inter pares”,  poi molto più tardi quello di Dominus (signore, padrone),  oppure, nella parte orientale dell’Impero con uso prevalente della lingua greca, il termine Basileus.   Il termine “re”  tornò di moda solo con le invasioni barbariche, oppure verso sovrani stranieri.   Tutto ciò tanto per spiegare come il passaggio a forme monarchiche, più o meno assolutiste, fu  in realtà molto lento, difficile, contrastato,  e per nulla “irreversibile o inevitabile”,  come amano sostenere gli storici di cui sopra.   Per poter avere un potere di fatto simile a quello di un sovrano assoluto  si dovettero sommare più cariche e renderle  durevoli a vita:  anche il potere ereditario ebbe vita molto difficile nell’Impero Romano, perché, fin dall’inizio, l’imperator durante la Repubblica generale vittorioso, meritevole del trionfo, aveva bisogno, giuridicamente almeno, di essere confermato dal proprio esercito, dalle legioni, dai pretoriani e  dal Senato,  mentre  il Popolo, nei propri Comizi (assemblee elettorali),  contava sempre meno o agiva per acclamazione nel Foro,  anche se non sparì mai del tutto [1].

    E qui appare d’obbligo un certo paragone con i nostri tempi:  la fine della Repubblica Romana, dopo le guerre civili (tre principali e varie minori), col fallimento dell’ultimo tentativo rivoluzionario (quello di Catilina, a cui rinvìo), mirante ad una ricostruzione della Repubblica, ma su ben altre basi di carattere sociale (qualcuno tende a vederle come pre-socialiste),  è caratterizzata da progressivo rincitrullimento del popolo comune (attraverso i  ludi circenses e le donazioni di grano e di carne porcina), allontanano dal potere reale di controllo, malgrado la persistenza di alcuni poteri elettivi.  Gli organi supremi (comandi delle legioni e Senato, poi solo i comandi delle legioni, e di quella pretoria in particolari), col pretesto  - tanto di moda oggi col termine “governabilità” -  della stabilità dei governi e del potere supremo con scopo pacificatore  (oggi si usa quello delle “riforme,  meglio deformazioni, controriforme, ritorno  al capitalismo liberista sette-ottocentesco della Prima Rivoluzione industriale, ed avanti elencando),  puntano ad affermare il proprio potere a vita e a carattere ereditario familiare (dinastia giulio-claudia,  fallita con Nerone),  poi con quella degli Antonini (da Nerva a Marco Aurelio e Commodo), altrettanto miseramente fallita, per travolgersi poi in guerre civili, invasioni di barbari, corruzione morale elevatissima, nascita e diffusione di religioni orientali,  il che dimostra quanta poca stabilità di fatto si affermò con l’Impero, a prescindere da Ottaviano Augusto, dai Flavi e dagli Imperatori adottivi (Nerva, Traiano, Adriano, Antonino Pio, Marco Aurelio).  Il resto  è la storia di un caos irreversibile (quello sì), che regge  la situazione internazionale e la grande crisi delle migrazioni di popoli (alias,  invasioni barbariche)  solo grazie al fatto della innata e potente organizzazione politico-amministrativa che, malgrado crisi interne enormi, consente di reggere in Occidente fino al V secolo d. C e in Oriente fino almeno al XIII secolo (IV  Crociata).

    Per avere un’idea precisa di quanto il passaggio all’Impero non avesse segnato un periodo di stabilità, se non in via eccezionale, basterebbe leggere due autori classici, ovvero Tacito e Svetonio che più o meno affrontano il medesimo periodo storico (quello della dinastia giulio-claudia, ovvero fino a Nerone).   Domanda finale quindi:  sarebbe stato evitabile il passaggio all’Impero ed al personalismo dell’imperatore?  certamente sì,  se il Senato romano, per pura e semplice ambizione di predominio e di sopraffazione sugli Organi legislativi (Comizi Centuriati, Tributi e concilia plebis), non avesse boicottato con astuzia e con la violenza tutti quei tentativi di riforma politica e sociale dai Gracchi in poi, che, confermando il potere politico e civile dei cittadini, avrebbe dato o confermato ad essi piena responsabilità  dei propri atti ed una rilevante coscienza giuridica pubblica.   Così non avvenne, anzi avvenne l’esatto contrario e  l’instaurazione di dittature sempre meno mascherate, tirannidi, assolutismi, e via discorrendo, rese irreversibile quello che nel I secolo a. C. non lo era ancora.   Forse molti non se ne rendono conto,  ma oggi stiamo vivendo in una situazione, nel mondo occidentale e particolarmente italiano,  analoga a quella della fine della Repubblica Romana.  Non è neppure un caso che l’avvento del fascismo si sia realizzato proprio grazie ad una legge elettorale (Acerbo),  non poi granché dissimile da quella che si va proponendo oggi, con più abilità ed ipocrisia (due partiti gemelli, al posto di uno, sul modello anglosassone).  Il pretesto che, per dare stabilità  o  “governabilità” politica, occorra avere maggioranze prestabilite non corrispondenti alla decisione popolare,  porta inesorabilmente, nel giro di secoli quando non di decenni, a dittature più o meno larvate che a loro volta conducono a guerre interne ed esterne.  Gian Battista Vico sostenne la ciclicità delle situazioni storiche:  Karl Marx, in questo, affermò che i fatti si ripetono, ma prima come tragedie, poi quali farse [2].   Sta di fatto che le prospettive europee ed italiane, in modo particolare,  sono assolutamente disastrose e nere nubi si affacciano non solo all’orizzonte, ma pure allo zenit.

      Passo ora ad un ulteriore approfondimento della questione  religiosa:  va detto che, malgrado la presenza di vizi e di corruzione d’ogni genere ad alto livello  e di rincretinimento progressivo del comune cittadino in via di diventare suddito,  vi era pure, nei primi secoli dell’Impero Romano un livello di spiritualità, un’ansia del divino, dello Spirito, della rinuncia ai beni materiali, che certo oggi è praticamente assente.  Fu questa, se vogliamo,  la base della riscossa (ancora ben lontana)  delle popolazioni dell’Impero,  malgrado le crescenti valanghe barbariche, le lotte dinastiche e civili.   La cultura romana, diventata greco-romana e mediterranea, è caratterizzata dalla presenza crescente di nuove forme di religiosità,  di cui  quella cristiana è solo una tra le tante.  Anche qui molti storici (specie di orientamento cristiano o cattolico)  tendono a sottolineare il fatto che già nel I secolo d. C.  il Cristianesimo fosse ampiamente diffuso ad Oriente soprattutto, ma anche ad Occidente.  E certo, se leggiamo il lamento dei “pagani” [3] oppure il tono apologetico dei Cristiani, sembra che tutti i cittadini dell’Impero fossero ormai cristiani.  Ciò non spiegherebbe affatto il lungo maturare del Cristianesimo, che si affermò  solo all’inizio del IV secolo a livello politico con Costantino,  ma non va affatto ignorato che la storia del Cristianesimo è anche una durissima lotta esegetica ed interpretativa  dei Vangeli e dell’Antico Testamento per poter determinare quello che sarà chiamato il “Credo” di Nicea, soprattutto il dogma trinitario e la cristologia, in quanto credenza in un  Cristo Dio.   La nascita del cristianesimo ortodosso (meglio sarebbe definirlo dogmatico)  e la nascita di eresie  sono due fenomeni correlativamente opposti.  Per voler essere precisi, almeno prima del IV secolo, si può parlare di “cristianesimi”, in forma ben più complessa di quella attuale, sorta con la riforma protestante.  Ma, accanto a questi cristianesimi, si diffondono svariate dottrine,  come il Manicheismo (versione europea e mediterranea dello Zoroastrismo persiano), il Mithraismo (anch’esso  di origine persiana), lo stesso Ebraismo, e, nelle classi colte  forme eclettiche o sincretiche di filosofia religiosa  di tipo neoplatonico, neo-stoico e neo-pitagorico, ossia forme di conciliazione tra la filosofia tradizionale greca e certe nuove impostazioni religiose di tipo laico (nel senso di non collegate a classi sacerdotali organizzate, come viceversa le religiose cosiddette “rivelate” e gerarchicamente organizzate).  Tra le svariate differenze tra una posizione laica, sebbene religiosa, ed una posizione  religiosa organizzata, va rilevato che ad un “pagano” neo-platonico non sarebbe mai venuto in mente di considerarsi “pastore”  o “pecora”, ma si sarebbe definito uomo, nel bene come nel male, mentre al credente in una religione organizzata appare naturale definirsi “pastore”  o “pecora appartenente ad un gregge”.

     Per concludere così questa Premessa, è necessario sottolineare questa importante differenza  tra l’antichità imperiale romana e i nostri tempi, differenza non moralmente positiva.   In quei secoli, pur devastanti e devastati,  sul tema spiritualistico  vi erano forze attive  che sentivano profondamente  le tematiche religiose o spiritualistiche, talvolta cadendo nel fanatismo se vogliamo, ma non per credenze abitudinarie.  Proprio nel confronto e nella contrapposizione tra religioni, occorreva  trovare la propria meditatamente, spesso con sacrificio della vita, in modi estremamente crudeli.  Oggi o sussiste il fanatismo, religioso, politico, morale, o abbiamo, specie in Occidente,  forme di totale indifferenza spesso  mascherate da ipocrisia [4].   Questo rigetto dell’esigenza spiritualista  nella vita in Occidente, sostituita da un materialismo tecnomane, sarà causa fondamentale della sparizione della civiltà occidentale, assai facilmente rovesciabile.

                                         Capitolo  Primo.

SULLA TOLLERANZA RELIGIOSA, FRA “PAGANESIMO” E  CRISTIANESIMO  

   Esattamente il 15 aprile 2014 durante una pubblicità anticipatrice di  “Fahrenheit”, trasmissione “culturale e libresca”  di Radio RAI 3,  con molta pompa ho dovuto sentire  una della maggiori falsità  storiografiche che un giornalista o simile poteva sparare.  Si parlava di un libro, da presentare in una successiva puntata (non ne ricordo né il titolo,  né il nominativo dell’autore), in cui si sostiene che il “paganesimo” fosse “maggiormente” tollerante in termini religiosi del Cristianesimo, dimenticando  - con una noncuranza poco colta -   Protagora  e  Socrate nel mondo greco classico e  -  terrificante  - le persecuzioni anticristiane nell’ Impero Romano. In misura minore, si ebbero misure repressive anche nei confronti degli Ebrei, e forse di altre religioni,  di cui non è rimasto alcun ricordo.  Nessuna religione, che sia fornita di un Libro Sacro (ovvero, di natura rivelativa pretesa divina)  e di una casta sacerdotale  di una certa importanza (come esistettero nella Roma anche imperiale)  potrebbe essere “tollerante”  verso altre religioni.  Chi è convinto di avere in possesso una Verità  assoluta non può essere tollerante, per logica e di fatto, con chi oppone altri Libri sacri, altre dottrine altrettanto estremiste,  oppure verso coloro che, individualmente, neghino tali rivelazioni.  Si dice, di solito, che la religione romana non era religione rivelata, e quindi cadrebbe un forte motivo di intolleranza.  In realtà, anche se non ci sono pervenuti, sappiamo che tale rivelazionismo avveniva tramite i Libri Sibillini e simili, sia di origine etrusca, sia anche latina.  Sappiamo pure dell’esistenza di “profetesse”, come la Sibilla Cumana o la ninfa Vegonia, alla base della religione romana.  In tutti i casi persistette in forte misura l’organizzazione gerarchica nelle classi sociali e l’esistenza di un Pontefice Massimo che, al tempo dell’Impero, fu lo stesso imperatore.  La cosa forse era minore in  Grecia, ma pur sappiamo che, dai sacerdoti e dai politici attivi,  anche lì  i filosofi non erano affatto ben visti.

     In pratica, che cosa può far apparire il politeismo come dottrina più tollerante ?  Il fatto che la credenza in Forze della Natura personalizzate [5] poteva ben accettare l’arrivo di nuovi “dèi”  o addirittura di nuove religioni politeiste:  un dio in più o in meno non creava problemi.  Il problema nasce viceversa, oltre che con le dottrine monoteiste (ebraica, cristiana, forse anche zoroastriana pura [6]),   che, negando la pluralità delle entità divina,  viene considerato una forma di ateismo (un’accusa pressante, come vedremo,  contro i cristiani),  da un fatto politico.  I Romani, più che spinti da motivi di contrapposizione teologica e filosofico-religiosa,  usano la religione nel suo complesso  come “instrumentum regni”,  il che si ripeterà con ben altri regimi anche dopo.  L’Imperatore, come detto, assume anche il ruolo di Pontifex Maximus, ovvero il Gerarca Supremo di ogni forma religiosa,  ma già con Ottaviano Augusto si assume il ruolo di un Semidio (come un eroe omerico),  con la modesta qualifica di Divus.  Da quello di semidio a quello di dio, senza nessun “semi-“, si realizzerà sempre di più.  Già con Caligola e Nerone, due squilibrati, questo passaggio avviene, poi sarà moderato e in parte annullato, per essere riaffermato con maggior forza col Dominato (grosso modo, il periodo dioclezianeo).  L’Imperatore, diventato dio, vuol avere culti religiosi, cerimonie, sacrifici alla sua persona,  in modo alquanto contraddittorio con i fatti (viste le molte rivolte e i vari regicidi o detronizzazioni, seguite dalla loro morte),  ma tale è l’intenzione.   Ecco quindi i due motivi fondamentali  di lotta contro religioni come l’Ebraismo e il Cristianesimo che, pur non rifiutando l’obbedienza all’Imperatore Sovrano,  non accettano in generale l’adorazione dell’Imperatore-Dio.

     Ecco perché  è da sciocchi, e da gente impreparata alla narrazione storica, come normalmente i giornalisti (i quali scrivono con l’interesse al quotidiano, al provvisorio, a ciò che dà  immediato successo),  ritenere “tolleranti” i politeisti  rispetto ai monoteisti,  una delle sciocchezze  più forti  che possano essere spacciate alla plebaglia.   Aggiungo  che la prima affermazione di “tolleranza”  verso altre religioni, apertamente espressa, si trova proprio nello zoroastriano  Zend Avesta, tendenzialmente monoteista in un mondo  politeista o panteista [7].    Per arrivare ad una concezione liberamente, oltre che esplicitamente tollerante in religione, occorre giungere al secolo XVII, alla conclusione delle Guerre di religione, alla formulazione filosofica e razionalista di tali dottrine.  Ma solo con l’Illuminismo, la Rivoluzione Francese, il Romanticismo e il Positivismo, questa idea di “tolleranza” divenne un fatto politico e costituzionale [8], almeno verbalmente dichiarato.



Capitolo Secondo

PROCEDURE  GIUDIZIARIE  DURANTE  L’ IMPERO

     Gli storici  del Diritto Romano e gli stessi studiosi del Diritto Romano, fin dal Basso medioevo  si sono limitati ad uno studio piuttosto teorico delle norme, quali risultano nel Corpus Juris Civilis di Giustiniano (VI secolo d. C.), che è una sorta di ricostruzione  astratta, attraverso il lungo lavoro compiuto nel Medioevo  e  poi  durante il Rinascimento  per una sua ricostruzione filologica e linguistica,  piuttosto che studiarlo nella sua pratica realtà.  Per chi si limitasse, dunque, ad una lettura di questo tipo, risulterebbero  del tutto inspiegabili le persecuzioni religiose, i procedimenti inquisitori,  spesso abusivi e violenti  contro il Cristianesimo in particolare, gli accusati di pratiche magiche (va del tutto sfatata l’idea che solo col Cristianesimo tali pratiche venissero represse, come dimostreremo trattando del processo del poeta  e studioso Lucio Apuleio, di cui citeremo alcune parti), o di religioni considerate nemiche dello Stato e dell’Imperatore (compreso l’Ebraismo).  Non dobbiamo immaginarci che la Magistratura romana funzionasse molto meglio  di quella moderna o di quella greca (come si è già visto nel saggio dedicato ad Esiodo).  Ce lo dimostrano vari autori e documenti che vengono ridotti ad opere letterarie, piuttosto che ad opere giuridiche, mentre  - come spesso avviene  -  le prime dipingevano la realtà processuale assai più realisticamente delle seconde,  alquanto astratte e rielaborate da secoli di ricostruzione contenutistica e filologica.   Uno di questi Autori, troppo disinvoltamente ridotto a “rètore” è, nel I secolo d. C.  Marco Fabio Quintiliano nella sua “Institutio Oratoria”, opera molto complessa che pone a proprio oggetto di esposizione ed analisi la complessiva formazione culturale e professionale, dall’infanzia fino alla pratica forense, di quello allora chiamato “orator”, ma non tanto nel senso politico, quanto appunto giudiziario;  oggi lo potremmo chiamare genericamente giurista oppure, più specificamente, avvocato, termine che però non è romano classico,  ma medioevale.  Quintiliano parla appunto dell’oratore forense.  Va ricordato che in antico, quando elementi di studio scientifico nei processi erano necessariamente molto scarsi  rispetto ad oggi,  tutta la contrapposizione tra prove e controprove si esercitava nel discorso,  discorso che doveva avere natura logica, etica e fattuale, fusa in un’abilità  oratoria  di stile altamente estetico che, nelle più varie forme (armonia e varietà della voce, gestualità, razionalità, ecc.), doveva sedurre gli ascoltatori e, nel modo particolare, i giudici.  Citando appunto Apuleio e Tertulliano  come modello di apologisti (apologia è il discorso di difesa, quello che oggi  - dall’uso germanico medioevale -  si chiama arringa,  mentre al lato opposto c’è la requisitoria,  termine più legato alla tradizione classica romana, quale discorso accusatorio),  vedremo  la carica emotiva che doveva essere suscitata dall’oratore forense a scopo più che di convinzione,  di “seduzione” dell’ascoltatore (come pubblico e come giudice, o collegio di giudici).  Di qui l’importanza  della retorica o estetica del discorso, che rappresentava non semplicemente un fatto letterario, ma anche psicologico, perché orientarsi  sulle convinzioni manifestate dagli ascoltatori per aderirvi o rafforzarle, o viceversa per rovesciarle,  esigeva (ed esige)  un’intuizione e conoscenza di psicologia sociale per nulla indifferente.  Ecco perché  ignorare un Quintiliano, che  crea un’opera, quasi enciclopedica, allo scopo formativo, educativo, in senso professionale dell’oratore forense,  è il sintomo della scarsa capacità degli studiosi del Diritto di superare certi confini astratti e certo formalismo che li pone in un atteggiamento arcaico ed antiscientifico.

Ad esempio, proprio partendo dalla definizione dell’oratore forense e della sua metodologia, così osserva Quintiliano:  “… E anche se l’oratore, per difendere una causa, si accinge a trattare varie tesi, prima di tutto dovrebbe stabilire in cuor suo: che cosa vuole in massimo grado imprimere nell’animo del giudice.  Primo aspetto su cui riflettere, però; non sempre primo da trattare..” [9].

    Segue poi l’esame di quella che è la natura della causa, civile o penale, poi l’esame dello specifico caso, che egli esemplifica :
“Per cui:  se l’accusato nega essersi verificato un omicidio, lo stato [ovvero natura, oggetto della causa] verrebbe dall’accusatore, poiché è lui a voler dimostrare quanto asserisce; se invece l’accusato dice che l’omicidio era legittimo, passata a lui la necessità  di dimostrare, sarebbe lui a creare lo stato e a sostenere una tesi  d’accusa  [10]… 14.  Per quanto mi  riguarda, io non concordo con questa impostazione.  E’  infatti più vicino al vero quanto ad essa viene ribattuto, cioè che non v’è scontro se quello con cui si disputa non replica nulla, e che perciò è chi replica a stabilire lo stato della causa.  15.  In ogni caso, secondo me il problema è mutevole e dipende dalle condizioni della causa, poiché come può sembrare che talvolta l’enunciato accusatorio decida dello stato, per esempio nelle cause congetturali (si vale infatti della congettura maggiormente chi accusa…), così pure nel sillogismo tutto il ragionamento lo fa chi attacca.

16.  Siccome però che in questi casi sembra che sia chi nega a porre la necessità di questi stati (infatti qualora dica ‘non l’ho fatto’ costringerà l’avversario alla congettura, mentre qualora dica ‘non disponi di una legge idonea’ lo costringerà al sillogismo), concediamo pure che lo stato nasca sulla base della difesa.  Tanto si tornerà a questo:  che lo stato lo stabilisce ora chi accusa, ora chi è accusato.  17.  Poniamo infatti questa tesi accusatoria:  ‘hai ucciso un uomo’;  se l’accusato nega, sia lui a decidere lo stato.  E se invece l’accusato riconosce il delitto, dicendo però  di avere legittimamente ucciso un adultero… ?   Se l’accusatore non avrà nulla da replicare, non ci sarà scontro.  Se invece risponde ‘non era un adultero’, allora si comincia a formare una sua tesi confutatoria…” [11].

    Più avanti così spiega l’attività  difensiva:  “ 83.  … Imparino dunque anzitutto che ogni causa prevede un metodo basato su quattro possibilità: chi si appresta a dibattere la causa deve tenerli presenti per prime.  Partendo in particolare dal difensore, il modo di gran lunga più efficace di svolgere il suo compito sta nel poter negare quanto viene addebitato [pare che molti avvocati di grido attuali lo ignorino]; il secondo sta nell’affermare che non è il fatto addebitato a essere stato commesso;  il terzo – e più onorevole -  sta nel difendere come giusto ciò che è stato fatto.  Qualora facciamo difetto di questa possibilità, resta un’ultima ma a quel punto unica salvezza,  un’accusa che non si può negare e da cui non ci si può difendere ricorrendo a qualche espediente giuridico, così che la causa non appaia intentata regolarmente…” [12].

    Dunque,  Quintiliano ci indica che non spetta agli avvocati difensori  trovare un altro colpevole, indifferentemente in quale maniera.  Il compito allora sarebbe spettato all’accusatore (non esistevano magistrati destinati all’accusa nemmeno nella procedura penale), qualora il primo accusato fosse risultato processualmente innocente.  Molto più avanti, aggiunge nel testo trattando nuovamente dell’onere della prova :
“ … 15. … Quando invece la questione riguarda l’accusato e l’atto, l’ordine naturale prevede che prima l’accusatore dimostri che l’atto è stato compiuto, poi che è stato compiuto dall’accusato.  Se però l’accusatore dispone di più prove relative alla persona dell’accusato, deve invertire quest’ordine.  16. Il difensore invece inizierà sempre negando il fatto, perché se sarà riuscito a prevalere su questo punto, non ha necessità di aggiungere altro;  se viene sconfitto, gli resta la possibilità  di difendersi  [il neretto è mio, e serve a sottolineare come il difensore dell’accusato non abbia necessità di accusare altri al posto del suo patrocinato,  bensì di mettere in discussioni il fatto, le modalità dello stesso,  il dubbio sulle responsabilità nel reato]…” [12] .

E’ pure interessante notare che allora le eccezioni dell’avvocato erano poste alla fine e non all’inizio di un processo.   Nei processi,  accusatore e difensore miravano pure all’aperta denigrazione non solo della persona accusata o accusatrice, ma pure del rispettivo avvocato (lo noteremo molto bene nel processo per magia contro Apuleio) [13]:  questa denigrazione, oggi molto più sottile se vogliamo, ipocrita,  aveva lo scopo di demolire, attraverso la persona denigrata,  la tesi che egli porta avanti, dimostrandone così  l’invalidità.   Tuttavia,  Quintiliano consiglia pure di non apparire “… 10.  … offensivi, maligni, superbi, maldicenti contro qualcuno o qualche ceto, specie se vi appartengono coloro che non si possono danneggiare se non contrariando i giudici.  11.  Del resto, il consiglio di non dir nulla contro il giudice… neppure  attraverso allusioni…, sarebbe stupido se il fatto non si verificasse…” [14].

    Passerò ora al ruolo del giudice, come viene descritto da Quintiliano, da cui si noterà come nella Roma del I secolo d.C.,  non fossero esistiti (come al tempo di Esiodo)  figure professionali di giudici, funzionari specifici dello Stato, come oggi li intendiamo, bensì personaggi occasionalmente incaricati a tale scopo, possessori di pubbliche cariche.

“ 16.  Ci concilieremo il giudice non soltanto elogiandolo, atto che si deve compiere con misura e comunque è comune a entrambe le parti, ma se congiungeremo l’elogio nei suoi confronti all’utilità della nostra causa, in modo da riferirsi, per esempio, in difesa di persone oneste, alla sua onestà, in difesa di persone umili alla sua giustizia, per gli sventurati alla sua misericordia, per chi è stato danneggiato alla sua severità, e così via.  17.  Se possibile, vorrei che si conoscesse anche il carattere del giudice.  Infatti a seconda che sia aspro, mite, allegro, serio, duro, indulgente, bisognerà o accogliere  nella causa le sue inclinazioni dove si accorderanno con i nostri interessi, o mitigarle  ove si opporranno.  18.  Talvolta accade anche che il giudice sia nostro nemico o amico dei nostri avversari.  L’evenienza deve essere considerata da entrambe le parti…  Si verifica infatti a volte questo perverso giro, per cui i giudici emettono sentenze contro i loro amici o a favore dei loro nemici, e commettono ingiustizie proprio per non dar l’impressione di averne commesse [il neretto  è mio]. 19.  Ci sono stati anche giudici  delle proprie questioni… io stesso ho difeso la regina Berenice, con lei come giudice…

20.   Se inoltre il giudice sembrerà essersi portato da casa una qualche opinione particolare, questa andrà tolta di mezzo o confermata…” [15].

   Come ben si può constatare  i giudici erano, allora, tutt’altro che persone imparziali, nemmeno in via teorica o deontologica,  come poi vennero dipinti dalla storia del  Diritto romano, sempre attraverso l’idealizzazione del Codice di Giustiniano.  Per trovare dei giudici doverosamente imparziali (nella teoria, no nella prassi), ancora una volta si dovette aspettare l’Illuminismo per descriverne la figura professionale.  Quintiliano, a questo punto, consiglia due metodi:  uno morbido, con la solita “captatio benevolentiae”, soprattutto in processi dove il giudice sia singolo (“monocratico”,  come oggi è definito),  mentre il metodo con minaccia di denuncia per corruzione è valido dove vi sia un collegio, in quanto gli onesti non si sentiranno colpiti e i disonesti vengono ridotti in minoranza (infatti, è più corruttibile  un singolo che non un collegio, sia perché la corruzione sarebbe   –  se riuscita  - ben più costosa,  sia perché  convincere uno  è più facile che tre o più persone).   Più avanti arriva a sostenere:  
“…33.  … l’animo del giudice  va scosso attraverso speranza, timore, ammonimenti, preghiere, e infine, se crederemo che gioverà, con la menzogna.  34.  Per indurre i giudici ad ascoltare, può servire anche che ritengano che non ci dilungheremo e non divagheremo…

    Questo riguardo rende senza dubbio ben disposto il giudice, ma anche quest’altro:  indicare brevemente e con chiarezza i punti essenziali  del fatto su cui deve esprimere la sentenza…” [16].

    Allora come oggi, la verbosità,  per i giudici, è una prerogativa esclusivamente loro;  tutti gli altri devono essere sintetici, onde non affaticarne la gravida mente, quasi fosse il cervello di Giove pronto a partorire Minerva.  Nihil sub sole novi.   Più avanti ancora nota Quintiliano:  
“… 55…  Normalmente infatti il giudice detesta chi durante il processo ostenta sicurezza, ed essendo consapevole della propria autorità, pur senza dirlo, pretende deferenza… 57… i giudici stessi pretendono orazioni attente  e curate, si sentono poco considerati se dai discorsi non traspare anche impegno oratorio e vogliono non solo essere messi al corrente dei fatti, ma pure divertirsi…” [17].

   Un quadretto  abbastanza divertente  che non si trova nei manuali di Diritto romano.   La figura  del giudice in generale non ne risulta brillante, ma una personcina vanitosa  e presuntuosa, che poi la burocratizzazione del ruolo  da funzionario statale  non ha modificato granché  (tutto lo strano, artefatto vestiario  ne è la manifestazione esteriore).    Dopo aver dedicato un certo spazio alla parte processuale di narrazione dei fatti delittuosi, abbastanza scontata e piuttosto superficiale, data allora la quasi totale impossibilità di poter discutere su prove oggettive scientificamente verificabili,  Quintiliano passa all’analisi dei mezzi e dei metodi  di prova, soprattutto le testimonianze, sia a livello di diceria, pettegolezzo (che, com’è noto, sono tuttora utilizzati  anche nei grandi processi, sia estorte  con la violenza).  Si occupa anche delle sentenze precedenti, un metodo che poi sarà pescato dai sistemi giudiziari anglosassoni  (naturalmente come e finché fanno comodo, visto che anche lì  si  ama rivoltare le frittate e passare da condanne dure all’esaltazione dell’ex-reato).  Sulla tortura come metodo  sopraffattorio, per estorcere confessioni o testimonianze  (allora solo con gli schiavi e per coloro che erano privi di cittadinanza romana).  Ebbene, Quintiliano, pur dovendo accettare  questo sadico metodo,  lo critica anticipando così  di circa 16  secoli  l’Illuminismo giuridico:
“ IV. 1.  Lo stesso vale anche per la tortura, fonte d’argomentazione usata molto frequentemente: c’è infatti  chi la definisce come costrizione a confessare la verità, e chi spesso, anche come causa  di false deposizioni, poiché ad alcuni la capacità di sopportare il dolore renderebbe facile mentire, mentre ad altri la debolezza lo renderebbe necessario.  Ma perché dilungarmi su tali questioni?  I discorsi degli antichi e dei moderni [intesi come suoi contemporanei.  Il neretto in questa citazione è mio] ne sono pieni…  conterà  sapere chi vi abbia presieduto, chi l’abbia subìta e secondo quali modalità, se abbia poi pronunciato rivelazioni credibili e coerenti fra loro, se sia rimasto sulle posizioni di partenza o abbia mutato qualcosa per effetto del dolore, e se quest’ultima evenienza si sia verificata all’inizio del suo tormento o nel suo prosieguo…” [18] .

   Potrebbe sembrare stupefacente che un principio, per noi oggi ovvio sul piano della deontologia processuale,  già dichiarato  impreciso, oltre che violento e sopraffattore da circa 2000 anni,  abbia fatto tanta fatica, finora, ad essere rigettato completamente e che, malgrado tutto ciò, continui a perdurare,  tra metodi di polizie speciali o anche comuni e tra magistrati.  Si arrivò fino alla “Santa”  Inquisizione, spagnola o romana che fosse e anche con organi similari nei Paesi protestanti, ad utilizzarla.  Ciò si spiega da un lato  con il sadismo di molte autorità, dall’altro col fatto giuridico che la confessione sia  -  tuttora !  -  considerata prova “principe” o “regina”.  Orbene, finché tale mentalità non sarà cancellata, la tortura, sia fisica (il che è dire anche psichica, ovviamente, perché riduce l’uomo ad un oggetto,  all’animalesca condizione di sofferente con danni irreversibili),  sia semplicemente psichica  nelle più subdole forme,  verrà  utilizzata anche se  vietata dalla legge.  La questione di fondo è questa.  Nelle note si citano Aristotele e Cicerone quali critici della tortura.

     Quintiliano  procede poi alla parte più moderna o scientifica, che è quella costituita dall’analisi dei documenti, evidentemente per quel tempo solo atti scritti, in cui  - poniamo  -  l’accusato descriva le proprie intenzioni criminali (uccidere qualcuno, organizzare una congiura).  Oggi avremmo ben altro da porre in discussione  (analisi scientifiche,  biochimiche, telefonate, filmati, e così via), ma allora, più che l’atto scritto, altro non c’era.  E nondimeno così ne scrive il nostro Autore:
“V.  1.  Spesso bisogna parlare anche contro i documenti, poiché sappiamo che è in uso non solo di confutarli,  ma addirittura di farli oggetto di accuse. Agendo in essi la malafede o l’ignoranza dei firmatari, più facile e sicuro risulta trattare di questa seconda, poiché così si restringe il numero degli accusati.  2.  Anche qui, comunque, il discorso trae argomentazioni dalla causa, qualora non risulti credibile, o, evenienza più frequente, ne giunga smentita da altre prove, ugualmente indipendenti dalla retorica: per esempio quando colui contro il quale il documento venne redatto o uno dei firmatari siano dichiarati assenti o già morti, quando le date non coincidono, quando c’è contrasto fra i documenti e i fatti che li precedettero o li seguirono. Spesso, la stessa analisi interna ne evidenzia l’inautenticità” [19].

    Quantunque la filologia, in quanto scienza, fosse di là da venire  (occorreva aspettare il XV secolo con Valla e la confutazione della Donazione di Costantino), Quintiliano  spiega come i documenti, in quanto atti scritti, allora fossero poco credibili, perché falsificabili in modo relativamente facile, o la cui inautenticità potesse essere dimostrabile attraverso incongruenze interne allo stesso documento,  oppure per manifesta contraddizione con altri fatti. Ricordo tuttavia che è proprio sulla base di atti simili, con tanto di sigillo,  che Cicerone potè accusare i congiurati lentuliani, durante  la rivolta di Catilina, e farli rapidamente condannare mediante strangolamento nel carcere Mamertino  (cfr.  mio relativo saggio).   Segue l’analisi del giuramento a scopo probatorio (in parte tuttora utilizzato in sede  civile).  Come spiega  il commentatore:
“…Naturalmente , l’utilità, ma anche il  rischio, del giuramento consisteva nella sua non necessità di dimostrazione, sostituita e garantita dall’appello al divino” [20].

    Allora, la fede religiosa  era molto forte e lo sarebbe stata  per almeno 1700 anni, eppure anche allora esistevano spergiuri.  Il richiamo al divino,  con l’idea che, in caso di spergiuro, sarebbe intervenuta la divinità stessa (che ha cose più urgenti in generale da fare)  fulminando il colpevole, rendeva inattaccabile la testimonianza o la confessione giurata.  Non occorre molto per dire che, più che pratica giuridica o religiosa,  il giuramento è un atto di superstizione o di grossolana  ingenuità, ancora usati in varie sedi (il mondo anglosassone ne è un esempio lampante con i giuramenti sulla Bibbia fatti contro i contenuti  della Bibbia stessa), che pretende interventi divini immediati, quando Dio, pur nella sua onnipotenza,  deve tenere sotto controllo uno  sterminato Universo senza fare differenze tra un punto e l’altro, tra un corpo celeste e l’altro, tra un essere e l’altro.  L’idea di un Dio provvidente può anche essere logica,  ma  pensare che debba fare condizioni speciali per il nostro minuscolo pianeta  o per questo o quell’altro singolo  episodio,  è un classico esempio non solo di geocentrismo, ma pure di antropocentrismo, logicamente e scientificamente inammissibili.   Se possiamo essere comprensivi con gli antichi Romani oppure con gli uomini del Medioevo, non  possiamo esserlo più dopo la cosiddetta Rivoluzione scientifica (che non ha praticamente toccato il Diritto), ed è stupefacente che una cultura che vanta di essere la più moderna, pratica, tecnocratica e democratica del mondo,  utilizzi ancora  metodologie così arcaiche in sede politica, istituzionale, giudiziaria.   E’, viceversa interessante come Quintiliano analizzi con una certa capacità critica la problematica concernente il giuramento e ne sconsigli l’utilizzazione [21].  Questa relativa  “contemporaneità”  di Quintiliano, come vedremo anche sulle testimonianze, ma soprattutto sull’esigenza scientifica di razionalizzare il procedimento  giudiziario, lo  renderà inviso a tutti i gius-tradizionalisti ed anche agli storici  del Diritto romano che lo ridurranno a semplice “rètore”, mentre egli era giurista ed insieme docente  di Diritto a tutti gli effetti.  Ora cito ancora qualcosa sulle testimonianze e il lavoro forense mirante a convalidarle oppure confutarle:
“VII.  1. La fatica maggiore per l’avvocato concerne, comunque,le testimonianze: esse vengono rese o per iscritto o da presenti. Più semplice è contrastare quelle del primo genere, poiché da una parte si crede che in mezzo a poche persone chiamate a sottoscrivere meno abbia potuto il freno del pudore, e dall’altra il fatto che il testimone sia assente,  spinge alla diffidenza.  Se la persona per se stessa è al di sopra delle critiche si possono screditare i firmatari.  2.  Inoltre,  una tacita considerazione è contraria a tutte queste testimonianze:  che nessuno depone per iscritto se non intenzionalmente, e con quel gesto stesso ammette di non essere in buoni rapporti con colui contro il quale si pronuncia.  Eppure  l’oratore [forense, ovvero l’accusatore o difensore]  non escluderà a priori che, in caso di assoluta buona  fede, possano dire il vero un amico in favore di un amico, e un nemico contro un nemico. Ma l’argomento prevede ampia trattazione in entrambi i sensi.

3. La battaglia grossa avviene invece coi testimoni presenti in tribunale;  perciò, contro di loro e per loro si combatte come su due campi, quello dell’orazione ininterrotta [lo vedremo esaminando l’apologia di Lucio Apuleio] e quello dell’interrogatorio.  Nell’orazione si suole cominciare parlando in generale a favore e contro i propri testimoni.   4.  Qui si ricorre al luogo comune, poiché una parte sostiene non esservi prova più sicura di quella che poggia  sulla conoscenza diretta degli uomini, mentre l’altra, per toglier loro credibilità, enumera tutti gli espedienti attraverso i quali solitamente si falsificano le testimonianze.  5. Un secondo sistema ha corso quando gli avvocati usano attaccar sì specificamente dei testimoni, ma molti insieme.  Sappiamo infatti  che gli oratori hanno screditato le testimonianze di interi popoli [oggi definiremmo una tale metodologia, oltre che sofistica, per arbitraria generalizzazione di alcuni difetti morali,  anche  “razzista”:  nella nota il commentatore ricorda che Cicerone considerava tutti i Greci  poco credibili come testimoni, malgrado poi apprezzasse, com’è notissimo,  la filosofia e la cultura ellenica] e interi generi di testimonianze, come quelle basate  sulle dicerie (ove chi parla non è testimone, ma riporta voci di gente che non ha  giurato), o come nelle cause per concussione (ove quelli che giurano di aver sborsato denaro all’imputato, vanno ritenuti parti in causa, non testimoni).  6.  Talvolta il discorso è diretto a colpire singoli testimoni;  questo tipo di attacco lo leggiamo in moltissime orazioni…

7.  Sarebbero bastati i due libri scritti sull’argomento da Domizio Afro… Egli ben a ragione insegnò che in questo punto il primo compito dell’oratore è di avere una conoscenza approfondita di tutta la causa… 8… Quella conoscenza fornirà materia all’interrogazione dei testimoni, e porrà nelle nostre mani, per così dire, delle frecce;  inoltre ci insegnerà in che senso vada preparato l’animo del giudice col nostro intervento…” [22].

     In buona sostanza, oltre che al lavoro sugli atti scritti, l’avvocato non ha il ruolo di affermare di verità, bensì di tutelare il proprio patrocinato anche mentendo  se necessario (la verità dei fatti deve essere fatta emergere  dai giudici, quando e come possibile),  deve mirare a demolire i testimoni di parte avversa e consolidare la testimonianza  di coloro che affiancano la tesi dell’avvocato.   E’  curioso osservare come Quintiliano critichi  le testimonianze indirette o di coloro che, come definiti modernamente, sono “a conoscenza dei fatti”, senza esserne testimoni oculari.  Critica le dicerìe che, ben sappiamo, ancora nel secolo XXI  sono largamente adottate per  sostenere gravissime accuse.  Se poi aggiungiamo a questo la credenza ciceroniana che i  Greci fossero poco credibili e vi aggiungiamo  che l’odierna Taranto era allora città  di cultura greca,  ne traiamo,  scherzosamente ma non troppo,  che non è una sede  processuale credibile.

   Dopo aver distinto fra vari tipi  di testimoni, con i loro diversi  scopi,  descrive la metodologia, ovviamente contrapposta, da utilizzare nell’analisi della testimonianza e l’esigenza di far crollare il testimone avverso e consolidare quello a favore.  Per giungere a questo obiettivo,  Quintiliano sostiene che occorre verificare i motivi che adducono per danneggiare la parte avversa, controbattere la metodologia uguale e contraria della controparte.  Quintiliano, a differenza di quanto dice oggi la deontologia in questo campo,  non  sconsiglia  il condizionamento del testimone  e la sua “suggestione” [23]:  dobbiamo però in tal caso essere con lui comprensivi, in tempi nei quali  gli strumenti di ricerca della prova erano tutto sommato praticamente solo verbali,  senza oggettività dei dati disponibili, che non fossero atti scritti autentici o la flagranza del delitto.  Era dunque praticamente d’obbligo tentare, per il difensore o l’accusatore,  di esercitare  una certa pressione psicologica sui testimoni.   Tralascio poi le successive analisi dell’Autore riguardanti le prove di fatto e le prove logiche,  per non allungare troppo a lungo un discorso che ha motivazioni più specifiche.  Ma, nello  sfogliare il testo, mi cade l’occhio  - come suo dirsi  - sulla grande confusione terminologica  nel linguaggio giuridico, secondo il quale, distorcendo un senso dato al termine dal filosofo Kant, credono che “apodittico” voglia significare  “indimostrato”, ovvero ciò che in filosofia si chiama “dogmatico”.  Al contrario, in greco, anche moderno, il termine ha il significato esattamente contrario,  ovvero “dimostrativo”.  Kant usò questo termine in un senso più specifico, come la conclusione di una dimostrazione.  Di qui l’equivoco di una tradizione ferma ai tempi in cui si affermava “Graecum est,  non legitur”  ossia “E’  scritto in greco,  quindi non si riesce a leggere”.   Ecco infatti quanto scrive Quintiliano che,  invece come gran parte dei Romani dell’epoca,  leggeva e conosceva il greco normalmente:

“X. … 7.  L’apòdeixis è una dimostrazione evidente, e perciò i maestri di geometria parlano di grammikaì apodeìxeis (‘dimostrazioni lineari’).  Cecilio ritiene che essa differisca dall’epichirema soltanto per il genere di conclusione, e che l’una sia la versione incompleta dell’altro per lo stesso motivo per cui… l’entimema dista dal sillogismo;  infatti, anche l’entimema è una parte del sillogismo.  Alcuni pensano  [come molto più tardi Kant]  che l’apòdeixis faccia parte dell’epichirema, e ne sia la sezione confermativa.  8.  In ogni caso, autori pur di scuole diverse, definiscono entrambi allo stesso modo, per cui sarebbero ‘un ragionamento che dà credibilità a elementi dubbi grazie a elementi  certi’…” [24].

    E pensare,  ahinoi,  che una discreta parte dei giuristi, specie se  anziani e laureati  fino agli anni ’70,  avevano studiato il greco al Liceo Classico !

    Infine, per concludere su quanto poco sia stato  “rètore”, ma appunto docente di arte oratoria forense, ed oratore forense,  cito  questa seguente descrizione che mira a fare del discorso processuale non qualcosa di fittizia bellezza,  ma qualcosa di fortemente e virilmente bello, ovvero energico, pronunciato non declamatoriamente, ma con stile variato secondo le necessità del caso in esame e dei fatti in esso affrontati.  Ciò viene rafforzato anche con un esempio della vita d’allora, anche sotto questo aspetto non molto diversa dalla nostra (lo si ritrova detto in Seneca,  come  dai Cristiani):

“ … 17. … le declamazioni, con le quali di solito ci esercitavamo ala battaglia del foro  come con fioretti da scherma, già da tempo hanno perduto il loro autentico aspetto di orazioni;  composte in vista del solo diletto, mancano di nerbo, mentre, parola mia !, la colpa dei declamatori non differisce da quella per cui i mercanti di schiavi  – castrandoli –  danno maggior grazia alla bellezza dei ragazzi.  18.  Infatti, come quelli stimano poco eleganti forza, muscoli e soprattutto barba, ma poi anche gli altri attributi che la natura ha specificamente donato ai maschi, ed effeminano come rozzo quanto lasciato stare, sarebbe segno di forza, così noi copriamo con una sorta di tenero rivestimento stilistico la stessa, energica struttura dell’orazione, nonché quella sua capacità espressiva fatta di sintesi e vigore, mentre pensiamo che non importi nulla l’efficacia di ciò che diciamo:  basta che sia elaborato e brillante.  19.  Ma per me, che guardo alla natura, non esisterà un uomo meno bello di un evirato, né mai la Provvidenza mi parrà tanto ostile  alla sua opera da farci trovare fra le sue creazioni migliori la menomazione;  d’altronde, non riterrò che grazie ad un intervento si possa rendere bello ciò che nascendo in quelle condizioni sarebbe mostruoso.  Il finto sesso degli effeminati serva pure al desiderio sfrenato; mai, però, la depravazione morale avrà un potere tale da rendere anche onesto ciò che ha magari reso costoso.

20.  Quindi, il pubblico apprezzi pure l’attuale eloquenza  vergognosa nella sua molle sensualità… io non riterrò esservi eloquenza laddove non venga esibito il pur minimo indizio di virilità e integrità, per non dire di serietà e di purezza… “[25].

    La vera espressività oratoria deve essere varia ed adatta a singole situazioni:  la monotonia della pronuncia, che sia ad alto o a basso livello, alla fine procura esclusivamente noia.  Anche il tono della voce dell’oratore (forense come politico o come docente pubblico)  non deve essere monocorde, ma variata secondo il senso del discorso e le situazioni descritte.  Per intenderci, non si può fare del piagnisteo  (a meno che non sia per sarcasmo)  su ciò che è divertente,  non si può fare una barzelletta su ciò che è serio.  In sintesi, al funerale non si parla come ad un battesimo o ad un matrimonio.  Invece, oggi sembra che tali prassi distorte siano molto diffuse.  Oppure che, prescindendo dalle situazioni, si parli sempre come se si fosse ad un funerale, oppure ad un matrimonio.  Non parliamo di certe voci poi che, malgrado si siano compiuti 37 o 38 anni o perfino 65 come il sottoscritto, sembrano quelle di uno degli evirati di cui sopra, stridule oppure “chiocce”, come dice Dante [26].

      Quintiliano procede su parecchie questioni tecniche che dimostrano le sue capacità  di giurista, ad esempio sui reati evidenti ma non scritti, che i Greci,  più teoretici dei Romani anche in questa sede, qualificavano  àgrapha adikémata letteralmente  “delitti, reati non scritti”.  Infatti un reato va considerato tale quando è stato prima compiuto, poi previsto e segnalato in forma di legge.  Qualunque atto provochi un danno evidente, ma non mai compiuto prima d’allora, quindi non previsto e descritto dalla legge, appartiene a questo tipo.  Potremmo pure chiamarlo  “reato naturale”.  Mettiamo, per farci capire,  che fino ad oggi nessuno abbia fatto lo sgambetto.  La legge quindi non prevede che fare lo sgambetto a qualcuno, facendolo cadere e procurandogli danni fisici e psichici,  sia un reato.  Quando avviene un reato simile, e magari si ripete, la legge lo formula e lo inserisce nel Codice.  Da allora in poi diviene reato a tutti gli effetti.  Attenendosi alla Bibbia,  prima di Caino ed Abele l’omicidio  era un delitto non scritto,  ed è anche per questo che YHWH non lo punisce e ne vieta la punizione, col celebre “Nessuno tocchi Caino”, anche se lo fa allontanare dalla famiglia di Adamo ed Eva.  Ora i giuristi Romani, sulla scìa del pensiero filosofico-giuridico greco, si pongono questo  problema, o almeno lo fa Quintiliano, sottolineando però che questo non avviene  nei processi reali, ma piuttosto nelle Scuole di Diritto.   Più avanti ancora,  tratta del famoso principio che i nostri giuristi moderni  riducono al detto estremamente sincopato, “ne bis in idem”, che è del tutto scorretto e barbarico rispetto al latino classico:  letteralmente significherebbe “affinché non due volte nel medesimo”,  ma “in + accusativo” in latino vale per “contro qualcuno o qualcosa”, non “in qualcosa” (moto verso luogo, e non stato in luogo).  Sorvoliamo:  la Facoltà  di Giurisprudenza  si fonda più sulla memoria che sulla cultura ed il ragionamento. 
  
   Quntiliano, ben diversamente, che scriveva in greco e latino e (per dirla con Carducci)  aveva molte altre virtù,  dice con più  precisione : “Bis de eadem re ne sit actio”,  il che tradotto in italiano si rende “Sulla medesima questione non vi sia due volte azione legale”,  specificando altresì  che sorge il problema se tale criterio si riferisca all’ attore (nel senso del processo civile) o all’azione.  A noi parrebbe ovvio intendersi come azione legale, che non possa ugualmente ripetersi verso le medesime persone per il medesimo fatto.   Secondo Quintiliano,  tutti questi problemi altamente tecnici fanno parte del dibattito sulla forma e sullo spirito delle leggi [27]. 

    Il resto dell’opera  è destinato all’approfondimento di temi retorici, prevalentemente di natura estetico-letteraria,  validi non solo per l’oratoria forense.  Nel mio esame del testo,  ho mirato a riportare quanto può interessare l’esclusiva parte processuale o giudiziaria, onde cercare di sottolineare per quanto possibile come si svolgeva un regolare processo penale  nel I secolo d. C.  e, più ampiamente, dell’età imperiale.  Ora, sarà da esaminare più precisamente la questione dei processi per “reati”  di natura magica e religiosa,  onde meglio comprendere perché e come i Cristiani  fossero stati perseguitati, con procedure extra ordinem, ovvero straordinarie, non dovute tanto alla presenza di leggi repressive di qualcosa, quanto alla volontà di singoli imperatori e loro esecutori, rispetto a quello che poteva apparire un pericolo “occulto”,  “rivoluzionario” e demolitore delle basi dello Stato imperiale.  E’  da presumere che, se non fosse subentrata la figura dell’Imperatore  –Dio o Divus o Divino che fosse  -  se fosse stato mantenuto un regime di tipo repubblicano con governanti  a scadenza determinata,  le persecuzioni  contro i Cristiani ben più difficilmente avrebbero avuto seguito, soprattutto nelle forme cosi odiose, violente e crudeli come accaduto.
                                     
                                            Capitolo  Terzo
LE MOTIVAZIONI DELL’ACCUSA DEI POTERI IMPERIALI CONTRO I CRISTIANI

   Come sottolineato nella Premessa, è profondamente erroneo immaginare nei primi secoli dell’Impero una semplice contrapposizione tra Cristiani e Pagani:  come i primi erano separati in gruppi diversi, e spesso in contrasto fra loro con l’unico termine in comune il nome di Gesù Cristo,  così sarebbe erroneo e, talvolta, ridicolo vedere un gruppo politeista o “pagano”  in blocco contro la parte cristiana.  In effetti la lotta contro i Cristiani non ha carattere generalizzato, e dualistico, ma semmai è la lotta dell’imperatore in nome della “laesa majestas” che, periodicamente si scatena con motivi non sempre del tutto irrazionali  contro coloro che non lo onorano e celebrano come Dio,  e non tanto perché gli imperatori fossero così pazzi da ritenersi “dèi” sul serio, ma perché l’attribuirsi una sorta di divinità da onorare e per la quale giurare era considerato necessario “instrumentum regni”, ovvero ancora “mezzo di governo” agente sulla mentalità comune, plebea, rincretinita da giochi, divertimenti, donazioni granarie e di altri mezzi per sfamarsi, talvolta anche carne di maiale.   I politeisti, o meglio i laici Romani ad alto livello,  non erano tutti orientati nello stesso modo,  i Cristiani erano  - come già detto  - divisi  in sètte diverse e, con una certa frequenza, a Roma erano confusi con gli stessi Ebrei, sia per il Testamento comune,  sia per il monoteismo, quantunque relativo nei Cristiani (ma si trattava di differenze poco significative  e pure incomprensibili per i politeisti veri e propri), sicché quando si parla di Cristiani e di persecuzioni,  di fede manifestata fino alle sevizie ed alla morte, andrebbe sempre esaminato (se ciò si potesse, vista la parzialità delle fonti)  chi era Cristiano trinitario, chi Cristiano “eretico”, chi infine Ebreo.   E’  pure interessante notare che la lotta dialettica, scritta od orale che fosse,  tra “pagani”  e Cristiani coinvolgeva dirigenti dell’Impero (anche  nella veste  di sacerdoti, ma innanzitutto politici)  e filosofi, ma non è noto che le polemiche si scatenassero  tra sacerdoti di differenti religioni  su temi teologici, ovvero se gli dèi  fossero tanti  oppure uno solo, oppure tre, maschili o femminili, personificati o antropomorfi, ecc..  Salvo che scritti del genere non fossero scomparsi per distruzione provocata o casuale,  non  risulta che il sommo sacerdote di qualche ordine pagano polemizzasse  con qualche apostolo, presbitero  delle Chiese cristiane  su tali argomenti, il che potrebbe sembrare curioso.   La dialettica, quando c’era,  era soprattutto a livello filosofico.

    La popolazione, cretina sì ma non troppo, ogni tanto accorgendosi  che l’imperatore non era affatto un “dio”,  si ribellava violentemente, facendo a pezzi lui, o qualche suo ministro e coadiutore (così  finisce Seiano “premier” di Tiberio, così  finisce Caligola,  così rischia di finire Nerone, se alla fine non si fosse fatto uccidere da uno schiavo).  Così nel corso della storia finiscono altri personaggi, tra cui ricorderò  un certo Cola di Rienzo, chiamato alla latina Rienzi  dal celebre Wagner in una sua opera [28].  Un nome che ricorderà qualcuno oggi famoso in Italia, e chissà che non vi sia un qualche lontano legame di parentela tra i due.   Certo, il popolo può essere sistematicamente rincretinito, con la propaganda ed altri mezzi, ma è anche vero che “rincretinito”  non significa necessariamente innocuo, anzi il rincretinimento del popolo, costantemente esercitato, lo induce spesso alla violenza fino ad atti di particolare barbarie.

   Ora, finché l’Italia non si libererà da questa negativa tradizione di rincitrullimento, dall’uso ed abuso della menzogna, dalla stolida propaganda,  da un vuoto individualismo, dal disinteresse più o meno mascherato verso la Res Publica e le sue istituzioni,  dal gusto per la sopraffazione, e avanti cantando, andremo sempre più a fondo  in un pozzo, non artesiano o di petrolio,  ma di melma e di loto (sempre in richiamo a Dante) .

     Torniamo a Roma e al suo Impero:  vi furono vari Autori, non necessariamente pagani o politeisti, che condannarono severamente (come Tacito)  o sarcasticamente (come Seneca, Svetonio, Giovenale, Marziale)  il regime instauratosi, tutt’altro che stabile come ingenui storici di tendenza monarchica più o meno consapevole decantarono, ma fragilissimo, dove solo la salda amministrazione ed organizzazione fissata dalla Repubblica, persistente oltre se stessa,  consentì a Roma, malgrado il disfacimento imperiale, di reggere per quattro secoli all’urto delle popolazioni barbariche nomadi o a forti imperi come quelli partico e persiano sassanide.  Organizzazione e Legge che, come sottolineò Rutilio Namaziano ormai nel V secolo d. C.,  fecero “di tante genti un popolo solo” [29].   Quindi non la graduale restaurazione monarchica, che anzi avviò Roma alla rovina, ma la sua  sottostruttura ancora repubblicana le consentì di reggere  per tanto tempo.


§  1.    I  CRISTIANI  SECONDO TACITO
     Dei  Cristiani,  Tacito  parla soprattutto negli  “Annali”, esclusivamente nella parte finale dedicata al periodo neroniano.   Sembra ne abbia scritto anche nelle “Storie”, ma in una parte per noi perduta e riassunta da altri, per il periodo delle guerre civili seguite alla morte di Nerone e poco prima dell’instaurazione dei Flavi.  Citerò anche quel riassunto, perché chiarisce come i governanti romani potevano allora vedere il rapporto tra Cristiani ed Ebrei, ma di ciò dopo.  A premessa, che vale per Tacito, come per molti altri autori, laici o cristiani o ebrei (come Giuseppe Flavio) che fossero,  va sempre tenuto conto che molte parti o molti aspetti concernenti questo problema  furono rimaneggiati col tempo, da chi trascriveva le opere  originarie  nei manoscritti, da cui poi a nostra volta  conosciamo l’opera classica.  Il caso di Qumran o di certi papiri egizi, ovvero di testi originari arrivati fortunosamente a noi,  è estremamente raro.  Enormi quantità d’opere antiche sono andate distrutte, o intenzionalmente, oppure per incuria colposa, o per sventura.  Per tutte queste ragioni, oggi noi  - specialmente su temi per lunghi secoli scottanti -  o non abbiamo nulla, oppure abbiamo quello che si è voluto trasmettere, anche spesso falsificato.   Detto ciò che vale per tutti gli autori o documenti di riferimento,  passo alle citazioni:  di Cristiani, Tacito non parla se non arrivando al celebre incendio di Roma :
“38.  In seguitò si verificò  - per caso o per la perfida volontà del principe , gli autori infatti hanno trasmesso l’una e l’altra versione – il più grave e terribile disastro fra tutti quelli che colpirono questa città per la violenza del fuoco.  Ebbe inizio in quella parte del circo vicina al Palatino e al Celio;  qui attraverso le botteghe che contenevano merci combustibili, il fuoco acceso e subito rafforzato e sospinto dal vento si propagò rapidamente, per tutta la lunghezza del circo…  Nessuno poi osava combattere il fuoco, per le ripetute minacce di molti che proibivano di spegnerlo e perché vi erano altri che apertamente lanciavano fiaccole e gridavano d’aver ricevuto ordine di farlo, sia per rubare più facilmente sia effettivamente per aver ricevuto ordini in tal senso.

39.   In quei momenti Nerone si trovava ad Anzio e non tornò nell’Urbe prima che il fuoco non si fosse avvicinato alla sua casa, con la quale aveva messo in comunicazione il palazzo attraverso i giardini di Mecenate.  E tuttavia non riuscì a impedire che il palazzo e la casa e tutto ciò che v’era attorno fosse distrutto dalle fiamme…” [30].

    Se questo fu l’incendio più grave subìto  da Roma, a parte le invasioni dei Galli e,  più tardi, dei Goti e Vandali,  la città  ebbe a subire frequentissimi incendi anche dopo, come lo stesso Tacito descrive.  A tale scopo Ottaviano Augusto aveva perfino costituito una coorte di pompieri e ricostruita la città da mattoni a pietra e marmi.  Lo stesso Nerone la fece ricostruire ancora più ampia e ricca, e nondimeno gli incendi si ripeterono.  Nel caso specifico, la storiografia, sulla base della narrazione tacitiana e svetoniana, che poi sarà ripresa da storici cristiani, tende ad attribuire in parte al caso, in parte ad una decisa volontà l’inizio e lo sviluppo, senza alcun contrasto vero e proprio, del terribile incendio.  Ma volontà di chi ?  Si allude all’imperatore stesso che, in una “vulgata”,  viene rappresentato a voler recitare un poema sull’incendio di Troia ispirandosi all’atroce realtà.  Se è vero però  che l’imperatore era ad Anzio e arrivò tardivamente a Roma, è difficile immaginarlo suonare la cetra  per cantare la fine di Troia.  D’altro lato, era possibile che gruppi fanatici di Cristiani avessero se non scatenato l’incendio, visto come  una punizione divina per i peccati ed i vizi dei pagani, e quindi  avessero favorito tale incendio addirittura disseminandolo ?  Si può supporre che  la cosa fosse stata tutt’altro che impossibile.  Il  fuoco  era considerato purificatore dei vizi, fin dall’Antico Testamento (pensiamo a Sodoma e Gomorra).  Lo stesso Tacito allude a gruppi non  identificati che impedivano l’intervento per spegnerlo,  o che addirittura lo disseminavano [31].  Ma era immaginabile che allora i Cristiani o qualche loro gruppuscolo fanatico avessero tanta forza da spadroneggiare in questo modo ?  Nessuno storico riesce a dire con  una qualche approssimazione  quanti potessero essere allora i Cristiani in Roma, quasi tutti di origine esterna alla città, il più di provenienza ebrea.  Personalmente non ritengo che allora, su un milione di abitanti che aveva Roma, si potessero trovare più di un centinaio di Cristiani di provenienza ebraica.  E’  impensabile che allora, appena giunti e assai malvisti, potessero aver convertito “RRomani de RRoma”, ma al massimo qualche schiavo di  provenienza orientale.   La tesi stessa di Tacito sembra più ragionevole e siccome ben sappiamo che a lungo termine fu proprio questo incendio a spingere i Romani colti del tempo ad organizzare quella celebre congiura, che venne repressa  con estrema durezza da Nerone, e successivamente alla ribellione del popolo, stufo ormai delle follie e delle sopraffazioni dell’imperatore, considerato pazzo e vizioso,  la cosa più ragionevole è pensare che dell’incendio, casuale all’inizio, se ne approfittassero gruppi di oppositori per indebolire il prestigio imperiale, portando la folla prima alla fame ed alla miseria, e quindi alla rivolta.  Ma in quel momento, Nerone, già circondato da sospetti ed odio, non seppe fare altro che identificare nei Cristiani  gli “incendiari”  da punire orribilmente,  scatenando la prima delle grandi persecuzioni che si seguiranno per circa tre secoli, periodicamente.

      Tacito,  dopo aver spiegato il vario evolversi della situazione e le voci correnti che attribuivano allo stesso Nerone l’incendio, e descritto l’opera di ricostruzione,  prosegue :
“ 44…Ma né l’aiuto degli uomini, né le largizioni del principe, né le cerimonie espiatorie offerte ai numi valsero a dissipare l’opinione infamante che l’incendio fosse stato comandato.  Nerone allora per far tacere queste voci fece passare per colpevoli e li sottomise a tortura raffinate coloro che per i loro delitti [è pur curioso che si parla di delitti, ma questi non vengono specificati:  delitti contro chi e quali delitti ?] il popolo detestava  e chiamava Cristiani.  Erano chiamati così dal nome di Cristo, il quale sotto l’impero di Tiberio era stato condannato al supplizio sotto Ponzio Pilato [l’improvviso riferimento sembrerebbe un’interpolazione posteriore, visto che per nulla si accenna ai Cristiani durante Tiberio e fino ad allora]  quella superstizione nefasta, repressa sulle prime [quando, ad opera di chi ?], ora tornava a prorompere, non solo in Giudea, luogo d’origine di quel malanno, ma anche a Roma, dove da ogni parte affluiscono tutte le dottrine atroci e turpi e vi trovano seguaci [dunque:  non solo Cristiani]; furono dunque  arrestati prima quelli che ammettevano la loro colpa, poi, dietro denuncia di questi, una moltitudine immensa [ecco una delle fonti da cui deriva la credenza che fossero tantissimi, ammesso che il testo sia effettivamente tacitiano:  ma quanti ?  e come venivano qualificati tali ? E’  chiaro che, col sistema della tortura, si faceva dire tutto quanto si volesse.  Vedremo dopo il testo svetoniano, dove Cristo  - invece  -  è  chiamato “Chrestos”], non tanto perché autori dell’incendio [qui dunque la si considera un’accusa pretestuosa] ma per il loro odio del genere umano. Ai condannati alla morte in più si infliggevano scherni; coperti di pelli ferine li si faceva dilaniare dai cani, o venivano crocifissi o si bruciavano come fiaccole, affinché col calar della notte, ardessero a guida di luci notturne. Nerone aveva offerto i suoi giardini per questo spettacolo e celebrava giochi nel circo, mischiandosi alla plebe in veste di auriga… Benché si trattasse di rei, meritevoli di pene d’una atrocità senza precedenti, sorgeva nel popolo la pietà per quegli sventurati poiché venivano uccisi non per il bene di tutti, ma per la crudeltà di uno solo “[32].

      Suscita stupore che uno storico quale Tacito, che vanta di descrivere i fatti dell’Impero “senza ira e senza pregiudizio”, arrivi poi a tante incongruenze.  Vediamo, e sempre che il testo inserito a questo punto sia veramente suo: egli ha taciuto dei Cristiani  fino ad allora.  Non ne accenna né nella parte destinata a Tiberio, né in quelle successive a Caligola e Claudio.  I Cristiani appaiono già come  “moltitudine immensa”, mentre prima non si parla neppure di uno o di due (Pietro e Paolo, tanto per citarne i nomi più celebri).  Del numero dei Cristiani non si accenna, nemmeno in modo sommario, né negli “Atti degli Apostoli”, né nella “Lettera ai Romani” di Paolo.  Quanti erano ?  Qualcosa se ne potrebbe calcolare nelle catacombe più antiche,  ma quanti in realtà potevano essere sfuggiti alle persecuzioni ed essere sepolti  in tombe normali, poi distrutte ?  Vengono descritti come criminali e “nemici del genere umano”,  ma la misantropia era caratteristica di altre fedi, soprattutto di teorie filosofiche, piuttosto che religiose (essere nemici degli uomini ed insieme predicar loro è un’evidente incongruità).  I Cinici potevano essere considerati tali:  ricordo solo Diogene di Sinope che cercava uomini con la lanterna,  visto che i circostanti non erano tali per lui.  E nondimeno Tacito non critica altrettanto i Cinici.  Trova i Cristiani meritevoli di pene orribili, senza affatto spiegarne la ragione concreta, poi però  riconosce che il popolo, che sembrava odiarli ferocemente,  comincia a commuoversi, se non a convertirsi, proprio quando li vede trattati con questa crudeltà da pazzo sanguinario, piuttosto che da serio imperatore.  La loro persecuzione viene così ritenuta, anche dal popolo,  iniqua in quanto applicata per il puro spirito di vendetta e di sterminio, da parte di Nerone.  Di Cristiani poi non si parla più, il che è pure strano. Improvvisamente appaiono, improvvisamente scompaiono nella narrazione tacitiana, e lo stesso dovrà dirsi per quella svetoniana.  Ciò  fa supporre che si tratti di interpolazione oppure di modificazione del testo originario  per dare maggior peso a qualche episodio singolo.

    Sebbene non interessante direttamente la questione cristiana,  occorrerà fare qualche riferimento alla congiura di Gneo Pisone, nella quale i metodi repressivi di Nerone dovettero essere più moderati, necessariamente trattandosi di cittadini romani e non di poveri e recenti immigrati ebrei,  di fede mosaica oppure cristiana.  La congiura fu ben più pericolosa per Nerone che non la presunta azione incendiaria dei Cristiani,in quanto comprendeva senatori, cavalieri, militari e donne.  Si tratta forse di un tentativo di  restaurazione repubblicana, organizzato da questi partecipanti, tutti altolocati, vari ricchi, filosofi, artisti, poeti.  Tra questi si troveranno uomini come Lucano e Petronio, ma anche l’antico maestro di Nerone, il maggior filosofo neo-stoico Lucio Anneo Seneca [33].   Dopo una preparazione quasi casuale e molto incerta,  si programma un’azione non dissimile da quella avvenuta contro Gaio Giulio Cesare:  avvicinarlo con l’inganno e poi aggredirlo improvvisamente.  Ma l’uomo propone e Dio dispone.  Un tale Milico, liberto,  riceve l’incarico di far affilare un pugnale, e questo Milico denuncia allo stesso Nerone il piano della congiura.  Da qui cominciano i primi interrogatori:
“56.  A questo punto si chiama Natale e vengono interrogati separatamente… Allora sorsero sospetti, perché avevano dato risposte contraddittorie, e furono messi in catene. Alla vista degli strumenti della tortura [stavolta evidentemente minacciata a cittadini romani, quantunque illegale ] e delle minacce non ressero.  Per primo parlò Natale… Confessò per primo il nome di Pisone, poi aggiunse quello di Anneo Seneca…  Scevino rivelò altri nomi… Lucano e Quinziano e Senecione negarono a lungo; poi, attratti dalla promessa dell’impunità [vecchio trucco inquisitorio, utilizzato tuttora], per farsi perdonare il lungo ritardo della confessione, accusarono Lucano la madre Acilia,  Quinziano e Senecione gli amici intimi, Glizio Gallo e Asinio Pollione” [34] .

     Va sottolineato che, nella serie di tradimenti e di confessioni o di calunnie (evidentemente non potevano mancare anche quelle) a far la figura migliore non sono gli uomini che finiscono per confessare uno dopo l’altro, ma le donne. Altissimo esempio Epicari, liberta, una delle congiurate più entusiaste, catturata e prigioniera, dopo aver subìto atroci torture,  si impicca con la fascia reggiseno.  Tra i pochi ad affrontare la morte con dignità sono Seneca che si tagliò le vene delle braccia e delle gambe, e lo stesso tentò di fare la moglie Paolina, ma faticò  a morire, se non con l’applicazione di veleno e di forti vapori caldi; e il sarcastico Gaio Petronio, l’autore del  “Satyricon” , in cui nella figura del liberto Trimalchione pare beffeggiare  lo stesso Nerone, a cui manda  - si presume – quello scritto, proprio in prossimità della morte,  si svena nell’acqua calda con la sua schiava prediletta.  L’inquisizione e le morti si susseguirono, con forse minore ferocia rispetto alle cose orripilanti contro i Cristiani, ma certo con più sistematica e persistente azione, che ha natura  essenzialmente inquisitoria. .  Ma anche la fine di Nerone era prossima (Libro XVI).

      I giuristi,  legati allo studio del Corpus Juris Civilis  di Giustiniano, e delle leggi ad esso collegate, anche penali,  hanno la beata ingenuità di ritenere che i processi civili e penali funzionassero come descritti, ma non si sono mai dedicati ad uno studio delle narrazioni storiche e dei fatti che avvenivano realmente, dove si vede che il rito accusatorio era sì quello legale  nei tempi repubblicani e di inizio Impero, ma già con la prima congiura  il processo veniva svolto con metodi inquisitori  fin dall’inizio della storia giudiziaria romana, e infatti Cicerone nelle Catilinarie ne fa un’entusiasta esaltazione per giustificare poi i suoi stessi abusi.   E’  chiaro che all’abuso segue l’abuso in crescendo, per cui la fine della Repubblica  è dovuta ad azioni e reazioni di questo tipo che fanno della legge  una pura predicazione verbale, e non struttura viva delle Istituzioni.

       Direttamente dei Cristiani non parla più, nemmeno nelle “Storie”, opera che ci è giunta frammentaria.   Di questa è interessante  che nel Libro finale si diffonde sulla celebre guerra in Giudea, narrata anche da Giuseppe Flavio.  E’  però curioso che, mentre in quest’ ultima, l’autore si esalta come condottiero e poi come consigliere di Vespasiano e Tito,  in Tacito di Giuseppe non si parla affatto.  Eppure vi si dà una descrizione abbastanza precisa della religione e dei costumi ebraici  (Libro V, capitoli 1 -  13).  Per trovare un nuovo riferimento ai Cristiani e ai Giudei stessi occorre rifarsi alla “Chronica” di Sulpicio Severo, dove si riassumerebbero le parti perdute delle “Storie” di Tacito.  Al nostro fine risulta interessante un riferimento al rapporto Cristiani-Ebrei che dimostra quanto le due confessioni religiose venissero considerate molto vicine:
“… Si racconta che Tito, tenuto consiglio, abbia , in un primo tempo, dibattuto se un tempio, che tanto lavoro aveva richiesto per la sua costruzione [doveva trattarsi del celebre di Salomone], dovesse essere distrutto  Qualcuno riteneva che non fosse opportuno demolire un santuario… salvarlo voleva dire lasciare un documento della moderazione dei Romani… Altri invece (e lo stesso Tito era di questo avviso)  ritenevano che distruggere il tempio fosse un obbligo primario al fine di sopprimere più radicalmente le religioni di Giudei e Cristiani:  si trattava di due religioni, a dire il vero, ostili l’una  all’altra, ma comunque partite dagli stessi fondatori.  I Cristiani erano in fondo una setta dei Giudei:  tagliata la radice, anche il tronco si sarebbe facilmente seccato” [35].

    Strana ingenuità, perché non avvenne né per gli uni, né per gli altri; avvenne semmai l’esatto contrario, con la dispersione di Ebrei e di Cristiani nell’Impero.  Pare che allora non si fosse capita la differenza fondamentale tra i due gruppi, ancorché allora fossero ambedue limitati alla Palestina, che i Cristiani avevano una carica di convertibilità di altri popoli, che invece al Mosaismo mancava.

§  2.     I  CRISTIANI,  SECONDO  SVETONIO.
      Svetonio  dedica ai Cristiani ancor meno spazio di quanto avesse fatto Tacito, ma forse presenta minor rischio dell’interpolazione successiva.  Più che storico, Svetonio è una sorta di cronista e un biografo amante del pettegolezzo e dedito, più che ai grandi problemi politici dello Stato avviatosi a lento disfacimento,  ai vizi personali, specialmente sessuali, degli imperatori:  per questo è presumibile che quanto dice dei Cristiani non sia stato modificato.  Un primo cenno, alquanto dubbio, si ha nella descrizione della vita di Claudio:
“… Espulse da Roma i Giudei, che provocavano continui tumulti per istigazione di Cresto…” [36].

Il fatto dovette avvenire nel 49 d. C:  il “Cresto” di cui si parla, in latino “Chrestus”,  venne poi – su indicazioni di comodo di Giustino, Tertulliano e Lattanzio -  identificato in Cristo, il che però è dubitabile se si pensa che poi  Svetono nomina i “Cristiani”  con la “i”,  non con la “e”.  Faccende di pronuncia o di trascrizione da una lingua straniera al latino ?  D’altronde, il fatto stesso che si parli di tumulti e di un personaggio dato per vivo e non per morto (e risorto), dimostrerebbe che non c’è alcun legame tra le due cose, o perlomeno che è impossibile dimostrarlo.

     Svetonio parla ancora di Cristiani in occasione delle persecuzioni, ma senza collegarle  - come Tacito  - agli incendi, che vengono viceversa da lui attribuiti a Nerone stesso, voglioso di pessime ispirazioni materiali per il suo poema sull’incendio di Troia :
“ XVI. 2… si condannarono al supplizio i Cristiani, genere di persone dedite a una nuova e malefica superstizione… “ [37].

Tutto qui:  nulla è spiegato in che cosa consistessero le manifestazioni  di questa “malefica superstizione”.  Svetonio, che pure accusa Nerone di ogni turpitudine, sembra quasi dargli ragione.  Ordini ufficiali ?  Timori di passare altrimenti per cristiano ?  Chi lo sa,  certamente  tra questi signori  pre-giudicavano i Cristiani in questi termini, il che è abbastanza impressionante, se si pensa che in religione i Romani passavano per “tolleranti”.   Dopo questo, non un cenno, pur arrivando fino ai Flavi e, in particolare, fino a Domiziano.

§  3.     I  CRISTIANI   SECONDO  PLINIO   E  TRAIANO
      Traiano  è certamente considerato tra i più importanti imperatori, colui che estese l’Impero alla Dacia (attuale Romania) e  all’intera Mesopotamia.  Un imperatore proprio nel senso romano del termine, ossia degno di trionfi e formidabile comandante.  Quindi tutt’altro che un Nerone.  Imperatore adottivo ed eletto, viene inserito nella dinastia degli Antonini a partire da Nerva.  Siamo ormai nel II secolo d. C.  Malgrado le ottime qualità dell’uomo, nondimeno considerò i Cristiani con non minore asprezza dei suoi precedessori.  Resta a proposito uno scambio di lettere tra lui e Plinio il Giovane sulla procedura da utilizzare nei confronti dei Cristiani:  tale  carteggio esiste ancora ed è stato anche pubblicato e tradotto, ma è di difficile reperimento, e devo limitarmi a brevi citazioni.  Plinio, allora procuratore imperiale in Bitinia  (nell’attuale Turchia),  chiede disposizioni a Traiano, di cui era ammiratore, tanto da dedicargli un “Panegirico”, discorso di esaltazione anche quello rimastoci,  sul sistema di indagine e di repressione, da eseguire con i Cristiani, a suo dire ormai molto diffusi (già, ma mai che si dica una qualche cifra sia pure approssimativa):
“… questa contagiosa superstizione non si limita soltanto alle città, ma è diffusa anche nei villaggi e nei distretti rurali;  sembra possibile, tuttavia, frenarla  e curarla…” [39] .

      Traiano risponde, elogiandone l’attenzione :
“ Hai seguito il giusto corso, mio caro Plinio, nell’investigare i casi di quelli che ti erano stati denunciati come cristiani.  Non è possibile stabilire  una regola universale… in tutti i casi di questa natura.  Non si deve ricercare questa gente, ma se vengono denunciati e trovati colpevoli [mai si capisce di che cosa esattamente:  di quale reato potevano essere accusati,  non veniva mai  spiegato.  Non pare che il solo essere o dichiararsi cristiano  potesse essere definito un reato, neppure come abuso legislativo], debbono essere puniti, con questa avvertenza, che quando la persona nega di essere cristiana , e riesce a provare di non esserlo, adorando gli dèi, sarà perdonata per il pentimento dimostrato, anche se in precedenza  abbia destato qualche sospetto. Però accuse fatte sotto forma di lettere anonime non debbono essere ammesse come prove contro nessuno, perché rappresentano un pessimo precedente e non sono consone con lo spirito del tempo” [39].

     Pur nella brevità dei riferimenti, si capisce che la procedura utilizzata contro i Cristiani  è nettamente inquisitoria, anche  sotto Traiano, di cui Tertulliano più tardi sottolineò la contraddittorietà.  Pretende che non siano preventivamente perseguitati, ma poi ne accetta le denunce, sia pure sotto la garanzia del divieto dell’anonimato,  L’indagato/imputato deve riuscire a provare di non essere cristiano, oltre che a parole,  anche sacrificando agli dèi.  E’  probabile che non tutti avessero vocazione al martirio, e perciò facessero apostasia o dicessero di non esserlo mai  stati.  Né  Plinio, né Traiano sembrano rendersi conto che quel sistema di repressione,  non  giustificato da colpe precise,  non faceva che spingere altri alla conversione.  Sienkiewicz, nel suo “Quo Vadis”, spiega magistralmente il passaggio psicologico alla conversione proprio nel mezzo filosofo e mezzo sofista,  e spia, greco, Chilone Chilonide, quando dopo aver denunciato i Cristiani come autori dell’incendio,  viene ospitato alla corte di Nerone e deve assistere agli strazi dei Cristiani.  Il coraggio indomabile di questi, la loro gioia nell’affrontare la morte pur nella sofferenza, lo fa pentire ed egli stesso accusa Nerone di orrore criminale e di essere il vero incendiario.  L’imperatore quindi lo fa prima bastonare, poi trascinare alla croce.  L’uomo che non è un eroe, piange, ma non rinuncia  alla sua nuova fede, che proclama come può fino alla morte.   Come dirà non meno magistralmente Tertulliano (lo citerò  nell’ultimo capitolo),  il sangue dei Cristiani era seme di nuove conversioni al Cristianesimo, come del resto lo stesso Tacito aveva  intuìto.  E nondimeno gli imperatori seguirono la loro cattiva indole  fino a tutto il III secolo.

§   4.     I CRISTIANI  SECONDO  CELSO .
    Sui motivi di opposizione al Cristianesimo scrisse un’opera “Contro  i Cristiani” il filosofo neoplatonico, di cui pure sono rimasti altri lavori, Porfirio, ma è andata distrutta per ordine degli imperatori nel V secolo d. C.  Lo stesso dicasi per la correlativa opera di  Giuliano l’Apostata che, nato da Cristiani,  si convertì al laicismo neoplatonico e tentò vanamente di ripristinare la fede  politeista (non perché convinto di questa, ma per limitare l’espandersi del Cristianesimo, non dimentichiamo allora diviso  in varie tendenze, quasi tutte poi definite eretiche e a loro volta perseguitate e represse).  L’unico lavoro che ci resta è, grazie alla confutazione del filosofo Origene nel III secolo d. C. contro il libro “Della Verità” di questo non ben identificato Celso, che ho citato nel precedente saggio sui due Jehoshua.  I riferimenti riportati da Origene costituiscono ora una sorta di riassunto delle tesi laiche e politeiste  contro i Cristiani. Finalmente,  con Celso si ha almeno una descrizione di tutto ciò che per i Romani laici o religiosi suscitava scandalo, ma va sottolineato che la sua è una critica di natura razionalista e solo genericamente religiosa :
“(IV, 69)  Il mondo sensibile  non è un dono dato all’uomo, ma ciascuna cosa nasce e perisce secondo quella vicenda… di trasformazione dell’una nell’altra, in vista della conservazione dell’universo [dottrina neostoica, presente anche in Seneca, che prelude al celebre “nulla si crea, nulla si distrugge, ma tutto si trasforma”, di Lavoisier]

(IV, 71) Gli Ebrei e i Cristiani attribuiscono a Dio collera e minacce, (IV, 72), cioè le umane passioni…

(IV, 74) Affermano dunque che Dio ha creato ogni cosa per l’uomo.  Ma in realtà ogni cosa è nata non più per gli uomini che per gli animali…

(IV, 99)  Dunque, non per l’uomo sono state create tutte le cose…, ma perché questo universo, quale opera di Dio, riceva  da tutte quante le parti completezza e perfezione.  A questo fine tutti gli enti sono commisurati… ognuno all’universo.  E’  di questo che Dio si prende cura, non abbandonandolo con la sua provvidenza.  Né Dio si adira a causa degli uomini come non si adira nemmeno per le scimmie e per i topi  [Celso è su posizioni eclettiche, per certi versi vicine al neoplatonismo, per altre al neostoicismo.  Per lui, Dio  è Entità impassibile, non antropomorfa, Provvidente, ma per tutti gli enti da lui creati,  in modo uguale, e non sceglie l’uomo, neppure in quanto essere razionale, come prevalente rispetto agli altri]

(V, 14) Altra loro stolta credenza è che, quando Dio, quasi fosse un cuoco, avrà acceso il fuoco, tutto il resto dell’umana stirpe sarà abbrustolita, e loro soli  resteranno, e non solo i vivi,, ma anche, risorti con quelle stesse carni dalla terra, quelli che… morirono.  Solo i vermi potrebbero nutrire tale speranza .  Infatti quale anima umana potrebbe desiderare ancora un corpo putrefatto ? [Celso fa qui una satira della dottrina, farisaica e cristiana,  della resurrezione dei corpi, cosa che sappiamo non condivisa dai Sadducei, e che ha quasi certamente origini egizie:  la mummificazione doveva servire a preservare il corpo dalla putrefazione appunto per consentirgli di risorgere]

(V, 25)…..  ogni popolo ha ritenuto di seguire una consuetudine propria ed è necessario conservare i princìpi vigenti nella comunità… Sarebbe un’empietà sovvertire le istituzioni originarie dei vari luoghi [questa la motivazione della cosiddetta “tolleranza”  pagana]

(V, 41)… Se dunque gli Ebrei difendessero la loro particolare tradizione nell’ambito di tale atteggiamento, non sarebbero da biasimarsi, ma piuttosto… coloro che hanno abbandonato le proprie tradizioni ed hanno assunto quelle degli Ebrei…

(VI, 7a) Ora, i Cristiani non solo hanno frainteso Platone ma pretendono pure una fede immediata , mentre invece Platone dice che ‘quando si usi il metodo delle domande e delle risposte’, a quelli che seguendo i suoi princìpi si impegnano nella filosofia, ‘si illumina la mente’…

(VI, 8)… Platone non va predicando prodigi e neppure chiude la bocca a chi vuole un ragguaglio sulla natura di quanto egli professa, e neppure pretende una immediata e preventiva fede…

(VI, 10 c) I Cristiani invece, a tutti quelli che loro si accostano, dicono: ‘Prima di tutto devi credere che colui che ti presento è il figlio di Dio…

(VI, 12)  I Cristiani  sostengono che la sapienza umana è stoltezza davanti a Dio… essi vogliono trar dalla loro solo gli incolti e gli stolti…

(VI, 38 b) Fanno inoltre  di una certa magica stregoneria e questo per loro è il culmine della sapienza…   (VI, 41)  A tal proposito dirò che un certo Dionisio,musico egiziano… a proposito delle arti della magia, mi disse che essa esplica il suo potere sugli incolti e sui corrotti, mentre non è in grado di far nulla di fronte a chi si è dato alla filosofia… ad adottare una sana regola di vita…” [40].

      Intanto,  qui è interessante notare come la magia venisse criticata da Celso e anche considerata, in certe sue forme nocive,  come un reato già dall’antica Roma non cristiana;  che uno dei capi d’accusa fosse dunque quello di dedicarsi a forme nocive di magia;  che Celso  è su un fronte opposto al pur “pagano” Lucio Apuleio, anch’egli accusato di magia, e che per questo accosterò in un singolare confronto processuale con Tertulliano.  Va detto qui però che Apuleio ebbe un processo di tipo accusatorio, e non inquisitorio, come avveniva per i Cristiani.  Il riferimento alla magia  è fondato su certi metodi taumaturgici o miracolosi, sia da parte di Gesù Cristo, sia di molti Cristiani (come Pietro e Paolo).  Le guarigioni, che Celso sottolineava come avvenute con gente ignorante e non certo con i filosofi,   avevano una natura di suggestione psicologica, non  appartenente alla medicina allora (ed oggi)  codificata, se non in misura limitata (l’uso dei cosiddetti “placebo”, prodotti innocui, ma che il malato crede terapeutici e ne ha effetti positivi).

“(VI, 60 a) Ma ancor più sciocco è l’avere assegnato alla creazione del mondo anche un determinato numero di giorni prima che esistessero i giorni:  e infatti come potevano esistere i giorni quando il cielo non c’era ancora e la terra non era stata fondata e il sole non faceva qui il suo giro ? [l’obiezione di Celso, in questo caso,  è logica solo in apparenza, a meno di non ritenere la creazione dell’Universo in tutti i casi istantanea, immediata, e non una successione di eventi.  Qualora egli, come tanti altri, ritenesse che la creazione è una successione, nulla vieta di calcolare in “giorni” le varie tappe di questa creazione.  Il tempo, infatti, come atto mentale e non reale, ovvero non connesso a fenomeni astronomici stellari e planetari,  essendo una dimensione interiore logica della mente umana, esula da questi stessi fenomeni, e quindi ogni fase creativa può essere chiamata “giorno”,  non necessariamente dipendente dall’apparente moto del Sole intorno alla Terra, non necessariamente dura 24 ore o quante ne dura da ciascuna alba a ciascun tramonto (massime al solstizio d’estate, minime al solstizio d’inverno).   Viceversa, se la creazione fosse stata ritenuta da Celso un atto istantaneo e completo (ma questo non sembra, per quanto appare nella sua concezione della divinità), allora qualsiasi “tempo” sarebbe fuori luogo.  L’idea del tempo sorge nella mente umana come misuratore  dei fenomeni naturali regolari e ripetitivi.]

(VI, 53)…  Degno certo di grande venerazione questo Dio che aspira ad essere padre di peccatori da un altro condannati, di diseredati e, come essi stessi dicono, di ‘rifiuti’;  questo Dio che non è in grado di riscattare, una volta arrestato, colui che egli inviò per portarlo via di nascosto [riferimento a Gesù stesso, proclamato dai Cristiani, in tutte le loro varianti, come Figlio di Dio e da Lui inviato a redimere il peccato originale]

(VI, 60 b)… consideriamo quanto sia assurdo un Dio… che in un giorno crei solo un tanto, nel secondo un altro tanto ancora…; (VI, 61 a) e, dopo questo, proprio come un pessimo artigiano, si senta stanco e provi il bisogno di starsene a far nulla per riposare. (b) Ora al primo Dio non s’addice stancarsi, né operare manualmente, né comandare… (VI, 63) Dio non fece l’uomo a sua immagine, perché egli non è così fatto, né è simile ad alcuna altra forma; (VI, 64)… Neppure dell’essere è partecipe Dio. (VI, 65)  Da Dio provengono tutte le cose, ma Dio non proviene da nessuna e nemmeno è raggiungibile alla ragione [qui nella foga della polemica, Celso si contraddice:  se Dio fosse inaccessibile in ogni forma alla mente umana come potremmo sapere che esiste, e come sapremmo distinguere Dio da ogni sua creatura?] e nemmeno è nominabile [l’argomento dell’Innominabilità di Dio, del resto prevista già dagli Ebrei e in parte definita all’inizio dei Comandamenti, verrà ripresa poi dai Cristiani stessi e, in particolare, come si vedrà da Giustino, pressoché contemporaneo di Celso.  Ma se Dio è Innominabile, come mai lo chiamiamo così, e non ne taciamo del tutto il Nome?  Ma di che parleremmo allora ? ], perché Dio non patisce nulla che sia compreso in un nome, essendo egli al di fuori di ogni passione [e  sia pure in senso assoluto, infatti Dio è chiamato diversamente secondo le varie lingue umane, ma l’idea di un Ente Creatore, Intelligente e Volente, superiore ad ogni altro (come lo definì Anselmo d’Aosta, il Maggiore Pensabile e quindi, per ciò stesso, Assolutamente Esistente),  è concetto comune a qualunque popolo, fede o lingua in cui si esprima.  Altra cosa, ovviamente, è questa o quella idea umana determinata di Dio]

(VII, 27)   Essi parlano di Dio come se fosse un corpo e un corpo di forma umana [ciò è interessante rilevare perché  non può essere accusato di “politeismo e paganesimo”  chi abbia una concezione del tutto opposta all’antropomorfismo.  Celso esprime una concezione filosofica assolutamente monoteista della Divinità,  Individuo (ovvero Indiviso) ma non Persona, ne fa una Entità  Pensante ed Agente priva d’ogni materia e quindi di ogni forma fisica, eterna, qualcosa che può avvicinarsi al Deismo moderno, sorto in Europa nella fase pre-illuministica, soprattutto in Gran Bretagna con Herbert of Cherbury e con immediati precursori da Giordano Bruno a Campanella, Miguel Serveto, i fratelli Socini, ecc.   In effetti, tanto il neoplatonismo, quanto il neostoicismo, con scambi reciproci, arrivano ad una filosofia religiosa e teologica assolutamente più avanzata  di quella idea di Divinità a cui era giunto  il Cristianesimo, e che poi questo  superò appena nel Medioevo, anche attraverso la reinterpretazione della filosofia  araba ed ebraica, ambedue fondate su un rigorosissimo monoteismo].   Se poi si chiede loro: ‘In quale sede voi andrete e con quale speranza?’, essi risponderanno che andranno in un’altra Terra, migliore di questa…
(VII, 32)  Circa la resurrezione dicono che la ‘tenda’ dell’anima, della quale non vogliono essere svestiti, ma sulla quale vogliono porre un altro vestito, è in rapporto col seme.  Ma essi parlano di resurrezione perché hanno frainteso la reincarnazione [la tesi della resurrezione dei corpi era già presente  su fonti assai antiche negli antichi Egizi, e tra i Farisei, diversamente  dai Sadducei.  In effetti, l’interpretazione da dare a questa “resurrezione”  è piuttosto difficoltosa ed assolutamente discutibile. Diverse sono la resurrezione di Lazzaro (o anche della figlia del centurione), che si alza sano con un corpo già  in putrefazione, e quella di Gesù, il cui corpo  è simile a quello precedente la sua crocifissione, tanto che ne porta ancora le piaghe aperte, eppure  non appare immediatamente riconoscibile a nessuno dei personaggi  che lo incontra.  Il corpo di Gesù è, se così si può dire, di una sostanza immortale, non più fatto  di materia fisica decomponibile, come la conosciamo.  Ora, come sarebbero i corpi umani dopo la loro resurrezione ?  Simili a quello di Lazzaro (della cui fine poi nulla si sa) o simili a quello di Gesù ?  La fede cristiana, espressa anche nel “Credo” di Nicea, fa supporre che la loro natura ricorderà  il fisico da vivo, ma sarà della stessa sostanza immortale del corpo  di Gesù risorto.  E’  banale notare che, per qualunque razionalista,  questa sia una fiaba non dissimile dalle leggende greco-romane con dèi immortali, ma dotati di uno speciale corpo fisico, con cui mangiano e bevono, ed hanno perfino rapporti sessuali e procreativi.  Partendo da simili antropomorfismi  sulla divinità, non era impensabile trasferire tale natura super-umana all’idea di resurrezione, che finisce per coincidere con una forma di metempsicosi o di reincarnazione]… 

(VI, 36) Ma essi chiederanno ancora come potranno conoscere Dio se non possono percepirlo coi sensi;  prescindendo  dai sensi  - essi dicono -  non è possibile conoscere nulla. Ma questa non è la voce di un uomo o dell’anima, bensì quella della carne.  Ascoltino, tuttavia, se pure, razza vile e legata al corpo come sono, sono in grado di capire qualcosa;  se, chiusi gli occhi dei sensi, guarderete in alto con la mente… desterete gli occhi dell’anima, solo allora vedrete Dio… [queste obiezioni faranno il loro effetto, sia con Giustino, considerato il primo filosofo cristiano,  sia con i successori di questo, i quali, del resto con una pregressa cultura neoplatonica, capiranno la validità  delle critiche che i Neoplatonici e i Neostoici rivolgevano ai Cristiani comuni o non intellettuali, viceversa molto legati alla pregressa cultura politeista.  Ed ecco come si passa ora, dalle pesanti critiche di natura razionale alle motivazioni giuridiche giudiziarie]

(VII, 40) E per un siffatto inganno e per quei mirabili consiglieri, e per le magiche formule che rivolgete al leone, all’anfibio e al mostro con testa d’asino [si tratta di voluti fraintendimenti di certi simbolismi, non propriamente cristiani, ma gnostici,  che forse trovano ispirazione in certi punti del Vangelo:  l’asino, la cui testa sarebbe stata adorata dai Cristiani, non è che l’asinello  della grotta che, col bue, scalda Gesù, oppure l’asinello con cui Gesù entra trionfante in Gerusalemme] e a tutti gli altri divini custodi delle porte, i cui nomi voi miserabili penosamente  apprendete in preda ad un cattivo demone, venite trascinati al supplizio e crocefissi.  (VII, 41 Ma se volete che non vi manchino le antiche guide e gli uomini santi, seguite i poeti ispirati da Dio, i sapienti e i filosofi, dai quali apprenderete molte divine verità.  (VII, 42) e a quell’illuminante maestro che è Platone [che sia sua o che gli venga attribuita da Origene o da successivi copisti,  accostare la filosofia platonica a quella di antichi poeti (evidentemente Omero ed Esiodo)  è una patente contraddizione, visto che alla mitologia poetica spetta proprio la raffigurazione fisica e psichica degli dèi, nel senso antropomorfico, che Celso stesso rinfacciava ai Cristiani]

(VII, 62)… essi non possono soffrire la vista dei templi, degli altari e delle statue [come gli Ebrei, i primi Cristiani sono ferocemente anti-idolatri.  Non è dunque improbabile che a loro venissero attribuiti danneggiamenti di templi o di statue, né è impossibile immaginare che alcuni gruppi effettivamente lo facessero.  Oggi la cosa può stupire, visto l’uso di immagini sacre, ma nel Medioevo nell’Impero di Bisanzio, su imitazione delle analoghe posizioni islamiche,  vi fu la corrente degli iconoclasti, i quali appunto distruggevano le immagini sante, anche su ordine di una serie di imperatori,  attorno all’VIII secolo, soprattutto con Leone III Isaurico].  Nemmeno gli Sciti tollerano ciò, né i Nomadi della Libia, né i Seri [si riferirebbe ai Cinesi o a qualche loro specifico gruppo, probabilmente zoroastriano] che non hanno dèi e nemmeno altre popolazioni completamente prive di leggi e di religione.  Anche i Persiani hanno queste usanze…

I Cristiani invece hanno in assoluto dispregio le statue.   Sapienza davvero ridicola… Nessuno, se non uno sciocco completo, stima Dèi questi oggetti e non invece offerte votive e immagini degli Dèi… essi non s’accorgono di confutare se stessi nel momento in cui dicono che ‘Dio  fece l’uomo come sua propria immagine’…

(VII, 68)  …  Tutto ciò che esiste nell’universo, sia esso opera di Dio o di angeli o di altri demoni o di eroi, ha pur sempre la sua legge dal massimo Dio… Questo essere dunque, che ha ottenuto da Dio la potestà, non otterrà giustamente un culto da parte di chi venera Dio ?  Ma ‘non è possibile’ dice Gesù ‘che la stessa persona sia serva di più padroni’.  (VIII, 2) Questo è parlare di rivoltosi [il neretto è mio, per sottolineare il punto di grave frizione politica, tra Cristiani del II secolo e “pagani”:  per Celso che pure fa proclamazione di impersonalismo assoluto di Dio, occorre aprire al politeismo, ammettendo “divinità” e semidivinità, creature spirituali superiori all’uomo e al “servizio” di Dio, in evidente autocontraddizione,  che necessitano di culto.  Il non  compierlo è addirittura considerato reato di rivoltosi o facinorosi]… poiché a Dio non può giungere né danno, né dolore, è assurdo farsi lo scrupolo di render culto a più Dèi, come invece avviene nel caso di uomini, di eroi e di dèmoni analoghi…

(VIII, 12) … ora essi rendono un culto esagerato a costui [Gesù], comparso pur ora, e ciò nonostante reputano di non commettere mancanza alcuna  verso Dio se anche il suo ministro verrà onorato…

(VIII, 17)  Essi rifuggono dall’innalzare altari, statue e templi.  Questa loro fede è la parola d’ordine di una segreta e misteriosa società.  (VIII, 21) Dio è in realtà comune a tutti, buono, esente da necessità ed estraneo ad ogni invidia.  Pertanto nulla vieta che coloro che gli sono particolarmente devoti partecipino anche alle pubbliche  festività [qui dunque Celso li accusa di separarsi da pubbliche cerimonie e festività religiose tradizionali, di rendersi clandestini, misteriosi “settari”, come diremmo noi oggi:  in effetti non si rende conto che le cerimonie religiose tradizionali e politeiste erano anche cerimonie spinte, portate ai sacrifici di animali che, ormai, i Cristiani avevano rigettato,  ritenendo che il Sacrificio dell’Agnello avesse eliminato la necessità di ogni sacrificio cruento con animali, ancora usato dagli Ebrei oltre che dai politeisti.  Simili cose, accompagnate anche da riti di tipo sessuale, dovevano essere considerate peccaminose e blasfeme dai Cristiani.  Di qui la separazione, che non è per nulla assoluta, tanto è vero che le apologie della religione cristiana cominciano largamente a diffondersi.  Celso, altresì, mescola, forse anche per ignoranza delle differenze,  le procedure gnostiche con quelle più rigorosamente cristiane.  Ma l’uso di misteri e di riti segreti  era diffuso anche fra i politeisti (pensiamo soprattutto alla dea Vesta e alle Vestali, ai riti orfici e neo-pitagorici).  Dunque, come motivo di così atroci persecuzioni  era assai fragile]

(VIII, 38)  Ma i Cristiani dico: ‘Ecco qua!  Mi metto davanti alla statua di Zeus o a quella di Apollo… e la ingiurio e la percuoto:  eppure non si vendica contro di me (VIII, 39).  Non vedi, dunque, caro mio, che anche al tuo dèmone non solo si può… bestemmiarlo, ma si può persino bandirlo da ogni terra… E si può mettere in catene te, a lui consacrato come una statua, e condurti al supplizio e crocifiggerti. E quel… figlio di Dio non prende le tue vendette! [assai magro argomento, infatti, in quanto fondato solo sul predominio del più forte:  quando i Cristiani avranno il sopravvento, toccherà ai “pagani” a dover fare una triste fine, con metodi non dissimili:  pensiamo ad esempio alla tristissima fine di Ipazia ad Alessandria, massacrata in quanto neoplatonica e studiosa dell’universo !]

(VIII, 40) Ma  - dice il sacerdote di Apollo e quello di Zeus -  ‘i mulini degli Dèi macinano lentamente, e per i figli dei figli che un giorno nasceranno’  [altra idea comune a tutte le religioni:  la divinità raramente o mai esegue con immediatezza la propria volontà punitiva.  Il suo calendario non è quello umano, legato ad una breve vita del singolo.  Celso però applica questo corretto principio solo ai Cristiani e non a tutte le religioni.  Quello che segue è ancora peggiore]

(VIII, 41) … Invece, per aver torturato e giustiziato il tuo Dio quando era al mondo, i suoi giustizieri non solo non ne hanno avuto danno alcuno allora, ma neppure in seguito… E quale novità è accaduta allora per cui si possa credere che egli non era un uomo impostore, ma il figlio di Dio ?... questi nostri Dèi si vendicano e severamente di colui che li oltraggia, sia che per ciò egli fugga o si nasconda, sia che venga preso e fatto perire [l’argomento di Celso, tipico dei giuristi,  è quello della forza prevalente, una tesi che si ritorcerà inevitabilmente sia contro i “pagani”, sia contro  le minoranze qualificate “eretiche”]

(VIII, 54 a) Ma, mentre dovrebbero obbedire loro, (b) i Cristiani oltraggiano i dèmoni di quaggiù (c) e sconsideratamente offrono il loro corpo alle torture  e ad una morte crudele. (d)  Ma se non amano la vita è perché sono come i malfattori che affrontano, facendosene una ragione, le pene che patiscono in punizione delle loro azioni brigantesche [qui, il discorso di Celso è puramente sofistico:  il fatto di non adorare dèi, idoli o dèmoni, perché non si crede ad essi, viene parificato al delitto e alle relative punizioni.  A Celso sembra che i Cristiani affrontino orribili sofferenze, non per manifestazione della loro fede, ma in quanto si ritengano colpevoli di qualche delitto]

(VIII, 55) Logica vuole che si accolga una delle due alternative;  se si rifiutano di prestare i giusti atti di culto e di onorare gli esseri che sovraintendono a queste umane attività, in tal caso non debbono assumere la condizione dell’uomo adulto, né prender moglie, né aver figli, né fare nient’altro nella vita, ma andarsene tutti quanti, senza lasciare il minimo seme, perché sulla terra una tal razza possa essere completamente cancellata [in effetti molti Cristiani  ritenevano cosa santa evitare i rapporti sessuali, sposarsi o che altro, anche se Paolo aveva asserito che “è meglio sposarsi che bruciare”  (di passione e all’inferno dopo morti).  Origene arrivò all’autoevirazione pur di non soggiacere agli istinti, sebbene l’evirazione serve a non  generare, ma non ad evitare rapporti sessuali, se è compiuta la maturazione sessuale;  infatti non solo i testicoli contribuiscono alla produzione di ormoni, ma anche la prostata, per cui solo eliminando anche questa si dovrebbe raggiungere anticipatamente la “pace dei sensi”].  Se invece prenderanno moglie, avranno figli, gusteranno i frutti, parteciperanno alle attività della vita e sopporteranno i mali ad essa imposti -  è legge di natura questa… -  in tal caso debbono rendere i convenienti onori agli esseri che a quelle attività sovraintendono… Altrimenti appariranno anche ingrati verso quegli esseri… [poi però aggiunge che a questi esseri superiori all’uomo, ma inferiori a Dio, il culto è dovuto solo per gratitudine ed utilità materiale].  (VIII, 63 a)…Anzi, con questi dèmoni o senza dèmoni, l’anima sia sempre tesa a Dio [insomma,  con aria un tantino sorniona,  Celso sembra fare l’occhietto ai Cristiani, dicendo loro:  “Ma che male c’è ad adorare questi esseri, questi dèmoni.  Di certo Dio non se ne scandalizza”]
(VIII, 65 a)  I Cristiani invece sono folli e sfrenatamente si dànno a suscitare contro se stessi la collera di un imperatore o di un potente, collera che li porta ai maltrattamenti, alle torture ed anche alla morte.

(b) Perché non vuoi giurare sulla fortuna dell’imperatore ?  (VIII, 66)  Se tu fossi un adoratore di Dio e ti si ordinasse di commettere un’empietà o di pronunziare una parola turpe, mai e in nessun modo dovresti lasciarti convincere, ma piuttosto che commettere un’empietà contro Dio, non dico con la parola, ma nemmeno col pensiero, dovresti esser pronto a resistere ad ogni tortura ed affrontare ogni tipo di morte  [Celso, dunque, ammette il martirio qualora si ordinasse al Cristiano di bestemmiare il proprio Dio, ma non certo per celebrare la Fortuna o il Genio o la Divinità, che sia,  dell’imperatore.  Il punto di contrasto è proprio qui:  per Celso, filosofo neoplatonico eclettico,  si può ben conciliare il culto dell’Unico Dio  con il culto minore per varie entità spirituali;  viceversa, per il Cristiano di quel tempo, esaltare qualcosa che non sia Dio stesso  è già una bestemmia verso Dio, che è Geloso, come si qualifica all’inizio della Bibbia.  Il dialogo dunque non poteva che essere tra sordi]

(VIII, 68)  …  Sappi che, se cercherai di vanificare questo principio, giustamente l’imperatore ti punirà, perché, se tutti facessero come te, nulla potrebbe impedire che l’imperatore sia lasciato solo, che tutti i beni della terra cadano nelle mani dei barbari più empi e selvaggi e che tra gli uomini non sopravviva alcuna né della tua religione, né della tua veritiera sapienza.

(VIII, 69)  E nemmeno mi verrai a dire che se i Romani, dando retta a te…, invocassero il tuo Altissimo…, egli scendendo dal cielo verrà a combattere in loro favore…

(VIII, 73)  Vi esorto dunque a sostenere con tutte le forze l’imperatore e ad impegnarvi insieme con lui nelle giuste imprese, a combattere  per lui, a partecipare  alle sue spedizioni, quando egli lo richieda, a porvi al comando degli eserciti con lui, (VIII, 75) a governare con lui la patria, se si rende necessario, e a fare questo per la salvezza delle leggi e della religione…” [41].

   Qui praticamente si conclude l’opera, così come riportata da Origene.  Ammesso che Celso non  sia un personaggio semi-inventato (molte le sue contraddizioni), se ne deduce che egli è un funzionario, diremmo quasi un burocrate, imperiale abbastanza servile.  Certo, conosce bene tanto la filosofia, quanto le tesi di Ebrei e Cristiani, di cui critica molti punti teologici e mitologici, ma il suo obiettivo intrinseco non è quello di dimostrare  l’intrinseca falsità o erroneità del Cristianesimo, bensì la pericolosità politica che esso costituisce, sostenendo la non adorabilità dell’imperatore, l’inimicizia verso tutte le altre religioni di tendenza politeista, la considerazione dell’Ebraismo come “deicida”,  a cui allora associa pure  il governo romano, anche se questo non è reso esplicito da Origene,  governo che doveva essere boicottato secondo le antiche profezie  - Daniele – e secondo l’Apocalisse di Giovanni ed altre molte, apocrife.  Ma tale dottrina antigovernativa sparirà con l’affermarsi dell’Impero Cristiano, più che con Costantino, con Teodosio e successori, mentre resterà l’ostilità  verso gli Ebrei per quasi duemila anni.  Celso  crede di pretendere poco dai Cristiani, rinunciando all’ostilità verso il Potere dominante, e non capisce che il Cristianesimo ritiene  (nel II e III secolo, intendiamoci) tutto opera del Demonio  l’Impero Romano ed ogni altro Regno umano, che deve essere  abbattuto da Dio stesso, tramite la Persona di Cristo.  Quanto questa dottrina sia diventata, in quei primi secoli, azione effettivamente violenta è difficile dire, mancandone ogni documentazione.  Sarebbe impensabile credere che non  vi fossero moti fanatici e materialmente violenti, come ve ne sarebbero stati di lì al IV – V secolo, ma dalla parte opposta, tutta tesa alla glorificazione di coloro che assumevano il Potere con la forza o l’inganno, o questo e quella insieme,  si generalizzava a tutti i Cristiani, pacifici e innocui cittadini  per forza di cose (anche il loro numero, essendo stato esagerato e senza contare le molte divisioni interne, sembrava crescente fonte di pericolo),  scatenando le periodiche e terribili inquisizioni e persecuzioni.   Come pur vediamo anche in Celso,  accuse precise e meritevoli di punizione,  non sembrano risultare (mai dimenticare che si tratta di opera molto  “ridotta”  rispetto all’originale,  mentre dell’opera originaria non abbiamo nulla,  così come quella di Porfirio o di Giuliano l’Apostata).

     Ma il vero, e quasi incontrollabile timore degli imperatori, cosiddetti “pagani”  e dei loro funzionari e sostenitori, consisteva (il che quasi certamente non sarebbe avvenuto se a Roma fosse persistita la Repubblica [42]) nel fatto che i loro traballanti troni potevano reggere solo finché  le masse  continuavano a crederli dèi o semidei, esseri veramente divini, e che senza questa povera disgraziata convinzione  l’Impero avrebbe perso ogni disciplina. In caso contrario, se il Cristianesimo si fosse affermato  come religione prevalente o unica,  l’Impero stesso si sarebbe sfaldato.  Insomma, per dirla con linguaggio non propriamente storico,  tutta la forza dell’Impero e degli imperatori doveva fondarsi su una “balla colossale”.  Non era così, ma proprio questo pregiudizio di fondo contribuì allora e anche più tardi, quando ormai il Cristianesimo, sia pure ancora diviso,  si era affermato come Dottrina di Stato,  a non far reggere l’Impero specialmente in Occidente.

Capitolo  Quarto
LA RISPOSTA CRISTIANA. LE APOLOGIE DI GIUSTINO

     Ci si può chiedere perché, ad Impero Romano ormai affermato,  tanto i Vangeli quanto le varie Apologie cristiane siano scritti in greco e non in latino.  L’Impero Romano, in effetti era bilingue e anche culturalmente si presentava sotto questo duplice aspetto.  Tutti i grandi letterati romani, tra I secolo a. C. e I secolo d. C.,  conoscevano il greco altrettanto bene del latino (l’ho accennato parlando di  Quintiliano).   Tra le popolazioni, ad occidente prevaleva il latino (sia pure con le varianti delle lingue d’origine), in oriente il greco.  La divisione dell’Impero, tra occidente ed oriente, prima solo amministrativa ed organizzativa con Diocleziano, poi sempre più politica ed istituzionale con la morte di Teodosio,  non era il capriccio di un qualche imperatore, ma la raffigurazione di una realtà.  Questo in generale.  La domanda posta all’inizio riguardava specificamente le polemiche tra Cristiani e cosiddetti “pagani”, espressa nel II  secolo essenzialmente in greco.  Questo avveniva per una ragione obiettiva, che confuta  certe teorie su una rapidissima diffusione del Cristianesimo in tutto l’Impero e che, ad esempio, vi fossero  chissà quanti Cristiani da perseguitare. Proprio dall’uso del greco in queste polemiche, si deduce che il Cristianesimo, nelle sue varie interpretazioni, sètte ed eresie, era inizialmente diffuso soprattutto in Oriente.  Si è visto che Plinio procuratore imperiale in Bitinia  parla di un crescente numero di Cristiani, ma non specifica quanti nemmeno in modo sommario, ma la Bitinia era una regione, già regno ellenistico, presente nell’attuale Turchia.  Di una certa diffusione del Cristianesimo in occidente si può parlare solo dal II secolo avanzato, ed anche lì  in modo assai vago e, spesso, a scopi propagandistici (sia da parte “pagana”,  sia da parte cristiana:  la prima per segnalare un pericolo crescente da reprimere, la seconda per farsene un vanto).  Di qui la ragione dell’uso del greco, molto diffuso nella metà orientale  dell’Impero.  La stessa parola Vangelo o Evangelo, che significa appunto “Buona Notizia, Buon Messaggio”,  è parola ricalcata dal corrispondente termine greco.  Detto ciò, passiamo a spiegare  in che cosa consistette  la Risposta Cristiana alle aggressioni verbali e giudiziarie dei “pagani”.  Nel I secolo d. C,, a parte i vari testi del Vangelo (Atti degli Apostoli, Lettere ecc.),  nulla fu prodotto dai Cristiani in propria difesa.  Lo stesso testo che abbiamo di Paolo  in propria difesa, contro l’azione giudiziaria subìta in varie tappe, null’altro dimostra se non che egli era cittadino romano e che aveva determinati diritti.  Questo poteva affermarlo solo con imperatori rispettosi della legge, ma immaginiamo che con un Caligola e con un Nerone  farsi vanto di questo non serviva a nulla.  Ad ogni modo non c’è un confronto approfondito, che semmai riguarda gli antagonismi con gli Ebrei tradizionalisti piuttosto che con la tradizione greco-romana.  L’azione di propaganda e conversione cristiana, per vari decenni, si limitò alle classi inferiori del popolo, convincendoli a rinnegare il loro politeismo,  accettando ed insieme ridimensionando  tutte quelle immaginarie entità, spesso trasformandole,  a seconda dei casi,  in angeli e demòni, oppure in santi protettori. La Madre degli Dèi venne facilmente trasformata in Madre di Dio, con un lavoro che potremmo dire di sincresi religiosa.  Gradualmente, anche l’anti-idolatria, di stretta osservanza ebraica, finì per essere smorzata e trasformata, per cui le raffigurazioni di profeti, di santi e di martiri, o l’uso di simboli (la croce,  Gesù Buon Pastore, ecc.)  cominciarono a  diffondersi e le ritroviamo soprattutto nelle catacombe.  E’  difficile ritenere che un politeista diventasse cristiano, senza in certo modo utilizzare canoni e idee precedenti.  Il Cristianesimo progressivamente riuscì, è vero, ad operare con l’esempio ammirevole del martirio, ma pure con quest’opera di mescolanza ideologica, che alla fine consentiva, ad un povero schiavo o a un semplice artigiano, di diventare cristiano senza sforzare troppo la propria mente non esercitata al ragionamento metafisico.  Come testimoniano gli Atti degli Apostoli,  l’opera degli Apostoli si svolse inizialmente e prevalentemente nelle sinagoghe e nei luoghi dove si trovavano Ebrei  (già largamente diffusi nell’Impero ben prima della diaspora avvenuta  dopo la distruzione del 70 d.C. ad opera di Tito).  Con gli Ebrei c’era di che parlare e di che confrontarsi.  Con altre popolazioni questo dialogo era quasi a livello individuale e con gruppi estremamente ristretti.  Sappiamo pure dai viaggi di Paolo [43] che egli si recò in Grecia:  ammesso  che ciò fosse vero,  dobbiamo immaginare che le sue frequentazioni fossero rivolte soprattutto agli Ebrei ivi presenti, anche se non mancarono incontri e scontri  con gente di fede diversa, soprattutto politeista.  E’  pure curioso che Paolo arrivi in Italia, non tanto intenzionalmente (doveva arrivare in Italia per esservi processato), quanto a seguito di un naufragio e in condizioni non dissimili degli attuali “viaggi della speranza” (Atti,  27  - 28). E, quantunque prigioniero dei Romani,  incontri e discuta con gli Ebrei sulle cause del suo arresto.  Ivi nulla si dice sulla sua morte a Roma, tanto è vero che nella Lettera ai Romani (Ebrei o fedeli cristiani residenti in Roma [44]) dimostra che poi si era allontanato dalla città.  Tra l’altro di tutto questo vago periodo compreso tra Atti  ed Apocalisse,  si parla spesso di contrasti con gli Ebrei, praticamente mai con i Romani “pagani”, salvo l’allusione assai vaga, e variamente interpretata,  alla “nuova Babilonia” e alle varie figure simboliche, la Bestia selvaggia, la Prostituta, ecc., che forse rappresentavano per Giovanni evangelista e apocalittico la città di Roma e il suo potere imperiale.

      Il discorso  comincia a modificarsi appena nel II secolo d. C, in fase avanzata, quando a convertirsi al Cristianesimo non è più  soltanto la povera gente di modesto livello culturale,  ma veri e propri pensatori  di livello filosofico.  Il primo che ci è noto è Giustino,   nato in Palestina nel 100 d. C., da  coloni greco-latini immigrati  dopo la distruzione di Gerusalemme.  L’uomo si forma innanzitutto sulla base di una filosofia neoplatonica e sarà proprio con questa che affinerà  le proprie armi intellettuali  contro il politeismo e contro la filosofia classica greco-romana.  A lui si devono due Apologie e varie altre opere scritte in greco [45], tra cui il “Dialogo con Trifone”, in relazione però  - quest’ultimo -  con la religione ebraica tradizionale.  Giustino poi, a 65 anni d’età verrà condannato alla decapitazione.  Anche questo è strano in quanto di solito ci si raffigura la condanna ad beluas o ad leones, oppure alla crocifissione, per i Cristiani,  oppure, quando si trattava di ergastolo, “ad metalla”  (lavori forzati nelle miniere, come si osserva  -  in chi l’ha visto -  nel film  “Barabba”, da non prendere  troppo sul serio, come generalmente  i films storici americani,  dove si vede Anthony Quinn, nelle vesti del vecchio ribelle salvato dagli Ebrei, convertirsi progressivamente al Cristianesimo, senza che si sappia la benché minima fonte storica di questa trama).  Comunque sia  dalle varie agiografie cristiane non si ricava granché sulle esatte ragioni della sua morte.  Egli rivolse le due Apologie all’imperatore Antonino Pio, predecessore di Marco Aurelio ed imperatore per adozione (come da Nerva a Marco Aurelio appunto, e con conferma del Senato),  e allo stesso Senato.  Cerca quindi un dialogo di tipo colto, filosofico, cerca di porre la questione in termini comprensibili ai Romani di una certa levatura intellettuale.  E’  pure un primo tentativo di “compromesso” tra le due culture e i due atteggiamenti, tentativo del tutto fallimentare, ma che prelude a quello avvenuto all’inizio del IV secolo ed affermatosi pienamente con Teodosio.   Sembra anche un’implicita risposta alle critiche di Celso, che è  grosso modo  suo contemporaneo, ma che non cita mai, probabilmente in quanto le puntualizzazioni critiche che abbiamo visto in Celso  dovevano essere presenti in altre opere o atti giudiziari,  successivamente distrutti o perduti.
Ecco dunque l’inizio della Prima Apologia :
“1.  Presentazione  e indirizzo.
All’Imperatore Tito Elio Adriano Antonino il Pio, Augusto Cesare, e a Verissimo suo figlio filosofo [si tratta di Marco Aurelio], e a Lucio filosofo, figlio naturale di Cesare e figlio adottivo di Antonino il Pio, amante della cultura, al Sacro Senato, e a tutto il popolo romano, per gli uomini di ogni genere ingiustamente odiati e perseguitati [ovviamente intende i suoi correligionari, cristiani], io, Giustino, figlio di Prisco e nipote di Baccherio, di Flavia Neapolis, città della Siria in Palestina [i Romani avevano sottoposto amministrativamente la Giudea ormai domata da Tito e poi da Adriano, denominata  Siria Palestina], io, che sono uno di loro, ho composto … questa supplica.

2. La retta ragione, la verità e la giustizia.
(1)  A coloro che sono veramente pii e filosofi la ragione impone di onorare ed amare solamente la verità, e di rifiutare le opinioni degli antichi nel caso che siano erronee.  La retta ragione, infatti, non solo impone di non seguire chi predica o pratica contro giustizia, ma obbliga anche chi ama la verità, in ogni modo, in ogni modo e a costo della vita, persino sotto minaccia di morte, alla scelta delle cose giuste sia nelle parole  sia  nelle azioni.
(2)  Voi, pertanto, sentite dire ovunque che siete considerati pii,  filosofi, custodi della giustizia e amanti della cultura:  si dimostrerà se  veramente lo siete.
(3)  Infatti ci rivolgiamo a voi, non per adularvi… o per captare la vostra benevolenza, ma per chiedervi di formulare un giudizio con l’acribia [per chi non lo sapesse:  esattezza, estrema precisione] di un attento esame, senza pregiudizi e senza voler compiacere gente superstiziosa, senza lasciarvi trascinare da un comportamento irrazionale e  da perfide calunnie…
(4)  Noi pensiamo, infatti, che nessuno possa farci del male, a meno che non si dimostri che noi stessi ci comportiamo male…:  voi potete ucciderci, ma non potete farci del male…” [46].

    Giustino affronta dunque la questione, dopo i soliti saluti formali apparentemente ossequiosi, in modo abbastanza diretto:  egli non parte da questioni di fede religiosa che sapeva essere del tutto inefficaci con gli anti-cristiani, laici o politeisti che fossero.  Affronta la questione sulla comune base della Ragione, così come intesa dalla filosofia, ed invita  i dirigenti dello Stato a fare altrettanto, rifiutando pregiudizi e calunnie.  Un richiamo alla filosofia socratica, che poi si ripeterà, è la concezione del “fare il male”, che non è un fatto fisico (si può anche essere uccisi, ma non subire il male), bensì morale, spirituale, col peccato o con l’illecito uso della forza.  Giustino anche oltre sottolineerà questa comune base di ragionamento fondata sull’accettazione del principio socratico.  Subisce il male chi lo compie, non chi ne è materialmente vittima.

“ 3.   Accuse  infondate ai cristiani.
(1)… riteniamo giusto esaminare le loro accuse e poi, se si dimostrano fondate, punire… i colpevoli;  ma, se non si può provare nulla, la retta ragione non permette di trattare in modo giusto uomini innocenti… di trattare in modo ingiusto voi stessi che ritenete giusto risolvere questi problemi, non … con passionalità.
(2) … un’accusa è… giusta solo quando i sudditi sono chiamati a rendere conto della loro irreprensibilità della propria vita e delle proprie parole, e, da parte loro, quando i governanti emettono la loro sentenza mossi non da violenza e sopraffazione, ma da pietà e sapienza…
(4)  Il nostro compito, quindi, consiste nell’offrire a tutti una presentazione della nostra vita e dei nostri insegnamenti, per evitare che noi stessi paghiamo la colpa di errori commessi da altri ciecamente…; il vostro compito, invece, consiste, come richiede la ragione, nel dimostrarvi buoni giudici, dopo averci ascoltato.
(5)  Senza giustificazioni, infatti, sarete di fronte a Dio, se, dopo aver appreso come stanno le cose, non vi comporterete secondo giustizia.

4.  Il nome ‘cristiano’  non è una colpa.
[qui Giustino, dimostrando la propria tecnica dialettica, respinge l’accusa che già nel nome (ovvero, seguaci di Cristo) si rappresenti un primo delitto:  infatti  associa il “cristiano”  a quel “Chrestus, Chrestos”, già citato da Svetonio, e sostiene che in greco tale termine significa “ottimo”] (1)… per quanto riguarda il nome, noi siamo ottimi (chrestotatoi).
(2) Ma, dato che non riteniamo giusta la pretesa di essere assolti a causa del nome, quando… siamo cattivi, allo stesso modo, se non si trovano motivi di ingiustizia a causa del nostro nome…, è vostro dovere battervi per non subire una giusta condanna [da Dio] per aver condannato ingiustamente degli innocenti…
(4)  E, infatti, voi non condannate tutti gli accusati che vi compaiono dinanzi, se prima non è provata la loro colpa;  invece, … voi accettate il nome come prova, sebbene stando al nome, dovreste piuttosto condannare i nostri accusatori [Giustino ha buona conoscenza della procedura penale ufficiale:   penalmente, il reato ha validità individuale, non si collega ad un nome che, anzi, in greco significherebbe “buono, ottimo” (chreston), si condanna non sulla base del nome dichiarato o per una certa fede religiosa, ma sulla base di obiettivi fatti penalmente rilevanti]
(6)  Al contrario, se qualcuno degli accusati rinnega a parole, affermando di non essere cristiano, voi lo rimettete in libertà, in quanto non c’è più nulla che provi la sua colpevolezza, mentre se qualcuno confessa di esserlo, voi lo condannate per questa confessione:  invece bisognerebbe esaminare la condotta sia di colui che confessa sia di colui che rinnega, perché sia chiaro dai fatti che genere di uomo è ciascuno…” [47].

      Giustino continua, con indiscutibile abilità di filosofo,  rinfacciando agli accusatori  di non tener conto delle dissolutezze narrate sugli dèi  dai poeti pagani  (a partire da Omero ed Esiodo),  e perfino su forme atee  di taluni filosofi che invece vengono apprezzati.  Sostiene altresì che quelle entità, a cui si attribuivano atti viziosi e violenze sessuali,  erano non dèi, ma solo cattivi demòni, smascherati  da Socrate (!!!)  e da Cristo.  Giustino, come farà poi una certa tradizione, vede in Socrate e in Platone dei precursori della fede cristiana,  una cosa ben curiosa.  Segue poi la confutazione dell’accusa di essere “atei”, in quanto non politeisti, ma monoteisti (invece, erano accusati di politeismo dagli Ebrei e da quei gruppi cristiani che negavano la divinità di Gesù (ariani)  o l’umanità di Gesù (monofisiti, precursori degli attuali Copti).

“ 6.  L’accusa di ateismo e la vera religione.
(1)     Ecco l’origine del fatto che siamo accusati di essere atei:  ammettiamo di essere atei rispetto a queste sedicenti divinità, ma non certamente rispetto al Dio della somma verità, Padre della giustizia, della sapienza e delle altre virtù [48]

7.   E’  giusto condannare i colpevoli e assolvere gli innocenti.
(1)  Ma, si dirà, già alcuni arrestati si sono dimostrati colpevoli.
(2)  E, infatti, spesso voi condannate molti degli accusati, quando ne esaminate la vita, ma non a motivo di coloro che erano stati accusati in precedenza…
(4) … riteniamo giusto che siano giudicate le azioni di tutti coloro che vi vengono denunciati, in modo che sia condannato chi è giudicato ingiusto, ma non in quanto Cristiano;  e chi viene giudicato innocente, sia liberato in quanto Cristiano che non ha commesso alcuna ingiustizia [qui Giustino cade in una posizione di comodo:  il cristiano, ammesso che abbia commesso un reato, non sia giudicato quale cristiano;  il cristiano innocente sia assolto chiarendo che è un cristiano]

9.   Condanna dell’idolatria.
(1)  Noi non onoriamo, né con sacrifici molteplici né con corone di fiori, le effigi che gli uomini hanno plasmato, posto nei templi e che hanno chiamato dèi, poiché sappiamo che sono oggetti inanimati, privi di vita e che non hanno la forma di Dio (non crediamo infatti che Dio abbia una forma sensibile [questo nel Cristianesimo più antico, vicino ancora alle posizioni ebraiche nel merito;  se Giustino avesse saputo che i futuri Cristiani cattolici avrebbero creduto nelle varie Madonne  di singole località,  o nelle immagini di Gesù, pur qualificato Dio, ma anche vero Uomo, sarebbe inorridito,  Una sorta di rivincita  dell’idolatria “pagana” proprio all’interno di coloro che avevano preteso di schiacciarla !]

10.   La fede autentica in Dio.
(1)  Ci è stato, invece, insegnato che Dio non ha bisogno delle offerte materiali degli uomini, essendo evidente che è Lui che dona ogni cosa [che curioso, è la medesima osservazione di Seneca e di Celso:  però, mentre Seneca esclude qualunque forma di donazione,  Celso e,  più tardi, la Chiesa cattolica saranno favorevoli alle donazioni, se non a Dio, entità spirituali minori, ai santi o alla Madonna, o altre  a favore dei “poveri”  e per la costruzione di chiese];… lui accoglie soltanto coloro che imitano le perfezioni che sono in Lui, cioè la sapienza, la giustizia, l’amore per gli uomini e tutto ciò che è proprio di Dio, a cui in realtà non è appropriato nessuno dei nomi  con cui lo si indica [49]
(2)  Abbiamo appreso, inoltre, che Lui, essendo buono, in principio ha creato, per gli uomini, l’universo a partire dalla materia amorfa [espressione interessante che parrebbe collegata piuttosto alla concezione platonica del Timeo,  che non alla concezione biblica,  che prevede  la creazione dal nulla, e non da un qualche elemento di partenza, che è concetto tipico della filosofia greca]; se questi si mostreranno, nelle loro opere, degni della Sua  volontà, ci è stato detto che saranno elevati a partecipare della Sua vita e della Sua regalità, resi incorruttibili e impassibili…

11.   I Cristiani attendono il Regno di Dio.
(1)   E voi, avendo sentito che noi attendiamo un regno, avete pensato… che noi parliamo di un regno umano, quando invece parliamo del regno di Dio, come è confermato dal fatto che, quando veniamo interrogati da voi, confessiamo di essere Cristiani, consapevoli che chi confessa incorre nella pena di morte [Giustino, dopo aver spiegato la fede basilare dei Cristiani, ora entra nel merito delle persecuzioni  di natura politica e giudiziaria, ma segue cercando di spiegare che il cristiano  cittadino fedele all’Impero, sebbene non adori  autorità umane o pretesamente divine]. (2)…  poiché le nostre speranze non sono rivolte al presente, non ci preoccupa il fatto di essere uccisi, dato che in ogni caso si deve morire [Giustino così sottolinea anche l’assurdità della pena di morte, quale pena giudiziaria, in quanto  tutti i viventi sono, per ciò stesso, “condannati a morte”.  E nondimeno anche il Cristianesimo, una volta diventato religione di Stato,  finirà per applicare questa pena assurda].

12.  La dottrina cristiana è utile allo Stato, perché obbliga a vivere onestamente.
(1)   Siamo vostri alleati e collaboratori in vista della pace più di tutti gli uomini, noi che professiamo le seguenti dottrine:  che è impossibile che a Dio sfugga il malvagio… ad ognuno è assegnata o la dannazione eterna o la salvezza…
(4)  Sembra che abbiate paura del fatto che tutti si comportino secondo giustizia, e che non abbiate più nessuno da punire; ma questo sarebbe l’atteggiamento dei boia [i quali resterebbero disoccupati e dovrebbero cambiare mestiere]
(5)  Noi che anche questa sia opera dei cattivi demoni, che pretendono sacrifici e servigi [qualifica gli dèi del politeismo come “demòni”, il che non era proprio diplomatico] dagli uomini che vivono irrazionalmente…; ma non voi, che aspirate alla pietà e alla filosofia…
(6)  E se, invece, anche voi, come gli insensati, onoraste le usanze più della verità, fate pure quello che potete: del resto, anche i sovrani che stimano l’opinione più della verità hanno un potere simile a quello dei predoni nel deserto [qui Giustino, che sembrava andare incontro a quegli imperatori che si atteggiavano a “pii” e a “filosofi”, rinfaccia loro che certi metodi, fondati sulla sopraffazione, appartengono piuttosto ai predoni che a capi di Stato.  Anche qui non è proprio “diplomatico”]…”[50] .

   Il filosofo cristiano procede poi con l’esposizione di tutti quei princìpi e comportamenti, sollecitati nei Vangeli che fanno, in realtà, del cristiano un vero buon cittadino, per nulla ateo, ma credente in un Dio Padre e Creatore, nelle Tre Persone della Trinità, nella  necessità di amare tutti, compresi i nemici, di non abbandonarsi ai vizi ed alle lussurie sessuali, di non prestare ad usura, di essere miti (qui le cose non  dovevano essere proprio tali per tutti i Cristiani così qualificatisi).  Punto delicato, il divieto di giurare che Giustino cita secondo l’indicazione evangelica, ma che poi  - com’è ben noto -  venne dimenticato dai Cristiani, che fanno giurare con la destra sulla Bibbia (tra l’altro anche per cose nettamente opposte alla Bibbia !!!):
“16.   …  (5)  Sul dovere di evitare ogni tipo di giuramento, e di dire sempre la verità,  ha comandato questo:  ‘ Non giurate mai:  sia il vostro dire sì, sì, e no no; tutto il resto viene dal maligno’…” [51].
     Più avanti richiama l’altra asserzione di Gesù, ovvero di “dare a Cesare quello che è di Cesare”, per cui, salvi i fatti religiosi, Giustino asserisce che i Cristiani sono cittadini o sudditi fedeli, e riconoscono l’autorità imperiale [52].

      Suscita molto interesse, sul piano storico, la lotta allora presente tra le varie interpretazioni della fede cristiana, lotta che prelude alle future persecuzioni da parte degli “ortodossi” (ovvero, di “retta fede”) contro quelle che vennero considerate “eresie”.  Ecco quanto scrive contro Marcione che rigettava in blocco l’Antico Testamento e, del Nuovo, accettava solo Luca e poco altro:
“ 26.   … (5) Ancora, in questi giorni, un certo Marcione, originario del Ponto, insegna ai suoi seguaci che esista un Dio superiore al Creatore:  costui è riuscito, presso ogni genere di uomini e con l’aiuto dei demoni, a far dire bestemmie  molti, a negare che Dio sia il Creatore di questo universo, e a ritenere che ce ne sia un altro superiore, che avrebbe creato le realtà  superiori” [53].

     Più avanti Giustino, col pretesto  di giudicare dubbie le accuse, attribuisce a questi cristiani marcioniti anche pratiche viziose, quali accoppiamenti promiscui e pasti antropofagi, ovvero scaricando su questi “eretici”  quelle pratiche malvagie, di cui i “pagani” accusavano  i Cristiani.  Ovviamente, di eventuali scritti di questi Cristiani nulla ci resta, essendo stati sistematicamente distrutti, come molte altre opere giudicate eretiche.  Si può supporre che la tesi di Marcione avesse motivazioni diverse,  ritenendo che il Dio dell’Antico Testamento era ben diverso da quello descritto nei Vangeli, era un Dio vendicativo e sterminatore;  Marcione vuole spezzare ogni legame con la religione ebraica, e quindi ne nega la validità.  Inoltre seleziona Luca come unico vero evangelista, forse perché a suo parere rappresenta meglio l’idea di un Dio Buono che perdona.  Naturalmente si tratta di ipotesi su questa diversa interpretazione, più  “rivoluzionaria”  del Cristianesimo, che però  non teneva conto di quanto i Cristiani volessero trovare già nell’Antico Testamento gli annunci della venuta del Messia, che fosse Dio stesso in quanto seconda Persona. Togliere questo legame voleva distruggere ogni solidità  della fede cristiana sulla base della fede mosaica, l’impossibilità di controbattere gli Ebrei sulla base dello stesso Testamento.  Di qui la severa condanna della Chiesa del tempo e di quella che avrebbe trionfato con Nicea,  tanto in occidente che ad oriente dell’Impero.
    Ancora, Giustino attacca i costumi del tempo di estrema dissolutezza, similmente a quanto fatto dai “pagani”  Quintiliano e Seneca: “ 27.   I Cristiani sono lontani da ogni prostituzione.
 (1)      Quanto a noi… abbiamo appreso che è veramente da criminali  esporre i neonati;  in primo luogo, perché vediamo che vengono avviati alla prostituzione, tutti, non solo le ragazze, ma anche i ragazzi…  ora allevano fanciulli, unicamente in vista di questo turpe impiego;;  e, in questo modo, ci sono schiere di donne, di androgini e di pervertiti che in ogni popolo praticano questo mestiere; (2) e voi intascate le loro tasse, imposte e tributi, mentre sarebbe necessario estirpare questo commercio…
(3) E, tra quelli che praticano queste cose…, a volte c’è qualcuno che si accoppia persino con il proprio figlio, o con un parente, o con un fratello.
(4)  Altri fanno prostituire i loro figli  e le loro mogli…” [54].

    Un allegro ambientino l’Impero Romano, com’era largamente confermato dalle varie parti, già nel II secolo della sua esistenza !   E la cosa   più dolente è che ci stiamo avviando anche noi, come società occidentale, a questi larghi e “moderni” costumi.  In effetti, nulla vi è da meravigliarsi che un simile Stato crollasse davanti alle invasioni:  ciò che può meravigliare è che, dai tempi  di Giustino,  la parte occidentale reggesse per altri tre secoli e quella orientale, bizantina,  fino al 1473  (in realtà già da due secoli, con la IV Crociata,  era stato disgregato e nettamente ridotto).  Altra notizia interessante, per chi ritiene che i Cristiani venissero perseguitati solo dai “pagani”,  è quanto scrive Giustino  a proposito della rivolta  di Bar Kocheba (il Figlio della Stella, l’ultimo grande ribelle ebreo anti-romano), avvenuta nel II secolo sotto l’Impero di Adriano, il quale la soffocò, disperdendo gli Ebrei in modo definitivo dalla Palestina:
“ 31. … (6) Infatti, anche Bar Kocheba, il capo della rivolta dei giudei nella recente guerra…, ordinava  che venissero condotti ad orribili supplizi solo i cristiani, a meno che non rinnegassero e bestemmiassero Gesù Cristo… “ [55].

Dal che si deduce, per l’infinitesima volta, come le religioni positive, soprattutto se fondate su una classe sacerdotale,  non sono mai state di per sé tolleranti.  Lo diventano solo quando vi sono state costrette.  Si spiega altresì  come, già nei primi secoli dell’Impero, anche l’antagonismo tra Ebrei e Cristiani  fosse molto elevato, e non solo a parole.

   Tutto il resto di questa Prima Apologia risulta un sintetico, ma insieme sistematico confronto con  le tesi e le profezie ebraiche, ed in parte con la filosofia greca (vista come una distorsione della fede mosaica).  Ciò farebbe pensare, sebbene per nulla esplicitamente,  ad un confronto con l’opera di Celso, che fa  - dal punto di vista “pagano”  -  analoghe analisi .

   La  Seconda Apologia è specificamente rivolta al Senato Romano, evidentemente per nuove norme o atti persecutori nei confronti dei Cristiani, ma qui cita casi specifici:
“ 1.   Indirizzo e motivi della richiesta.
(1)     Gli avvenimenti accaduti nella vostra città sia recentemente sia prima [tre casi più avanti elencati],  sotto Urbico [allora prefetto di Roma], o Romani, come anche le decisioni irrazionali che, analogamente, vengono prese ovunque dai magistrati [l’irrazionalità  è uno dei fondamenti  della prassi giudiziaria, allora come oggi], mi hanno costretto a scrivere questo discorso per voi… e che siete nostri fratelli, anche se lo ignorate e non lo volete, a motivo della grande stima delle vostre presunte nobiltà [ci si accorge subito che la Seconda Apologia è ancor meno diplomatica della Prima]
(2)  … tutti gli altri, a causa della loro ostinazione, dell’attaccamento al piacere,  e della difficoltà a rivolgersi al bene, e con essi i cattivi demoni, che ci odiano e tengono soggiogati al loro servizio questi giudici, questi magistrati diabolici [che succederebbe oggi se qualche imputato scrivesse oggi tali cose ?], sono pronti a ucciderci…

2.  Tre casi di ingiusta persecuzione di cristiani.
(1)  Una donna conviveva con un uomo molto lascivo, e lei stessa prima era dissoluta.
(2)  Quando conobbe gli insegnamenti di Cristo, si sforzò di vivere la temperanza, e tentò analogamente di convincere il marito ad essere casto, proponendogli quel messaggio, e avvertendolo della dannazione del fuoco eterno…
(3)  Questi, però, perseverando nelle sue depravazioni… finì per alienarsi la moglie.
(4)  La donna, infatti, convinta che fosse empio continuare a condividere il letto di un uomo che cercava con ogni mezzo il piacere contro la legge di natura… decise di separarsi… [seguono, da parte di familiari, tentativi di riconciliazione,  ma il maritino, non potendo fare certe cose con la moglie, andava a farle  con altre]
(6)… si separò effettivamente da lui inviandogli quello che voi chiamate ‘atto di ripudio’ [estremamente  interessante questa donna, cristiana sì, ma anche molto moderna  che applica la legge sul divorzio o sul ripudio, senza la tradizionale differenza tra il marito (che può farlo)  e la moglie (a cui era più difficle farlo); probabilmente il marito  amava quelle azioni che si vedono rappresentate in quadretti nel Lupanare di Pompei, e che la signora aveva gradito finché  la nuova fede non la convinse della peccaminosità di quelle azioni.  Oggi, la Chiesa Cattolica ed altre inviterebbero la signora a pazientare  su queste abitudini,  pur considerandole peccaminose.  Vediamo che, invece, Giustino giustifica il divorzio per queste azioni].
(7)  E quest’uomo, bello e buono, anziché rallegrarsi del fatto che sua moglie, che prima si comportava con leggerezza, abbandonandosi ad orge e ad ogni turpitudine [una coppia veramente libera, e poi ci si lamenta dei nostri tempi scostumati !!!] in compagnia di servi e mercenari, avesse smesso di praticare tutto questo…, dato che si era separata senza il suo consenso, [invece di denunciarla per abbandono del tetto coniugale] ha sporto denuncia nei suoi confronti accusandola di essere Cristiana [il neretto è mio:  dunque, in questo, come in tanti altri casi, l’accusa di cristianesimo veniva presentata  per ragioni strumentali, ovvero per vendetta]…” [56] .

     La storia ovviamente non finisce qui:  la donna (di circa 2000 anni fa !) si comporta con molta energia, così come faceva da scostumata, ora lo fa da libera donna credente in Gesù:  chiede all’imperatore di poter concludere alcuni suoi affari (doveva essere  -  lo si capisce  -  molto ricca), per poi potersi difendere senza problemi.  Questo rinvìo viene concesso.  Intanto, il marito se la prende col presunto convertitore della donna, tale Tolemeo (evidentemente dal nome, non romano) e lo fa condannare dal prefetto Urbico.  Inoltre convince il centurione ad interrogarlo solo su un punto, ovvero se fosse cristiano, cosa che Tolemeo riconosce, e così viene messo in catene.  La cosa venne confermata nel nuovo interrogatorio, davanti ad Urbico che condanna a morte  Tolemeo solo per il fatto di confessarsi cristiano, e non piuttosto adultero o omicida o rapinatore.  Un tale Lucio si permette di criticare il prefetto  per questo abuso, che vìola le disposizioni di Antonino Pio e dei suoi vicari.  Urbico gli chiede se fosse anche lui cristiano, ed avendo Lucio ammesso questo, fa condannare a morte  anche il secondo.  Lo stesso avviene per un terzo che difende i due precedenti. Peccato che di questa storia, partita in modo così piccante, poi non si sappia che cosa succede alla donna che ha scatenato, involontariamente,  questo putiferio [57].   Giustino  si dichiara, egli stesso, in pericolo ad opera di uno pseudo-filosofo (che egli qualifica filopsofo, con gioco di parole “amante di chiacchiere, di pettegolezzi e di calunnie”), di nome Crescente che, con la stessa denuncia, vuol mandarlo a morte (e infatti venne decapitato nel 165 d. C.).  Tra l’altro,  Giustino accusa Crescente di assoluta ignoranza nel merito della fede in Cristo [58].  Il resto dell’Apologia costituisce una ricapitolazione di parecchi punti della precedente, per cui tralascio ulteriori citazioni.   In sostanza, il senso delle due opere di Giustino mira a sostenere l’assoluta falsità delle accuse contro i Cristiani, il fatto che la loro fede e i loro comportamenti siano assolutamente legali e non perseguibili, l’esigenza di far conoscere ai potenti la vera natura della nuova religione, anche nella speranza di convertirli alla nuova fede o, perlomeno, di rispettarla come molte altre.  Dialogo tra sordi, evidentemente, che potrà poi diventare efficace solo quando sarà proclamata la piena libertà di fede con Costantino. Ma, successivamente ancora, la situazione si rovescerà completamente.

Capitolo  Quinto
UN CONFRONTO PROCESSUALE: IL DISCORSO SULLA MAGIA DI APULEIO E L’APOLOGIA PER I CRISTIANI DI TERTULLIANO

      Per taluni questo confronto potrebbe apparire quasi “blasfemo”, e per certi versi lo è,  ma siccome vi sono dei termini comuni (abbiamo visto che una delle  accuse ai Cristiani era anche quella della magia  e del plagio sulle persone), anche Lucio Apuleio, scrittore di romanzi  come “L’Asino d’oro” “Le Metamorfosi”  e di testi di natura filosofica  su Platone e Socrate,  faceva anche ricerche che oggi qualificheremmo di tipo biologico, ma che allora erano considerate magiche,  venne accusato appunto di aver sposato una donna convincendola con tali pratiche.   Da un punto di vista puramente tecnico, c’è una grande differenza, perché, mentre l’apologia di Apuleio ha fini di difesa individuale, quella  di Tertulliano ha, diremmo oggi, lo scopo di una “class action”,  una difesa di gruppo, anzi di una religione che allora appariva nuova, misteriosa e pericolosa.  Il periodo storico è il medesimo (II secolo d. C.)  e vicina la zona geografica, trattandosi del nord Africa occidentale (grosso modo, dall’attuale Algeria alla Tripolitania, il territorio dell’antica Cartagine);  completamente diverso lo stile:  Apuleio  usa largamente toni tra l’ironico e il sarcastico, ed è derisorio nel confronto delle parti avverse;  qualche punta d’orgoglio e di fierezza  dimostra in difesa della filosofia soprattutto per gli studi naturali di cui egli rivendica la validità  sul modello della filosofia naturale di Platone e di Aristotele.   Il discorso  di Tertulliano è, viceversa, quasi mai ironico, ma tragico,  di forte rivendicazione della validità del Cristianesimo e dell’esigenza di convertire anche i giudici alla nuova fede.  Ambedue  i discorsi  sono letterari, nel senso che né l’uno né l’altro, così come si presentano, furono mai pronunciati in un Tribunale,  ma quello di Apuleio è prossimo allo stile giudiziario,  ha carattere di  difesa in un processo  di modello accusatorio:  oggi potremmo considerarlo, più che un’arringa,  una “Memoria”  da allegare a questa; mentre quello di Tertulliano ha piuttosto carattere di pubblicità, scritto per i Cristiani stessi e per tutti coloro che fossero interessati a conoscerne i dogmi di fede e l’esempio di vita, ma inserito in un quadro inquisitorio.  La differenza enorme è questa;  che, sebbene Apuleio dimostri di conoscere anche la fede ebraica (cita ad esempio Mosè,  in un quadro di sincretismo mistico religioso),  non si proclama per nulla cristiano (non cita nemmeno questa religione), quindi non subisce quel trattamento preventivamente violento  che subivano  i Cristiani.  C’è  nel suo tono un’aria beffarda e sicura che viceversa è assolutamente  assente nell’Apologia di Tertulliano, certa semmai del pericolo di sofferenze e di torture, e dell’esigenza di martirio come manifestazione inderogabile di questa fede.  Dunque diversissime opere, e nondimeno interessante il confronto anche proprio per questa diversità di trattamento tra l’uno e gli altri .

§   1.   IL  “PRO SE,  DE MAGIA LIBER”, OVVERO  “LIBRO SULLA MAGIA, IN PROPRIA DIFESA”,  DI LUCIO APULEIO 

   Vediamo intanto l’antefatto:  Lucio Apuleio aveva sposato una vedova di nome Pudentilla,  rimasta tale in ancora giovane età (al momento delle seconde nozze aveva  quarant’anni, sebbene con giochetti vari i denunciatori di  Apuleio, parenti di lei, volevano farla passare addirittura per sessantenne):  a spingerli al matrimonio era stato il primo dei figli di lei.  I parenti, timorosi di perdere l’eredità in tutto o in parte, sollecitando lo stesso figlio,  accusando Apuleio di aver operato con pratiche magiche (vietate già dai tempi di Silla, nel I secolo a. C, con la legge Cornelia sulla magia e gli avvelenamenti), soprattutto oggi diremo “magia nera”, cioè a scopi criminosi.  Lo scopo criminoso, nel caso specifico,  era un altro reato che il nostro Codice Penale ha abrogato solo da pochi decenni, ovvero il “pagio” (non nel senso di imitazione, ma di profonda suggestione delle persone, tanto da orientarne lo stesso  comportamento personale:  gli stessi Cristiani  - lo abbiamo visto nella narrazione di Giustino -  ne venivano accusati, quando riuscivano a convertire qualcuno).  Un tale reato poteva essere punito con la morte  sotto i Romani).  Si approfitta del fatto che Apuleio faceva le sue ricerche di natura biologica, in nome della filosofia,  per accusarlo di tali pratiche che, del resto, egli racconta anche nelle sue opere letterarie, come “L’Asino d’Oro” e  “Le Metamorfosi”.  Apuleio, sembra,  si difende da sé senza un proprio avvocato,  ma ha la fortuna di conoscere il giudice.  Interessante è pure notare come ambedue le parti cerchino di acquisirne il favore con frasi di”captatio benevolentiae”, ossia di elogio del giudice stesso, una procedura che oggi non sarebbe ammessa, almeno apertamente  (i nostri modi di acquisizione di tale favore del giudice sono  ben più sottili con notevole lavoro di anticamera e di corridoio, o anche grazie ad un’opera preventiva dei vari mezzi d’informazione, in parte esistenti anche allora [59] ma indubbiamente di effetto assai limitato per ovvie ragioni).    Il processo si svolge nella città di Sabrata nella provincia d’Africa (l’antico territorio di Cartagine).  Apuleio svolgeva anche attività di conferenziere,  amava viaggiare e questo l’avrebbe trattenuto da legami matrimoniali, poi l’insistenza di Ponziano figlio di lei e il buon carattere della donna lo spingono a sposarsi.  Ciò susciterà  l’ira del padre del primo marito, tale Erennio Rufino, e di suo fratello Sicinio Emiliano, zio dei due ragazzi.  Fra l’altro muore Ponziano, uno dei figli, quello stesso che aveva consigliato il matrimonio, e arrivano ad accusare Apuleio anche di questa morte, a nome dell’altro giovane Pudente.  Come si vede, gli argomenti della calunnia contro Apuleio sono vari e,  se il giudice non fosse stato, o amico  di Apuleio, o persona veramente imparziale, i rischi  di condanna a morte c’erano tutti.

     Una sola nota ancora,  prima di passare ai fatti  processuali, sia nel caso di Apuleio, sia in quello di Tertulliano:  qui siamo davvero di fronte a due grandi oratori, non certo quegli imbonitori, scorretti e semianalfabeti, che la pubblica opinione dei nostri tempi, servile e rozza, fa passare per “grandi comunicatori”,  e sono soltanto dei gracchianti stonati, blateratori di slogans, talvolta immersi nel turpiloquio.   Leggendo Apuleio, come  Tertulliano, come tanti altri, sentiamo veramente ancora le loro voci rimbombare nel Foro  e nelle sedi processuali, tra l’altro senza alcun bisogno di altoparlanti e di mezzi tecnici,  salvo l’acustica stessa dei luoghi, né tutt’oggi  persone, che non abbiano cuore di legno tarlato e cervello  di gelatina,  possono non vibrare e fremere tutt’ora  immaginandosi quelle voci potenti esprimere concetti elevatissimi.
“ I.    Ero certo, Massimo Claudio [il giudice, diremmo oggi monocratico, coadiuvato da una giuria], assolutamente sicuro, signori del consiglio, che Sicinio Emiliano, vecchio ben noto per la sua sconsideratezza  [non si può dire che l’apertura sia molto cortese di fronte alla controparte],  avrebbe addotto, in mancanza di prove su miei pretesi reati, un’infinità di vane maldicenze a sostegno dell’accusa che, prima ancora di avervi riflettuto, ha presentato contro di me… Chiunque, anche se innocente, può essere accusato;  dimostrato colpevole, però, soltanto se realmente lo è… ringrazio il cielo che davanti a un giudice come te mi siano toccate l’occasione e la facoltà di difendere la filosofia da persone ignoranti e insieme di provare la mia innocenza.  In effetti quelle calunnie a prima vista  erano risultate gravi;  inoltre, essendo presentate all’improvviso, complicavano la difesa… gli avvocati di Emiliano, di comune accordo, inaspettatamente, mi accusarono con ingiurie accusandomi di malefìci magici e, alla fine, della morte del mio figliastro Ponziano.  Poiché mi resi conto che non si trattava di imputazioni finalizzate a istruire un processo, ma di offese escogitate per scatenare una lite, fui io a insistere provocatoriamente perché presentassero regolare denuncia.  Soltanto a quel punto Emiliano, accorgendosi che anche tu [lo stesso giudice] eri molto indignato…, persa ogni sicurezza ha cominciato a cercare un riparo alla sua audacia…” [60] .

“ II.   Intanto non appena viene messo alle strette per firmare si scorda immediatamente di Ponziano, il figlio di suo fratello [il primo marito di Pudentilla, di cui lei era ormai vedova] del quale  fino a poco prima andava strepitando che io fossi l’assassino; tutt’a un tratto sulla morte del giovane neanche più una parola… si aggrappa… al solo reato di magia, più facile da addebitare che da smentire.  Neppure questa responsabilità si assume apertamente e… sporge una denuncia a nome del mio figliastro Sicinio Pudente [fratello minore di Ponziano, ambedue figli della moglie di Apuleio, utilizzato come firmatario della denuncia contro lo scrittore] -  un ragazzo ! – nella quale  dichiara di limitarsi ad assisterlo e inaugura così la strana procedura di citare in giudizio per interposta persona:  lo scopo (evitare una querela per diffamazione…) resta comunque palese… [il giudice ordina all’accusatore di esporsi direttamente, ma questo si defila.   Ritroviamo poi quel prefetto Urbico ricordato come iniquo da Giustino, e che qui invece fa una bella figura]… Soprattutto trattandosi di un tipo come Sicinio Emiliano: se appena avesse scoperto  qualcosa di vero sul mio conto, non avrebbe avuto esitazioni a incolpare un uomo a lui estraneo di numerosi e gravi delitti;  non dimentichiamo infatti che ha dichiarato falso, ben sapendo che era autentico, il testamento dello zio con un’ostinazione tale che, quando l’illustre Lollio Urbico ne ebbe sentenziato l’autenticità…, quel pazzo ancora giurò la falsità del documento… A fatica Lollio Urbico… si trattenne dal rovinarlo.

III.  [Seguono assai poco cortesi e diplomatiche considerazioni sugli avvocati  della parte avversa]…  Difendo non soltanto la mia causa, ma anche quella della filosofia…  gli avvocati di Emiliano con la loro loquacità mercenaria hanno recentemente tirato fuori contro di me una serie di notizie inventate… e più in generale contro i filosofi [qui possiamo notare quanto antico sia lo scontro tra la razionalista mentalità filosofica e quella mnemonica e nozionista dei giuristi] altri luoghi comuni diffusi tra gli ignoranti.  E’  abbastanza evidente che tutto quel loro blaterare, essendo finalizzato a procurar da vivere, è interessato, e che è compensato con la paga che anche la sfrontatezza raccatta (d’altronde è ormai accettato l’uso che urlatori di quella razza mettano il veleno della loro lingua a disposizione della collera altrui)…” [61].

    Non si può certo dire che Apuleio  vada leggero  nei suoi discorsi contro gli avversari !  Così poi ricorda alcune frasi contro di lui, che avevano lo scopo di denigrarlo:
“ IV.   All’inizio dell’accusa…  si dice:  ‘Accusiamo davanti a te un filosofo bello  e  -  orrore ! -   dotato di straordinaria eloquenza in greco e in latino’.  Esattamente con queste parole … ha cominciato la sua requisitoria Tannonio Pudente [un avvocato che doveva essere anche parente, visto il cognomen,  degli accusatori], che davvero grandi doti di eloquenza non ne possiede… [fatta una certa ironia sulla bellezza dei filosofi e propria, vista come una colpa da parte dell’avvocato Pudente,  Apuleio parla della propria eloquenza, raggiunta con lo studio, fino ad arrivare all’uso dei dentifrici, sul quale, parlando di un certo Calpurniano aveva scritto qualche epigramma:  dell’epigramma, gli avvocati di parte civile avevano fatto motivo d’accusa, come se lavarsi i denti e non aver un alito  puzzolente fosse una colpa.  Lavarsi i piedi non è una colpa  -  dice ad Emiliano  -  perché lo sarebbe lavarsi i denti ?   Poi dopo varie battute di spirito, tendenti a ridicolizzare gli avversari e a divertire gli ascoltatori,  Apuleio comincia ad entrare nel merito effettivo delle accuse]

IX…  Che relazione si può immaginare tra i malefici magici e il fatto che io abbia lodato… i figli del mio amico Scribonio Leto ?   Dovrei essere mago, perché sono poeta ?   Si è mai sentito parlare di un sospetto così verosimile, di una congettura tanto ben avanzata, di una prova così evidente ?  ‘Apuleio ha composto dei versi’.  Se sono brutti, in effetti esiste una colpa:  è del poeta, però, non del filosofo.  Se sono belli, perché mi accusi ?  ‘Ma i suoi sono versi leggeri, versi d’amore’  Sono questi dunque i miei delitti !  [cita alcuni poeti famosi;  poi tra i suoi cita alcuni  che celebrano un amore di tipo omosessuale, interessante per far vedere quanto questo  sia moderno.  Ne riporto i versi finali, chiaramente allusivi]
… …
Concedimi in cambio delle corone intrecciate
Di intrecciare il mio corpo al tuo
E in cambio delle rose i baci della  bocca di rosa.
Se soffierai nella canna, subito tacerà il mio canto
Vinto dal tuo dolce flauto.
[poi spiega]

X.   Ora sai tutto del mio delitto, Massimo [sempre il giudice]: lo si direbbe quello di un vizioso. Mentre è fatto soltanto di ghirlande e di canzoni.  Ti sarai accorto che, a proposito dei versi, mi si rimprovera anche l’aver continuato a chiamare Carino e Crizia, essendo invece altri i loro nomi [esemplifica poi altri grandi poeti e personaggi che celebrano amici in questo modo, poi di nuovo rinfaccia all’avversario la sua ignoranza letteraria]…  Allora, Emiliano, però, più rozzo dei pecorai e dei bovari di Virgilio, zotico anche lui e selvaggio… viene a sostenere che siffatto genere di versi non si addica ad un filosofo platonico [mentre invece Apuleio li aveva modellati proprio su certi versi platonici.  Ne riporto solo uno dedicato a Dione, uno dei tiranni di Siracusa, che pare abbastanza esplicito, pur avendo lo stesso Platone, nelle “Leggi”,  condannato l’omosessualità,  così come Aristotele, più tardi, nell’Etica Nicomachea:  strane contraddizioni nel costume sessuale degli antichi Greci]:
‘Dione, tu che di folle passione hai acceso il mio cuore’.

XI.  Ma che sciocchezza, da parte mia, dilungarmi in simili argomenti anche durante il processo !  Anzi, forse no:  siete voi i calunniatori, voi che includete argomenti simili nell’accusa come se uno scherzo poetico potesse in qualche modo rispecchiare il valore morale di una persona.  Non avete letto come Catullo risponde alle malignità ?
‘Casto dev’essere il pio poeta, / non i suoi versi, non è necessario’.
Il divo Adriano [l’imperatore, ormai deceduto], rendendo un omaggio di versi alla tomba dell’amico poeta Voconio, scrisse :  ‘Lascivo nel verso, puro eri nell’animo’.  Non avrebbe mai parlato così se i componimenti un po’  voluttuosi dovessero essere considerati prova di immoralità… [62] .

    Dopo alcune disquisizioni sull’uso dello specchio (gli accusatori lo rimproveravano di farne uso frequente, probabilmente per criticarne la vanità),   Apuleio osserva che quell’uso, oltre a non avere alcuna sussistenza processuale, poteva avere anche una funzione di studio scientifico  (noi diremmo di studio prospettico) :
“XVI.  Non credete che la filosofia debba investigare tutte le suddette questioni… osservare tutte le superfici riflettenti, liquide e solide ?   Gli studiosi devono ragionare… anche sul perché negli specchi piatti gli oggetti contemplati appaiono tutti piatti, mentre in quelli convessi o sferici tutto risulta ridotto e, al contrario, ingrandito  in quelli concavi [noi oggi diremmo per la differente rifrazione dei raggi di luce che arrivano sulla superficie  e la differente riflessione verso i nostri occhi]… Da dove nasce l’impressione di scorgere un arco multicolore fra le due nubi e due soli che fanno a gara per essere uguali ?  Sono  moltissimi i fenomeni di questo genere che tratta in una voluminosa opera Archimede di Siracusa [importantissima informazione di storia scientifica che ci giunge dall’antichità, e che dimostra quanto avanzati fossero stati i Greci in ogni ambito culturale:  queste ricerche furono poi riprese e continuate da Newton più di mille anni dopo Apuleio e circa duemila da Archimede]… Se tu avessi conosciuto quel libro, Emiliano, e ti fossi dedicato non soltanto a zappare la terra, ma anche all’abaco e a disegnare figure geometriche sulla sabbia, benché il tuo sinistro ceffo non differisca affatto dalla maschera tragica di Tieste,  tuttavia sta’  certo  che almeno per il desiderio di imparare  saresti andato a guardarti nello specchio…  [non si può dire che Apuleio scegliesse criteri di cortesia nei confronti del suo accusatore]… Ciò è avvenuto perché tu lavori in campagna ignorato da tutti, io mi occupo dei miei studi…

XVII.   Non so né mi affanno per sapere [qui Apuleio cambia tema e rintuzza l’accusa di aver affrancato alcuni schiavi] se tu abbia schiavi che ti coltivino il campo o se scambi la manodopera con i tuoi vicini.  Tu invece di me sai che in un solo giorno a Oea [pressoché l’attuale Tripoli di Libia, dove si svolse il processo] ho affrancato tre schiavi e il tuo avvocato mi ha rinfacciato questo fatto…, malgrado poco prima avesse asserito che ero giunto a Oea accompagnato da un solo schiavo.  Mi piacerebbe proprio che rispondessi riguardo a come sia riuscito ad affrancare tre schiavi da uno che ne avevo…   perché tre schiavi dovrebbero apparirti sintomo di povertà [come avviene tuttora, spesso gli avvocati compiono certe strane meschinità, pretendendo di attaccare l’avversario con motivazioni ridicole e contraddittorie, pur di parlarne male] più che tre resi liberti segno di ricchezza ?  Evidentemente ti scordi… che stai accusando un filosofo…  non soltanto i filosofi, ma anche i condottieri del popolo romano si sono gloriati di avere poca servitù.  E così i tuoi avvocati non avrebbero neppure letto che Marco Antonio, terminato l’incarico di console, aveva in casa sua soltanto otto schiavi… ;  due  ne aveva Manio Curio…  Marco Catone… come console per la  Spagna, aveva condotto con sé soltanto tre servitori da Roma…

XVIII.  [Pudente,  il figlio minore della moglie, lo aveva rimproverato per la ricchezza del numero di schiavi  - tre !  -  ma anche per la povertà, sempre a causa dello stesso numero:  Apuleio non fa che sottolineare le sciocchezze che escono dalle bocche degli avvocati, a nome di uno o dell’altro dei loro patrocinati] Lui però mi ha rinfacciato anche la povertà, una colpa accettabile per un filosofo… Infatti la povertà da sempre è ancella della filosofia [“povera e nuda vai, filosofia…”,  scrisse un certo Dante Alighieri,  forse ispirandosi proprio a quanto  disse Apuleio] è onesta, sobria, paga di poco, gelosa del suo buon nome…  [il sottolineare la povertà di Apuleio era precondizione, per gli accusatori,  di sostenere che egli mirasse ad impadronirsi delle ricchezze di Pudentilla,  ma Apuleio, ottimo polemista, irride la meschinità degli avversari  e trae occasione per citare molti esempi storici di onorevole povertà dei grandi dirigenti romani della Repubblica dei primi secoli  -  63]…”.

   Dopo averli sbeffeggiati sulla povertà, e sul fatto di essere un nordafricano, mezzo numida e mezzo getulo come  egli stesso si era presentato (grosso modo tra le attuali Tunisia ed Algeria),  il terribile Apuleio comincia a trattare di magia:
“XXV. …  Vengo ora all’accusa di magia che, sollevata con grande chiasso…, si è estinta fra non so che storielle  da vecchie comari [anche oggi i pettegolezzi di vecchie  comari è di largo ascolto nei Tribunali:  ben l’abbiamo visto a Taranto, a Trieste ed altrove], deludendo le attese di tutti.  Hai visto qualche volta, Massimo [il giudice], la fiamma prodotta dalla paglia?  Crepita rumorosamente, diffonde un forte bagliore…, si esaurisce in un momento…. Eccoti quell’accusa:  mossa sulla  base di semplici maldicenze, gonfiata con le parole, carente di concreti argomenti…

Dal momento che tutta l’accusa di Emiliano si è incentrata sul solo punto che io sono mago, avrei una voglia di domandare ai suoi dottissimi avvocati che cos’è un mago…  ‘mago’  nella lingua dei persiani equivale al termine latino ‘sacerdote’,  che colpa c’è nell’essere sacerdote e nell’apprendere… le norme dei riti sacri… ? Che colpa c’è nella magia se essa è quello che Platone spiega  ricordando con quali insegnamenti i persiani nutrano l’animo del successore al trono… ?  [citando Platone Apuleio ricorda come il futuro “re dei re”  venisse educato da quattro uomini:  il più saggio, il più giusto, il più temperante e il più coraggioso, onde proporzionarne gli influssi;  e ricorda pure la religione di Zoroastro,  come lotta escatologica tra il Bene e il Male, il che è segno importante sulla circolazione delle idee religiose nell’Impero romano  -  non solo del Mosaismo e del Cristianesimo - anche in territori  relativamente periferici.  Molto diffusi furono, infatti, anche il Mithraismo, sempre persiano, lo Gnosticismo e il Manicheismo,  sincresi tra forme gnostico-cristiane e lo zoroastrismo]

XXVI.   ….  Se invece i miei avversari, come del resto i più, intendono per mago chi, grazie alla sua capacità di comunicare con gli dèi può arrivare, mediante il misterioso potere di certi incantesimi, a tutto ciò che vuole, mi stupisco  davvero che non abbiano avuto paura di accusare una persona secondo loro così potente.  Da forze misteriose e divine non ci si può difendere come si fa con tutto il resto.  Se si cita in giudizio un assassino, ci si fa scortare;  se si muove un’accusa di veneficio, si usano maggiori precauzioni mangiando [ sarebbe stato meglio tradurre “col cibo”  oppure più letteralmente “ci si nutre  con maggiore attenzione”];  chi denuncia un ladro vigila sui suoi beni;  ma chi chiede una sentenza capitale per un mago… a quale scorta,… a quali custodi può ricorrere per scongiurare una rovina invisibile e inevitabile ?   A nessuno, lo capite bene;  e perciò chi crede a siffatto genere di delitti non li denuncia” [63]. 

     L’osservazione di Apuleio è interessante perché anche i Cristiani venivano accusati di magia, per la taumaturgia e le guarigioni miracolose,  e di appartenere a religioni strane e misteriose.  Ciò  che dice Apuleio, riguardo al timore che suscita  chi crede ad operazioni magiche, avrebbe dovuto salvare i Cristiani dalle denunce, riguardando poteri extra-umani.  Il fatto è che, per gli imperatori e i loro subordinati, il pericolo rappresentato dai Cristiani non era tanto l’atto magico o miracoloso, quanto il minare  il loro potere e il loro prestigio non giurando e non sacrificando agli dèi e all’imperatore stesso.  L’accusa di magia, sebbene usata, era aleatoria e non determinante dal loro punto di vista.

    Contro Apuleio, viceversa, l’accusa era sì quella di magia, ma a fini di plagio,  di suggestione sulla volontà di una donna, considerata ormai “vecchia”, da parte di un giovane, non ricco e ambizioso, bramoso di acquisire così ricchezze altrui.  Apuleio  mette in evidenza la fragilità delle tesi:  lo accusano di essere filosofo, e quindi di essere “ateo”;  lo accusano di essere “mago”, e quindi in contatto con la divinità.  Sono accuse contraddittorie.  Lo accusano addirittura di aver provocato la caduta di un giovane, mentre poi Apuleio dimostrerà essere un epilettico, soggetto a questi attacchi.  Nel procedere della difesa, si comprende l’enorme differenza tra la procedura accusatoria (in cui ci si può opporre a singole accuse, pur gravi, confutandole una per una)  e la procedura inquisitoria, dove non si ha altra scelta che rinnegare il Cristianesimo, piuttosto che ribattere alle contestazioni avversarie.  E per chi non lo facesse immediatamente, c’era la tortura a far pressione sull’interrogato ( e questo sarà sottolineato da Tertulliano, di cui al prossimo paragrafo).  Apuleio alla fine ne esce assolto, malgrado il rischio corso,  e grazie anche all’amicizia col giudice, come riconosce più avanti lo stesso Apuleio.  I Cristiani, fermi nella fede, non potevano far altro che subire atroci condanne .

    Tra i poco seri argomenti dei suoi avversari, oltre alle cose sopra ricordate,  c’era pure quello di aver comprato del pesce da sezionare, sempre a scopi magici  di seduzione di Pudentilla, la moglie vedova e madre, di cui si dibatte.  Ancora, lo si accusava di aver fatto fare un  testamento dalla moglie a suo vantaggio, ma anche qui il nostro Autore ha agio di dimostrare, dissigillando il documento,  che questo atto restava a favore dei figli:
“XXIX.   …  si tratta del fatto che ho chiesto a pescatori alcune specie di pesci pagandoli.  Che cosa lo induce a sospettare di magia ?   Che siano stati dei pescatori a procurarmi il pesce ?  Evidentemente avrei dovuto affidare l’incarico a ricamatori o a fabbri…  Oppure avete dedotto che cercavo quei pesciolini per qualche maleficio dal fatto che ero disposto a pagarli ?   Già, è vero, se invece li avessi voluti per un pranzo, li avrei avuti senza pagare !   Perché non incolparmi anche per numerosi altri acquisti ?... A questa stregua condanni alla fame tutti i venditori di generi alimentari;  chi oserà fare la spesa da loro, se si stabilisce che tutti i cibi procurati dietro pagamento vengono ricercati non per la cena, ma per la magia ?...

XXX.   ‘Cerchi dei pesci’  dice lui [l’accusatore Emiliano].  Non intendo negarlo.  Ma dimmi, te ne prego,  chi cerca pesci è forse mago ?  non mi pare che lo sia più che se acquistasse lepri, cinghiali o polli;  oppure forse soltanto i pesci hanno qualche proprietà, segreta per gli altri, nota però ai maghi…  Siete così ignoranti… che non riuscite neppure a inventare le vostre menzogne in modo un po’  credibile… [dopo aver fatto sfoggio della sua cultura letteraria, umiliando i suoi avversari,  Apuleio prosegue]

XXXII. ... ‘Perché allora li cerchi?’  Non voglio né sono obbligato a dirtelo.  Dimostra tu, se ci riesci, che li ho cercati per la ragione che tu sostieni [ecco qui il punto chiave che contrappone il rito genuinamente accusatorio da quello inquisitorio o misto:  è l’accusatore che deve dimostrare il reato, non l’accusato;  è all’avvocato di parte civile o al magistrato che spetta il compito di provare l’autore di un reato, certo o probabile;  alla difesa spetta di mettere in crisi la prova presunta.  Per un omicidio, all’avvocato non spetta di trovare un colpevole, ma solo di confutare  le presunte  prove sostenute dall’accusa.  Nel rito inquisitorio, ovviamente, è  il difensore  che deve provare  di non  aver commesso quel reato.  Questo  in linea di principio, ma sappiamo bene che, allora e oggi,  le cose non sono così lineari].  Quando  anche io avessi comperato elleboro, cicuta, estratto di papavero [tutte piante a cui si attribuivano poteri magici o venefici]…  che sono salutari assunte in giusta quantità ma dannose se mescolate o usate in dosi eccessive, nessuno sopporterebbe senza protestare che tu mi trascinassi in giudizio con l’accusa di veneficio soltanto perché un uomo può essere ucciso da quelle sostanze [dice l’abilissimo dialettico Apuleio:  non basta che si compri del veleno che abbia anche funzioni terapeutiche, perché si possa condannare qualcuno per veneficio, occorre provare che quel veleno in dose sufficiente sia  stato usato contro qualcuno.  Oggi, la cosa non sarebbe molto difficile, data l’analisi chimica;  viceversa, allora, oltre ad esaminare alcuni sintomi esteriori,  il fatto era ben più difficile da provare.  Pensate ai monaci  de  “il Nome della Rosa” di Umberto Eco e il relativo film]

XXXIII.  … per completare la calunnia hanno inventato che ho cercato due frutti di mare dal nome osceno.  Il buon Tannonio [avvocato degli accusatori,  un tipo molto timido  e pudìco], volendo lasciar capire che si trattava degli organi genitali dell’uno e dell’altro sesso, non riuscendo tuttavia ad esprimerlo  - il perfetto avvocato ! – a causa della sua totale inettitudine  nel parlare, dopo molto e lungo balbettare, ha finalmente designato il pesce che porta il nome dei genitali maschili con non so quale circonlocuzione, in modo scorretto e squallido;  trovando soltanto parole indecenti per indicare l’organo femminile, è ricorso ai miei scritti e ha letto… ‘Copra l’interfeminio con la protezione di una coscia avanzata e con il riparo delle mani’ [nemmeno la commentatrice sa spiegare esattamente che cosa intendesse Apuleio con questa frase, anche se ci si riferisce ad un atto sessuale,  e quale parte volesse dire “interfeminium”,  probabilmente  il monte di Venere o la vulva.  Non si capisce il contesto, probabilmente qualche poesia dell’amore sessuale (di cui sopra),  per cui  è difficile anche entrare nello specifico:  certamente non vi si parlava né di magia né di religione].
XXXIV.   Costui, sbandierando la sua buona educazione, mi censurava perché non mi vergogno di parlare in termini decorosi di argomenti piuttosto indecenti:  Io sì che avrei ben più legittime ragioni di rinfacciargli che, dopo essersi dichiarato patrocinatore dell’eloquenza, con le sue ciance trasforma in volgarità anche argomenti onesti…  farfuglia o ammutolisce…
…  Chissà che ingegnosa scoperta deve esservi sembrata inventare che io abbia cercato questi due frutti di mare (la veretilla e il virginal) per le mie operazioni di magia.  Impara i nomi latini delle cose:  ho utilizzato di proposito termini vari perché tu possa tornare ad accusarmi  più preparato…  addurre… il fatto che creature del mare con nomi osceni sono state ricercate per pratiche d’amore è ridicolo;  altrettanto lo sarebbe affermare che il pettine di mare si cerca per pettinare i capelli e il pesce falco per catturare gli uccelli…

XXXV.  …   Voi asserite l’efficacia nelle pratiche amorose di certi frutti di mare che hanno il nome degli organi sessuali maschili e femminili…
[sgretolati  gli argomenti avversari  sull’acquisto  di prodotti marini, Apuleio si diverte a triturare gli avversari, spiegando perché  aveva acquistato quei molluschi e pesci, rivolgendosi  al giudice]

XXXVI.   Del resto è giusto che Emiliano, così sollecito dei miei affari, sappia per quale motivo conosco moltissime specie di pesci…  E’  una fortuna che il processo si svolga davanti a te, Massimo, che, per tua cultura personale, senza dubbio di Aristotele  hai letto La generazione  degli animali, L’Anatomia degli animali e La storia degli animali…  Concedetemi che si legga qualche brano dei miei libri magici, perché  Emiliano si renda conto che svolgo molte più ricerche…  scegli quello in cui più diffusamente  si tratta delle specie ittiche…

XXXVII.   Hai trovato il libro ?  Perfetto… Leggi qualche riga dell’inizio e poi qualche brano sui pesci.  Tu ferma la clessidra durante la lettura [un interessante riferimento storico a come si svolgevano questi processi:  il discorso doveva rientrare in limiti di tempo misurati da una  clessidra ad acqua;  ma i documenti venivano verificati interrompendo il passaggio dell’acqua, presumibilmente mettendo la clessidra in posizione orizzontale, in modo che l’acqua non scorresse.  Apuleio dimostra largamente di avere conoscenze notevoli per l’epoca sulla biologia marina, sia con testi greci che latini, sempre da lui scritti.  Prosegue ancora a confutare l’accusa]

XL.  …  ‘Ma il pesce a te portato dal servo Temisone [possiamo ben immaginarci le risate suscitate nel pubblico a sentire le battute di Apuleio, non privo di cultura né di umorismo:  lo si accusa di aver sezionato un pesce, atto che si fa sempre  quando lo si prepara per cucinare]’  dice ‘a quale scopo, se non malvagio, l’hai sezionato ?’.  Come se non avessi appena finito di dire riguardo agli organi di tutti gli animali… cerco di completare i volumi di anatomia di Aristotele…  nulla faccio di nascosto…

XLI.   ‘Ma il pesce tu l’hai sezionato !’ lui dice.  Si può considerare un reato ciò che non sarebbe tale nel caso di un pescivendolo o di un cuoco ?  ‘Hai sezionato il  pesce’.  Crudo, è di questo che mi accusi ?  Se frugassi nella pancia di un pesce cotto e ne estraessi il fegato, come impara a fare da te il giovane Sicinio Pudente [il secondo figlio di Pudentilla] con quelli comprati a sue spese, l’operazione non ti sembrerebbe meritare una denuncia.  Eppure  per un filosofo mangiare il pesce è un delitto peggiore che studiarlo.  O forse è consentito agli astrologi scrutare fegati e non sarà permesso al filosofo osservarli, nonostante sappia di essere aruspice di tutti gli animali, sacerdote di tutti gli dèi ? [una concezione sacrale della filosofia, vista come una religione della natura]

XLII.  [smontata la storia dei pesci Apuleio passa ad un’accusa ben più grave]
…  Perciò, adeguandosi alle credenze più diffuse, hanno inventato che un ragazzo sia stato vittima di un mio incantesimo:  lontano da spettatori, in luogo segreto, con un piccolo altare, una lucerna e di fronte a pochi testimoni complici, non appena compiuto il sortilegio egli sarebbe caduto a terra;  poi si sarebbe risvegliato senza conservare coscienza di nulla.  Non hanno osato spingersi oltre… avrebbero dovuto aggiungere che lo stesso ragazzo aveva pronunciato molte profezie [si tratta probabilmente di una specie di seduta spiritica, in cui il  ragazzo  - sofferente di epilessia -  aveva la funzione di “medium”  oppure di pronunciatore di oracoli], giacché  i veri vantaggi che traiamo dagli incantesimi sono i presagi e la divinazione [in sostanza, prassi largamente caratteristiche del mondo politeista o pagano]

XLIII.   … Se tutto questo è vero, fatemi il nome del ragazzo sano, puro, intelligente, bello che avrei giudicato degno di essere iniziato attraverso i miei incantesimi.  Il Tallo che avete nominato ha bisogno di un medico più che di un mago;  quel povero ragazzo è affetto da  un’epilessia  così grave [ne soffrivano anche Alessandro il Grande e Gaio Giulio Cesare:  gli antichi lo considerava un male sacro, di qui anche il collegamento a rituali religiosi o divinatori] che ha  -  proprio senza alcun incantesimo – tre o quattro crisi in una giornata, le convulsioni gli squassano la persona…, il viso è ferito, la fronte e la nuca contuse, lo sguardo ebete, le narici dilatate ed è malfermo sulle gambe [se fossero stati in Palestina, il giovane sarebbe stato qualificato non come epilettico, ma come indemoniato].  Mago potentissimo sarebbe quello che… riuscisse a far stare Tallo in piedi a lungo, tante sono le volte che si accascia per la malattia…  [Emiliano aveva anche fatto convocare i quindici schiavi  di  Apuleio  come testimoni contro di lui;  vennero in quattordici, appunto perché questo Tallo per le sue condizioni di salute era impossibilitato a presentarsi].

XLIV.  …  Accidenti [vorrei proprio capire perché la traduttrice trasforma in “accidenti”  l’esclamazione latina “hercle”, ovvero “per Ercole !”], vorrei proprio che fosse qui;  te l’avrei affidato, Emiliano, e l’avrei sorretto mentre tu lo avessi interrogato…  avrebbe rovesciato gli occhi truci verso di te, avrebbe cominciato tutto schiumante a coprire di sputi la tua faccia, avrebbe contratto le mani, agitato la testa… [una ben impietosa descrizione, non dissimile da quella di “indiavolati” descritti nel Vangelo, che però  ha la funzione di confutare l’accusa  di aver provocato simili fenomeni con azioni magiche]

XLV.   Ti porto quattordici schiavi che hai reclamato [non dimentichiamo, l’abbiamo visto anche in Quintiliano,  che gli schiavi erano sottoponibili a tortura:  immaginiamoci allora quali effetti avrebbe potuto subire l’infelice Tallo, in quelle condizioni fisiche.  Apuleio, che sembra crudele nella descrizione, voleva probabilmente evitare al poveretto un simile supplizio], perché non ne approfitti per interrogarli ?  No,  un solo ragazzo tu vuoi, quello epilettico, il quale, lo sai quanto me, è lontano da tempo.  Solo cavilli…  neppure tu oserai negare che il ragazzo sia epilettico,  Perché  attribuire le sue cadute a incantesimi e non a malattia ?...
… esigo che nomini coloro che sarebbero stati i testimoni di quell’empia cerimonia… Mi fai un nome in tutto:  quello di Sicinio Pudente, lo sbarbatello [il solito figlio di primo letto di Pudentilla]…;  lui in effetti sostiene di aver partecipato;  anche ammettendo però che la sua giovanissima età nulla tolga alla testimonianza, nondimeno la condizione di accusatore destituisce di valore la sua deposizione  [il neretto è mio:  è assai interessante notare anche le argomentazioni giuridiche  che Apuleio presenta, e che dimostrano come  il processo penale romano fosse tutt’altro che privo di garanzie e di regole per la difesa.  Le richiamerà, in forma generica, anche Tertulliano, che era giurista ancor più del suo contemporaneo Apuleio.  Ma qui siamo di fronte ad un processo regolare, con un giudice imparziale o quasi  (il richiamo all’amicizia ed alla conoscenza da parte di Apuleio potrebbe essere solo la classica captatio benevolentiae,  non abbiamo elementi obiettivi per saperlo).  Apuleio  intanto mette in dubbio la validità della testimonianza di Pudente a causa della troppo giovane età e, quindi, influenzabilità;  ma soprattutto oppone alle controparti:  o Pudente accusa, oppure testimonia;  le due funzioni  si contrappongono una all’altra.  Siccome a suo nome è stata presentata l’accusa,  è antigiuridico che testimoni su un determinato fatto.  L’obiezione di Apuleio è ineccepibile.  Se la prende poi con l’avvocato Tannonio, già debitamente deriso, il quale vuole presentare altri schiavi a prova degli incantesimi compiuti dallo scrittore.  Ma questi testimoni poi non appaiono, tra l’imbarazzo generale]

XLVII.   Perché, altrimenti, chiedevi che così numerosa parte della servitù comparisse qui ?  Formulando l’accusa di magia hai fatto venire come testimoni quindici schiavi:  quanti ne avresti voluti se mi avessi accusato di violenza ?  Dunque i quindici schiavi sanno qualcosa che è segreto;  o forse non è segreto ma è ugualmente connesso alla magia ?  Una delle due alternative seguenti sei costretto a riconoscerla:  o non era illecita la pratica a cui senza timore ho ammesso tanti testimoni o, se era illecita, non sarebbero dovuti essere tanti i testimoni [Apuleio dice:  se la cosa era segreta perché illecita, quindici schiavi erano troppi per un simile fatto].  Questa magia… è una materia disciplinata dalla legge… proibita dalle Dodici Tavole [il noto fondamento del Diritto romano, civile e penale] a causa dell’incredibile influenza esercitata sulle messi; perciò essa è occulta non meno che spaventosa e terrificante, praticata generalmente  di notte, protetta dalle tenebre, lontano da spettatori… [anche i Cristiani, riunendosi di notte in quanto altrimenti a rischio di arresto e sevizie, erano accusati di pratiche innominabili.  Come dire:  prima li costringi alla clandestinità con gli arresti e le torture, poi ti lamenti che sono clandestini e si riuniscano di notte !   Apuleio, che non nomina i Cristiani, si limita a dire che simile clandestinità notturna a scopo di magia si svolge tra  poche persone:  quindici schiavi o liberi sono troppi per cerimonie del genere.  Questo ci fa capire che egli aveva assistito a simili riunioni.  Ma non basta.  Continua a deridere gli avversari:  le uniche vittime sarebbero state delle galline sacrificate per il rito]
XLVIII.   Avete inoltre detto che anche una donna libera, ammalata  dello stesso male di Tallo [anch’essa epilettica, ma in misura meno grave], fu portata a casa mia;  io promisi di curarla e anche lei, vittima del mio incantesimo [secondo gli avversari], cadde a terra.  A quanto vedo siete venuti per accusare un lottatore, non un mago, se… tutti quelli… sono stati atterrati.  Tuttavia,  Massimo [il giudice], Temisone, il medico che mi condusse la donna…,  ha spiegato che mi limitai a domandarle  se sentiva un ronzìo alle orecchie e da quale parte più forte;  ella, dopo aver risposto che il disturbo era assai fastidioso a destra, se ne andò subito… [è estremamente piacevole seguire Apuleio riga per riga, per la vivacità del discorso, tanto che se ne potrebbe fare una commedia;  ma lo spazio e le regole sui diritti d’autore lo vietano. Lo scrittore elogia il giudice il quale, dopo aver ascoltate le cialtronate dell’accusa con estrema pazienza,  chiede pure  che vantaggio ne avrebbe avuto Apuleio dalle cadute di questa donna o di chi altro;  inoltre chiede se questa è poi morta.  Ovviamente  gli accusatori devono negarlo.  Così Apuleio ha buon gioco nel riaffermare alcuni essenziali princìpi processuali che,  ahinoi !!!,  sono spesso tuttora disattesi nelle aule giudiziarie]
… negare un fatto è facile e non richiede l’intervento di nessun avvocato;  mostrare invece se il fatto è avvenuto secondo giustizia oppure no, questo è molto più arduo e difficile.  E’  inutile indagare se un fatto sussista quando è stato compiuto senza dolo.  Così chi è imputato di fronte a un buon giudice viene liberato dalla preoccupazione del processo se in lui è mancata l’intenzione di nuocere [qui ciò che sostiene Apuleio rispetta certi canoni giuridici: tuttavia, siccome l’intenzione  è qualcosa di impalpabile e non verificabile,  non può anche essere valutata: posso aver bene l’intenzione di uccidere qualcuno, ma se mi limito a tale stato d’animo e la persona vive, non posso essere punito; se la persona muore in mia presenza, ed io lo avevo minacciato, magari con un’arma,  è ben vero che non è del tutto dimostrato il rapporto di causalità tra la mia intenzione e la morte, perché poi varie cose sono da  verificare, ma legittimamente posso essere messo sotto processo  per vedere se dalla parola e dal gesto minaccioso sono realmente passato ai fatti.  L’intenzione è  valutabile solo dove e quando sia stata resa pubblica;  se rimane interiore ed inespressa, nessuno potrebbe accusarmi di nulla, salvo prove d’altra natura.  E’  pure interessante notare che Apuleio parla di un “buon giudice”, ma se questo non è tale,  allora tutto può succedere, anche la manifesta violazione dei princìpi giuridici basilari].  Poiché nella fattispecie non hanno dimostrato che la donna sia stata incantata né che sia stata fatta cadere e io non nego di averla… visitata, dirò a te, Massimo, perché le ho domandato del ronzìo…  [Apuleio entra in questioni di teorie fisiologiche e patologiche sulla base di dottrine mediche del tempo, citando soprattutto Platone ed Aristotele.  Lo scrittore non solo fa di sé il proprio avvocato, ma pure l’esperto nelle più varie scienze naturali]

LI.   …   o i miei avversari decidono che curare le malattie è attività da mago e da persona dedita al maleficio, oppure,  se manca loro il coraggio di dir questo, ammettono, riguardo al ragazzo e alla donna affetti di mal caduco [il nome che gli antichi davano all’epilessia per i suoi sintomi, oltre a quello di “male sacro”], di aver indirizzato contro di me calunnie vane e  - queste sì  - ‘caduche’ “ [65] .

    Apuleio ora passa ad altra storia:  lo si accusa di aver tenuto in mano, in una stoffa, qualcosa che non si vede esteriormente,  ma si dice che è lo strumento, il talismano del maleficio.  Anche qui il terribile Apuleio polverizza le accuse, mettendole in totale ridicolo:
“LIII.   …  Affermi infatti che tenevo certi oggetti avvolti in un fazzoletto presso i Lari di Ponziano [i Lari sono gli spiriti, rappresentati in statue o figure,  degli antenati:  Ponziano è il figlio maggiore della vedova Pudentilla, morto prima del processo a causa  - secondo il parentado  e i suoi avvocati -  di qualche altro maleficio compiuto da Apuleio che, con quel misterioso pacchetto in mano, avrebbe compiuto riti maledetti presso le statue degli antenati del giovane, per farlo morire e impadronirsi  - il problema era tutto lì  - dell’eredità].  Quali e di che tipo gli oggetti avvolti dichiari di non sapere, confessi d’altra parte che nessuno li ha visti; pretendi tuttavia che si sia trattato di strumenti magici [il neretto è mio]. Non aspettare complimenti da nessuno,  Emiliano:  come accusatore non dimostri né astuzia né sfacciataggine… Il tuo è soltanto lo sterile furore di un animo inasprito… Hai sostenuto… ‘… Ignoro di che si trattasse, quindi sostengo che era del materiale magico.  Fidati perciò di quanto dico perché dico ciò che non so’.  Un ragionamento formidabile !  Come provare meglio un crimine ? ‘Si trattava della tal cosa perché  non so di che si trattasse’.  Ci sei soltanto tu, Emiliano,  che sai anche ciò che non sai:  così tanto superi tutti per stupidità [ahinoi,  non era solo quell’antico Emiliano che faceva tali deduzioni curiose, ma anche nel corso del tempo, come ben sappiamo.  Tornando all’attualità, abbiamo dovuto constatare che,  in un recente procedimento,  si considerano colpevoli persone di un delitto, di cui non c’è  che una testimonianza in otto versioni, un’altra riferita ad un sogno, assurdo come può essere un sogno, e nessun’altra testimonianza accertabile, nessuna prova  verificabile, nessun’altra confessione.  E, anche in quel caso, non  siamo lungi da un processo per stregoneria, sebbene non qualificato come tale, non essendo oggi la stregoneria un reato formalizzato come tale. Passano i millenni, ma l’ottusità in materia giudiziaria persiste]!  I filosofi più attenti e profondi avvisano che non bisogna credere neppure alle cose che vediamo, e tu ?  tu dài per sicure anche quelle che mai hai visto… 
…  bene, povero sciocco, se oggi  ti fossi impossessato di quel fazzoletto,  qualsiasi cosa ne cavassi io negherei che sia magica.

LIV.   …  Tutti gli uomini potrebbero essere messi in stato di accusa se, per chi denuncia la prima persona che capita,  non esistesse l’obbligo della prova e al contrario ci fosse piena libertà di interrogare.  Con tale sistema tutti, solo che si sia mossa un’accusa per magia, verranno incolpati per qualsiasi cosa abbiano fatto [il neretto è mio: la necessità di prove, oggettivamente verificabili da chiunque segua un processo, era  un fatto giuridico e giudiziario scontato già 1900 anni fa.  Nondimeno troppo spesso violato allora, così  come lo è oggi.  Lancia in resta, Apuleio prosegue] Hai appeso un voto con il tuo nome sulla gamba di una statua?  Sei un mago; perché l’avresti appeso altrimenti? Hai innalzato preghiere silenziose  agli dèi in un tempio? Sei un mago;  che desiderio hai espresso altrimenti? Ma è vero anche tutto il contrario:  in quel tempio non hai pregato affatto [infatti, confrontare le accuse ai Cristiani,  i cui processi sono esattamente l’immagine in negativo  di questo dibattito.  Apuleio  dimostra che, sulla base dei pregiudizi, qualunque accusa è ammissibile]? Sei un mago;  quale altra spiegazione al non aver rivolto suppliche agli dèi ?...

LV.   Mi domandi, Emiliano, che cosa tenevo nel fazzoletto.  Potrei negare completamente che mai alcun fazzoletto di mia proprietà sia rimasto nella biblioteca di Ponziano  [qui,  Apuleio, sicuro di sé e della non ostilità  del giudice, si diverte a giocare  come con i molluschi dai nomi erotici];  potrei tutt’al più ammettere che c’è stato, escludendo però che qualcosa fosse avvolto in essa (… non esiste testimonianza o prova che mi sconfessi…);  ciononostante, come dicevo, non ho difficoltà a dire che il fazzoletto era pieno zeppo…
    Sono stato iniziato in Grecia a molti culti [abbiamo qui uno squarcio  della vita  religiosa nel II secolo d.C.  nell’Impero Romano:   non si accenna mai al Cristianesimo, il che è ben curioso:  forse perché sarebbe stato argomento avversario per passare dall’accusa di mago a quella di Cristiano, il che avrebbe comportato  ben più rapidamente la condanna ?   Ben verificando l’abilità  di  Apuleio, possiamo  immaginarci che poteva essere una ragione molto plausibile].  Ne conservo con cura alcuni segni e simboli che mi sono stati affidati dai sacerdoti.  Non dico nulla di straordinario…  già tre anni fa all’incirca, nei primi tempi del mio  soggiorno qui ad Oea nel corso di una conferenza sulla maestà  di Esculapio  [dio della salute, della medicina e delle guarigioni]  feci le stesse dichiarazioni ed elencai i culti misterici da me conosciuti.  Quel mio discorso è molto noto…

LVI.   Può meravigliarsi, chiunque conservi una qualche nozione di religione, del fatto che un uomo iniziato a tanti misteri divini custodisca in casa sua simboli di cerimonie sacre e li avvolga nel lino…?...
    Io so che alcuni  -  e il nostro Emiliano in testa  -  trovano divertente deridere le cose divine [qui si diverte a dargli pure dell’irreligioso o dell’ateo].  Infatti, come vengo a sapere da cittadini di Oea… non ha mai pregato nessuna divinità n frequentato nessun tempio…   Non è quindi una fatica per me credere che queste rassegne di tanti culti misterici a lui sembrino sciocchezze… [interessante poi l’affermazione finale di questo capitolo, sempre in relazione al confronto col Cristianesimo,  su ciò che il fazzoletto avesse contenuto].  Per gli altri, invece, proclamo a gran voce:  se per caso è qui presente  qualcuno iniziato agli stessi miei culti, si faccia riconoscere mediante un segnale;  sono pronto a rivelargli che oggetti io conservo. Nessun pericolo mai potrà indurmi a rivelare a profani i segreti che ho appreso con l’obbligo del silenzio  [il neretto è mio; questa dichiarazione è di estremo interesse, perché dimostra che non solo i Cristiani erano pronti a morire, magari tra atroci sofferenze, per motivi religiosi, ma pure altri gruppi legati al segreto.  Resta però la notevole differenza per cui i Cristiani morivano per dichiararsi tali;  questi invece per tacere  sui loro riti segreti.   Segue poi l’attacco ad un preteso testimone,  tale Giunio Crasso, forse   discendente dall’amico di Cesare e morto a Carre ad opera dei Parti che, per la sua bramosia di oro, glielo colarono fuso in gola.  Questo Giunio, più che bramoso di oro,  è un ghiottone e un avvinazzato, secondo Apuleio, quindi poco credibile come testimone, anche perché, invece di presentarsi di persona, manda un suo scritto, essendo ancora completamente ubriaco nell’ora del processo.  Infine, questa testimonianza sarebbe stata venduta  per tremila sesterzi:  di che si trattava ?  Di piume che Giunio Crasso, o un suo schiavo, avrebbe trovato ad Alessandria d’Egitto]

LXI.   Un’altra accusa i miei avversari mi hanno mosso ricavandola dalle lettere di Pudentilla:  riguarda la fabbricazione di una statuetta che mi sarei fatto scolpire per le mie stregonerie in gran segreto in un legno pregiatissimo e che, pur avendo l’aspetto ripugnante e spaventoso di uno scheletro, venererei e invocherei con il nome greco basileus [re, sovrano;  qui Apuleio smonta un’altra volta l’accusa, sempre mirante a vederlo come operatore di magia nociva]

    Ebbene, la lavorazione della statuetta è stata segreta, dite voi.  Come è possibile se voi stessi ne conoscete l’artefice e così bene da ingiungergli  di comparire in giudizio?  Eccolo,  è Cornelio Saturnino, un uomo che dai conoscenti riscuote ammirazione per la sua arte…
…  Il mio figliastro Sicinio Ponziano [colui che aveva consigliato la madre ed Apuleio di sposarsi, poi per un periodo si era messo contro il patrigno, quindi di nuovo d’accordo con lui, ma poi deceduto:  su questa morte gli avversari avevano sostenuto trattarsi di un altro dei vari malefici dello scrittore], mosso dal desiderio di farmi cosa gradita e avendo avuto da Capitolina, nobile signora, uno scrigno di ebano, lo portò a Saturnino e lo pregò di ricavare la statua da quel materiale più prezioso…  Saturnino si regolò quindi  secondo quelle istruzioni…  fu in grado di cavar fuori un piccolo Mercurio [il lavoro della statuetta era stato anche confermato dalla testimonianza del figlio di tale Capitolina, così Apuleio confuta nettamente anche la pretesa segretezza di tale lavoro]

LXIII.       La vostra terza menzogna consiste nell’aver descritto questa scultura come l’agghiacciante figura macilenta o addirittura scarnificata di un cadavere [un mio piccolo dubbio del tutto personale, a cui credo nessuno storico accenni:  e se si fosse trattato di uno dei primi crocefissi,  poi largamente usati dal Cristianesimo?   Dato che nessuno poteva smentirlo,  ciò che avevano visto di sfuggita testimoni   della parte avversa  poteva non c’entrare per nulla con la statuetta di Mercurio che qui fa vedere, come l’oggetto in questione.  Ovviamente,  non c’è nessun altro elemento che possa confermare questa mia vaga ipotesi.  Che i Cristiani lo abbiano rappresentato poi come un oppositore, ha poca  importanza:  Apuleio infatti dichiara di aver fatto raccolta di idoli e di  figure  di molti culti.  Che non faccia riferimenti al Cristianesimo, considerati i rischi che ciò comportava, appare del tutto evidente, in quanto non di un Cristiano si trattava, ma di un eclettico interessato a molti nuovi fenomeni religiosi],  una specie di spettro spaventoso…  Ecco l’oggetto che lo scellerato chiamava ‘scheletro’.  …  E’  magica, questa statuetta, e non piuttosto  una comune immagine sacra ?...  Guarda che bel corpo ben sviluppato e atletico, e com’è sereno il volto del dio…  [dopo ulteriori osservazioni sul senso della bellezza nei filosofi platonici, quale Apuleio si considera,  egli entra in un’altra delicata questione, ovvero le lettere di Pudentilla, che  le controparti considerano documento  di un preteso sortilegio sulla donna per costringerla a sposarsi  con lui, e quindi impadronirsi delle sue ricchezze,  perché  poi  tutta questa storia della magia, riguardava essenzialmente la questione ereditaria]

LXVI. E’  arrivato il momento di passare alle lettere di Pudentilla… quel matrimonio, svantaggioso sotto ogni altro profilo se mia moglie [svantaggioso nel senso che la donna era più anziana di lui di 10 anni circa e, a dire stesso del parentado, addirittura  di 30 anni;  poi la presenza di due figli ormai grandi (uno adulto, l’altro adolescente):  erano ambedue motivi  di scarsa attrazione, indipendentemente dalle ricchezze della donna.  Implicitamente Apuleio sostiene che avrebbe potuto sposarsi, vista la sua celebrità,  con donna più giovane, bella e anche ricca] non avesse compensato tanti disagi con le sue qualità,  è stato per me rovinoso.
     Nessun’altra ragione, eccetto una sciocca invidia, può spiegare questo processo voluto contro di me e le molte minacce…

LXVII.  …  ella non aveva mai voluto riprendere marito dopo il primo ma  - dissero -  vi fu costretta dalle mie stregonerie;  secondo:  ritengono di rintracciare nelle lettere di lei un’ammissione di magia;  terzo:  avendo sessant’anni [secondo il parentado, ma Apuleio dimostrerà, con un ricalcolo dei consolati  -  allora gli anni si calcolavano in vario modo, e il più diffuso era quello  della successione di consoli,  che duravano un anno e la cui funzione non era stata per nulla abrogata dall’Impero, almeno fino al Dominato di Diocleziano,  ma  ridotti a carica amministrativa, esecutiva, e non più rappresentativa del sommo del potere politico e militare, gestito dall’imperatore e dai suoi immediati subordinati -  che ne aveva 40 al momento delle nozze [66], quindi ancora lontana dalla menopausa], si è sposata obbedendo a un impulso libidinoso [altro interessante riferimento storico alla mentalità del tempo:  una donna, che abbia superato la menopausa e quindi sterile, non doveva avere più desideri e rapporti sessuali, se non per vizio [67].  Oggi nessuno  crederebbe a simili cose.  Tra gli Ebrei questa tradizione non  sussisteva, se pensiamo a Sara  moglie di Abramo e alle madri di Maria  e di  Giovanni il Battista,  in quanto il miracoloso avverarsi della fecondazione  aveva per presupposto in tutti i casi la continuità dei rapporti sessuali tra coniugi.  Solo per Maria, quindicenne, perciò appena adolescente, la tradizione attribuisce un intervento puramente spirituale nel concepimento di Gesù, ma questo è un altro discorso],  quarto:  l’atto di matrimonio è stato sottoscritto in campagna…. ;  l’ultima accusa, la più carica d’odio, è quella riguardante la dote.  Su questo hanno concentrato le loro forze e riversato il loro fiele…  dimostrerò che tutto questo è falso…; lo confuterò  senza difficoltà…  [a tale scopo Apuleio ricapitola i fatti che hanno condotto a quel matrimonio, mentre il suocero avrebbe preferito darla in moglie all’altro figlio Sicinio  Claro, evidentemente per mantenere in famiglia le ricchezze,  ma la donna, un po’  come Penelope in attesa di Ulisse, riuscì a sviare il matrimonio fino alla morte del suocero.  Intanto, la donna, quantunque  si chiamasse Pudentilla (ovvero, piccola Pudìca),  soffriva di problemi che oggi diremmo neuro-sessuali dovuti alla lunga astinenza, quindi fu consigliata dai medici di sposarsi]

LXXI.  Ritengo che da questi dati emerga abbastanza chiaramente che Pudentilla non fu distolta dalla sua irriducibile vedovanza dalla forza delle mie magie, ma che, spontaneamente e da tempo propensa al matrimonio, forse mi ha preferito agli altri…  Ponziano… temendo che… lei si fosse imbattuta in una persona avida… tutte le speranze per lui e per il fratello risiedevano nelle sostanze della madre.  Il nonno aveva lasciato un’eredità  modesta, la madre invece possedeva quattro milioni di sesterzi  [una cifra consistente, sebbene il sesterzio  non fosse l’unità monetaria più elevata  -  tale era il denario  fino al III secolo d. C,  in argento.  Questa la vera ragione su tutta la manfrina contro i poteri magici di Apuleio,  il che egli dimostrerà ampiamente]…  si mostra sollecito della mia salute…  gli sembrava di aver trovato per sua madre il marito ideale…  Con molte insistenze riesce anche… a farmi trasferire suo ospite in casa della madre…

LXXIII.   Fa molta pressione, mi convinco e mi affida la madre e suo fratello, il ragazzo che è qui…   Ponziano… mi comunica il progetto di matrimonio per me… e sua madre…   Se io, visto che mi veniva proposta non una fresca ragazza ma una donna non bella e con due figli a carico, avessi rifiutato questo impegno… in cerca di bellezza e denaro avessi aspettato condizioni diverse, lui non mi avrebbe considerato né amico né filosofo.  Sarebbe lungo riferire tutte le lunghe e numerose mie obiezioni…  avevo osservato bene Pudentilla e ne avevo riconosciuto le virtù, tuttavia, consapevole della mia passione per i viaggi [Apuleio, oltre che scrittore e studioso  di scienze naturali ed umane,  era anche conferenziere viaggiante, e proprio in una di queste conferenze Ponziano gli aveva proposto il matrimonio con la madre.  Ponziano però, su spinta del suocero Erennio Rufino, altro nemico di Apuleio, inizia ad ostacolare le nozze]

LXXIV]…la colpa… non deve ricadere su di lui, ma sul suocero di lui, Erennio Rufino:  eccolo lì, un essere che al mondo non ha rivali in bassezza, perversità  e corruzione…
    Istigare il ragazzino, promuovere l’accusa, raccogliere gli avvocati e comprare i testimoni:  tutto opera sua.  Lui è stato il focolaio di tutta la calunnia, lui ha fomentato e aizzato Emiliano…  germoglio di tutti i mali, e lui stesso ricettacolo di gola e lussuria, bordello, lupanare;  noto a tutti fin dai suoi primi anni per le sue vergognose sconcezze [Apuleio va con la mano pesante, assai più che con i precedenti personaggi protagonisti della calunnia:  difficile sarebbe dire se sono nello scritto, o furono anche  nel discorso orale;  segue la linea di Cicerone nel descrivere Marco Antonio, nelle “Filippiche”.  Non accontentandosi di demolire ogni credibilità  di Erennio,  ne attacca pure la famiglia]: ancora ragazzo… era pronto a soddisfare tutte le voglie immonde dei suoi corruttori [vediamo quindi un Apuleio anti-pedofilo ed anti-omosessuale];  più tardi, rammollito e cascante, danzava nei pantomimi… con una mollezza priva di arte…

LXXV.   …  la sua casa è posto per ruffiani… la moglie una prostituta e i figli assomigliano ai genitori…  la camera da letto un andirivieni di adulteri [una descrizione che abbiamo già visto in Giustino:  e noi che ci riteniamo moderni per il gay pride!!!]… la vergogna del suo letto è la sua rendita.  Un tempo gli incassi erano procurati dal suo corpo, ora da quello della moglie [non basta:  Apuleio sostiene che la coppietta, se è pagata profumatamente, lascia andare i visitatori, ma se questi pagano poco, vengono assaliti, e ricattati con l’idea  dell’adulterio in flagrante che, a quel tempo, consentiva  l’uccisione dell’adultero]

LXXVI.  …  la figlia, per iniziativa della madre, venne senza successo portata in giro fra i giovani più ricchi e alcuni pretendenti ebbero anche la libertà di ‘provarla’ [questa brava ragazza poi divenne pure la moglie, ora vedova, di Ponziano]… di fanciulla portava il nome e non il candore…
[dai contrasti tra Pudentilla, il figlio Ponziano e quel simpaticone di suo suocero,  nascono quelle lettere che dovrebbero dimostrare il sortilegio nel matrimonio tra Apuleio e Pudentilla:
LXVIII.  …   Pudentilla, quando si accorge che… il figlio si è lasciato corrompere… parte per la campagna e gli scrive la famosa lettera di  rimprovero, quella in cui  -  a loro dire – confessa di aver perso la ragione dacché  con la magia l’ho fatta innamorare.  Ora, però,io possiedo una copia autentica di tale lettera, trascritta l’altro ieri per tuo ordine, Massimo, alla presenza del segretario di Ponziano…   Contiene solo smentite…

LXXIX.  …  Il peso di una dichiarazione sottoscritta in tribunale deve pur superare quello delle parole di una lettera [risultata essere falsa.  Come altre volte Apuleio si diverte a seguire gli altri argomenti, per poi sgonfiarli]… ‘Pudentilla ha scritto che sei un mago, quindi lo sei’.  E se, supponiamo, avesse scritto che sono console, sarei console ?  Pittore, ad esempio, o medico ?  Oppure che sono innocente ?....  ‘Ma era sconvolta, t’amava alla follìa’.  D’accordo, tuttavia non sono maghi tutti coloro che sono amati, se chi ama lo scrive [è chiaro che gli avversari pretendono di prendere alla lettera certe frasi enfatiche  che due innamorati si scrivono, frasi comunissime anche oggi “amare alla follìa, mi hai stregato/a”, ecc.]

LXXX.   Deciditi una buona volta:  era o non era in sé  [Apuleio, da abilissimo dialettico, ora usa una variante del sofisma del mentitore:  chi dice di mentire sempre, in quel momento è sincero o mente ?  Così, se uno si proclama folle d’amore, quando lo dice è lucido  o è folle?  Se fosse folle, non sarebbe credibile;  se è lucido vuol dire che esagera  il suo stato d’animo] mentre scriveva?  Era in sé?  Quindi non era sotto l’effetto della magia ?  Non lo era ? Allora non si rendeva conto di ciò che scriveva, pertanto non è il caso di crederle:  anzi, se fosse stata fuori di sé, non avrebbe saputo di esserlo [il neretto è mio:  logica ineccepibile.  Un pazzo crede di essere savio;  chi dice di essere pazzo, avrà certo problemi nervosi,  ma sicuramente non è pazzo]…  Pudentilla era nel pieno delle sue facoltà mentali se credeva di non esserlo…  lascio stare la dialettica.  Leggerò invece la lettera che già da sola proclama tutt’altro…[la fa leggere al giudice Massimo]
   Ora fermati un momento…  siamo giunti ad una svolta… Pudentilla non fa nessun cenno alla magia… racconta il lungo periodo da vedova,  la cura consigliata… il desiderio di sposarsi…

LXXXI.  … Resta quella parte della lettera che, scritta in mio favore… ora si ritorce contro di me:  inviata con il preciso scopo di stornare l’accusa di magia, per somma gloria di Rufino ha cambiato destino… [vediamo di che si tratta:  il suocero di Ponziano  mostra solo una frase isolata, vecchio ma sempre attuale trucchetto [68],  in cui un’espressione ironica diviene espressione  reale]

LXXXII.   … ‘Apuleio è un mago, io sono stata stregata da lui e lo amo.  Perciò vieni da me finché sono ancora in grado di ragionare’. Rufino mostrava a tutti quest’unica frase, da me citata in greco, isolandola dal contesto, e la portava in giro come se si trattasse della confessione di lei… nascondeva quanto veniva prima e dopo con il pretesto che si trattasse di oscenità…

LXXXIII.   [Apuleio cita ora il testo esatto, riportato dallo stesso Emiliano in tribunale] ‘Fosti tu a convincermi  -  ero ormai decisa a sposarmi per le ragioni che ti ho detto  -  a scegliere lui fra tutti: lo ammiravi [Pudentilla si rivolge in realtà al figlio Ponziano] e desideravi che attraverso di me stringesse con noi vincoli di parentela.  Ma da quando quegli imbroglioni dei nostri accusatori ti hanno corrotto,  improvvisamente ecco che Apuleio è un mago, io sono stata stregata da lui e lo amo.  Perciò  vieni da me finché sono ancora in grado di ragionare  [il neretto è mio:  trucco semplice e sarebbe stato efficace se la stessa parte avversa, ovvero Emiliano, non avesse portato  copia autenticata dell’intera lettera]’…
… Pudentilla non accusa Apuleio di magia, anzi lo proscioglie dall’accusa di Rufino…

LXXXIV.   Vi siete appellati alla  lettera e, grazie alla lettera, io ottengo il trionfo.  Se desiderate ascoltarne anche la parte finale…  ‘ Non sono né stregata, né innamorata.  Il destino…’… Attribuisce tanto al destino tanto il progetto quanto la necessità di sposarsi, e il destino è molto distante dalla magia, addirittura la esclude…  Pudentilla ha negato non solo che io sia mago, ma l’esistenza della magia.  E’  una fortuna che Ponziano avesse l’abitudine di conservare intere le lettere della madre…  [smontata ogni accusa fondata sulle lettere, di cui una anche di Apuleio stesso, ma falsificata, il nostro scrittore si avvìa alla conclusione, sia  sul fatto che il matrimonio sia stato firmato in campagna e non in città, per la sola ragione di risparmiare l’inutile spesa di 50.000 sesterzi (tanto costava farlo),  così  confuta l’età della donna, che non era di sessanta, ma di quarant’anni,  come già si è detto.  Sfida quindi gli avversari a trovare un movente illegittimo a quel matrimonio.  Qui appare quel riferimento a Mosè, di cui già avevo accennato]

XC….  Domando a Emiliano e a Rufino per quale interesse,  fossi io pure un mago potentissimo, avrei indotto Pudentilla al matrimonio seducendola con incantesimi e veleni…  se si troverà la benché minima ragione per cui avrei dovuto ambire al matrimonio con Pudentilla per qualche mio interesse, se proverete anche un piccolo vantaggio per me, allora consideratemi pure Carmenda, Damigerone,  Mosè giudeo, Iannes, Apollobex, Dardano o qualunque altro mago si ricordi dopo Zoroastro e Ostane.

XCI.   … Hanno criticato l’aspetto e l’età di lei e mi hanno rimproverato il fatto che soltanto per avidità si desidera una donna così, tanto che, non appena sposati, le ho sottratto  [questa l’accusa;  la traduzione sarebbe stata più corretta al condizionale “le avrei sottratto”] una cospicua e ricca dote…  non occorrono parole, poiché parla già, e assai chiaramente, il contratto di matrimonio…  la dote resterebbe integralmente ai suoi figli Ponziano e Pudente; se invece un nostro figlio o figlia  [ovvero, di secondo letto, eventualmente nati da nuovo matrimonio, con il che si dimostra che, al momento delle nozze, Pudentilla era ancora fertile] fossero viventi alla sua morte, allora metà della dote passerebbe al figlio di secondo letto…

XCII:  [confrontando poi altre eventuali ragioni,  Apuleio  sostiene]… Al contrario una vedova invece arriva alle nozze nella stessa condizione in cui se ne va se poi si separa dal marito [anche questo, interessante aspetto del Diritto di famiglia  in quell’epoca] e senza recare nulla che non possa riprendersi;  ha già donato ad un altro il suo fiore [non solo la verginità fisica, ma anche la purezza e il candore di una donna o ragazza assai giovane, come allora d’uso], è sicuramente meno arrendevole ai desideri del marito, sospettosa nei confronti della nuova casa…  se c’è stato un ripudio, la donna ha una delle due seguenti colpe:  o si è resa così insopportabile da essere ripudiata oppure è stata così insolente da ripudiare lei il marito [il neretto è mio.  Ricordate il caso citato dal cristiano Giustino, della moglie convertitasi al cristianesimo che ripudia, dopo una vita di stravizi,  il marito vizioso ?  Qui Apuleio, pur considerandolo un atto insolente, dimostra che quello della cristiana ex-viziosa  non era del tutto unico].  Per queste e altre ragioni le vedove attirano i pretendenti aumentando la dote.  Anche Pudentilla sarebbe dovuta ricorrere a un simile espediente se non si fosse imbattuta in un filosofo…

XCIII.  …  se avessi desiderato quella donna per avidità, la linea migliore… sarebbe stata seminare discordia tra madre e figli…   Fui io a consigliare a  mia moglie, alla quale, come sostengono, avevo [avrei] divorato tutti i beni… la persuasi a restituire ai figli i soldi… che chiedevano indietro…  in forma di poderi valutati poco, secondo stime giuste per loro;  inoltre donasse loro dei campi molto produttivi del suo patrimonio, una casa spaziosa [e vari beni alimentari]…  riconciliai la madre con i figli…

XCIV.   Questi fatti sono risaputi in tutta la città… [seguono ulteriori considerazioni sui figliastri e la nuora di Pudentilla, che qui poco interessano, ed arriviamo al colpo di grazia dell’orazione difensiva di Apuleio, che comprova l’assoluto disinteresse personale finanziario o economico dello scrittore  nei confronti della donna.   Chiede al giudice Massimo di aprire i sigilli e leggere il testamento della donna]
C.  Dammi il testamento redatto dalla madre per il figlio quando già le si era ribellato, mentre io,  predone, …  ne suggerivo [ne avrei suggerito] ogni parola…  Fai rompere i sigilli,  Massimo:  potrai constatare che erede è il figlio;  in mio favore, invece, per rispetto c’è un qualche lascito irrisorio…  In realtà, poi, neppure il figlio è erede  [essendo morto nel frattempo]:  veri beneficiari sono Emiliano e le sue speranze, Rufino e  le sue nozze, insomma tutta quell’avvinazzata schiera dei suoi figli…  ‘Sia erede mio figlio Sicinio Pudente’ [ovvero, il secondo non ancora maggiorenne]
CII.  [malgrado  il discorso sia proceduto sempre con il vento in poppa, almeno nel testo ricostruito poi,  Apuleio sa di averla scampata bella:  ha vinto,  ma  ha rischiato grosso, perché l’accusa di magia non avrebbe comportato solo l’accusa di aver compiuto certi riti, ma di aver plagiato una donna e di aver fatto morire il suo figlio maggiore.  Apuleio   ha approfittato  di tutta la sua arte oratoria  e dialettica -  pensate che oggi troveremmo un avvocato così abile ?  - nonché dei pochi dati obiettivi  messi in esame,  per schiantare e ridicolizzare le accuse avversarie, ma sa anche che deve all’amicizia o all’imparzialità del giudice Claudio Massimo  l’aver  azzerato le accuse.  Se il giudice fosse stato un altro,  forse le cose si sarebbero concluse  con la sua condanna]

Provate a pensare che la causa si dibattesse non al cospetto di Claudio Massimo, uomo equo e determinato a far trionfare la giustizia, ma fosse presieduta da un giudice perverso e implacabile, fanatico partigiano delle accuse e assetato di condanne.  Mettetegli a disposizione una traccia, fornitegli un motivo anche solo vagamente verosimile per  emettere una sentenza conforme alle vostre richieste… [Apuleio vuol sostenere che, nemmeno di fronte ad un giudice feroce,  le accuse sarebbero potute reggere.  Bello pure il finale, dove si sente l’orgoglio del filosofo che, con la ragione e non con rituali formalistici, ha battuto un’accusa che poteva essere mortale]

CIII.   … se non ho sminuito la dignità della filosofia, per me più preziosa della mia stessa vita, e al contrario l’ho tenuta ovunque ben alta e vittoriosa, se tutto questo ho fatto, posso con serenità e riverenza sperare nella tua stima senza temere la tua autorità.  Reputo la condanna del proconsole Claudio Massimo meno grave e temibile della disapprovazione dell’uomo Claudio Massimo, tanto onesto e irreprensibile”  [69].

§   2.     IL  DISCORSO “APOLOGETICUM”  DI  TERTULLIANO .
      Tertulliano, dopo Giustino, può essere considerato uno dei primi grandi apologisti del Cristianesimo, nato a Cartagine nella seconda metà  del II scolo d.C., autore di varie opere tra le prime effettivamente teologiche, vissuto  anche nei primi decenni del secolo,  quando divenne seguace di Montano che sosteneva la prossima fine del mondo e la necessità di raccogliersi a Pepuza, una località dell’Asia Minore (Anatolia).  A parte questo, Montano  -  precedendo di un millennio circa Gioacchino da Fiore, sosteneva che fosse venuto il momento dell’avvento dello Spirito Santo, che avrebbe istituito una nuova era,  quasi un superamento del Cristianesimo.  Difficile è però  sapere quanto questa versione fosse stata vera, perché le opere di coloro che furono considerati  eretici vennero distrutte.  Certo è che delle tre Persone o Ipostasi  della Trinità  la meno determinata e personale è proprio lo Spirito Santo,  che non sembra avere nelle attuali fedi cristiane un ruolo preciso e chiaro.  Tertulliano, malgrado questa presunta deviazione dalla fede, assurge al ruolo non solo di semplice apologista, ma di teologo  della prima Patristica, che svolse  con forza e grande spessore culturale.  Il suo discorso, scritto a seguito delle persecuzioni di fine II secolo e più o meno contemporaneo di quello di Apuleio, è molto diverso, sia per la costante severità  della parola, mai portata all’ironia e alle frasi sprezzanti, sempre elevatissima, sempre tesa a dimostrare l’assoluta iniquità e barbara crudeltà delle persecuzioni imperiali contro i Cristiani.  Inoltre, essa non costituisce l’orazione difensiva di un processo reale, quindi in nessun caso personale, ma l’orazione  di difesa  di una categoria  di persone, illegalmente e genericamente accusate di ogni delitto, senza il benché minimo riscontro oggettivo.  Non va ignorato che Tertulliano era anche, professionalmente parlando, un giurista, spesso anticamente confuso con un suo omonimo, frammenti delle cui opere vennero inseriti nel Digesto del Corpus Juris Civilis  giustinianeo.  Infatti,  il suo discorso dimostra coerente logica giuridica e procedurale giudiziaria,  ma è più debole sul piano della discussione religiosa, dove prevale l’uomo di fede assoluta, quello che non ammette dubbi sui dogmi  (è questa anche l’enorme differenza da Apuleio che procede razionalisticamente sempre,  in qualunque settore culturale entri).

    Un’altra domanda dobbiamo porci su un piano storico:  Tertulliano non scriveva e pubblicava le sue opere in forma anonima, a quel che sappiamo e, come vedremo, fu estremamente pesante nel giudizio contro il politeismo, i suoi riti, come contro le iniquità procedurali.  Non usa formule di cortesia, va dritto al sodo, non elogia i destinatari del suo discorso.  Si scontrò pure con la Chiesa cristiana ufficiale del tempo, prima come “montanista”,  poi  come fondatore di un nuovo gruppo di Cristiani che venne definito “tertullianista”, a Roma, e che durò un certo tempo.  Nondimeno, sempre per quel che risulta, non fu mai condannato a morte, o martirizzato.  Come mai ?   Se le leggi del tempo, più o meno applicate,  condannavano a morte la proclamazione della fede cristiana,  perché non  venne processato, condannato ed ucciso ?   Anche questo dovrebbe farci riflettere sulle persecuzioni anti-cristiane, certamente esistenti, ma forse meno diffuse ed ampie, così come resta nella tradizione agiografica cristiana e cattolica .

 Ora  riporto progressivamente i brani del suo “Apologeticum”, sempre relativamente  all’aspetto giuridico penale,  riducendo al minimo gli aspetti  teologici, che qui  sono già stati genericamente esaminati.

“ I.  1.   Se a voi, magistrati dell’Impero romano, che presiedete all’amministrazione della giustizia e pronunciate pubblicamente i vostri verdetti in luogo elevato, quasi al vertice stesso della città, non è consentito inquisire apertamente e sottoporre a scrupoloso esame che cosa vi sia di certo nelle accuse mosse ai cristiani;  se soltanto in tale genere di processi la vostra autorità ha timore e vergogna di svolgere pubbliche indagini secondo la regolare procedura giuridica [il neretto è mio:  oltre  che in Quintiliano, l’abbiamo vista nel processo di Apuleio.  Quella era la regolare procedura tra il I e il II secolo.  Man mano che l’Impero aumentava il suo grado di assolutismo e si allontanava dalla cultura giuridica e politica repubblicana,  ciò   che era prima irregolare, poi divenne normale, prevalente];  se infine… chiude la bocca alla difesa l’odio verso la nostra setta, troppo sollecito ad accogliere domestiche delazioni,  sia allora consentito alla verità di giungere alle vostre orecchie, almeno per la via segreta di una arringa [ termine non latino:  per l’esattezza il testo latino accenna a “tacitarum litterarum”, ovvero lettere scritte, non lette in pubblico, ma si sa che i nostri bravi traduttori pensano di essere più chiari con traduzioni libere] non pronunciata.

2.  La verità non chiede grazia per se stessa, poiché neppure si meraviglia della sua condizione.  Sa bene di vivere come straniera sulla terra e quindi di trovare facilmente nemici tra estranei;  del resto, in cielo ha la sua origine, la sua vera dimora, la sua speranza, la sua autorità e il suo splendore.  Una sola cosa frattanto essa chiede:  non essere condannata, senza essere conosciuta [il neretto è mio.  Tertulliano sa di battersi per una causa che non può avere vittoria immediata, anche se dopo assumerà pure toni trionfalistici, contraddittori però con altri dati.  Egli sostiene che il mondo presente non è un modo retto da leggi divine, ma piuttosto diabolico.  Il male prevale e domina, quindi la Verità,  che solo in Dio ha l’origine e il fine,  è del tutto  misconosciuta in questi procedimenti persecutori.  Ma ricorda altresì:  per condannare è necessario conoscere ciò che si vuole condannare, non si deve condannare sulla base di illazioni, dicerie, calunnie.  Il Diritto romano del tempo  lo poneva a principio metodico]. 3.   … se la condanneranno senza ascoltarla, oltre l’odiosa taccia d’ingiustizia, desteranno anche il sospetto di aver agito per partito preso…

4.  Questa prima accusa [dunque, quella di Tertulliano non vuol essere un discorso difensivo, ma un’accusa severa contro un sistema giudiziario eccezionale ed iniquo] noi solleviamo pertanto contro di voi;  l’ingiustizia dell’odio che nutrite contro il nome dei cristiani [infatti, bastava confessarsi Cristiani per essere condannati, anche se la ragione  di tale persecuzione fin contro il loro nome non era così semplice e superficiale,  come esporrò poi nella conclusione generale].  E tale iniquità è aggravata… dal motivo stesso che dovrebbe attenuarla:  la vostra ignoranza.  E che cosa vi può essere di più ingiusto che odiare ciò che non si conosce…? 5… Quando dunque si odia perché non si conosce l’oggetto dell’odio, si può supporre che l’oggetto sia tale da non meritare l’odio degli uomini.  Noi perciò condanniamo questi due fatti…  restare cioè nell’ignoranza mentre si odia, e l’odiare ingiustamente quando si ignora.

6.   … tutti quelli che prima odiavano perché ignoravano, non appena cessano di ignorare, cessano anche di odiare [Tertulliano sostiene, e  quasi sempre a ragione,  che l’odio contro i Cristiani era dovuto alle calunnie ed alle diffamazioni, a confessioni estorte con la tortura.  Sicuramente queste false informazioni  producevano una distorsione completa nella comprensione dei dogmi e della fede dei Cristiani.  Chi poi li avesse conosciuti, non li avrebbe odiati se, addirittura, non vi si fosse convertito]… 7… Persone di ogni sesso, di ogni età, di ogni condizione e ceto sociale si convertono a questo nome… [il che risulta contraddittorio però  col fatto di dire che la popolazione romana, i suoi strati più bassi, erano quelli che volevano divertirsi con lo sterminio dei Cristiani negli anfiteatri.  Si legge un certo orgoglio sulla facoltà espansionista del Cristianesimo in tutto l’Impero, anche se evita di dire che molti dei Cristiani  erano già ritenuti eretici, e quindi perseguibili dalla Chiesa]

8.   Quando infatti si è certi che l’odio non ha alcuna giustificazione, è bene cessare di odiare senza ragione…

11.  I malfattori cercano sempre di nascondersi ed evitano di mettersi in mostra:  trepidano se colti in fallo, negano se accusati…  12.  Agisce forse in tal modo il cristiano ?  Di nulla il cristiano si vergogna o si pente, se non del fatto di non esserlo stato prima:  denunciato, se ne gloria,  accusato, non si difende;  interrogato, confessa…;  condannato, ringrazia.  13.  Che crimine  è dunque questo che non rivela nessuno dei caratteri propri del male…?   Che reato è mai questo, se la colpa è motivo di  allegrezza… ?” [70].

   Tertulliano sottolinea le varie stranezze di questo presunto  “reato”  di Cristianesimo, del quale i “colpevoli”  sembrano  ben lieti di esserlo, confessano, talvolta affrontano crudeli torture  e confermano ugualmente la loro fede;  se condannati  in modo pesante reagiscono con benedizioni.  Così  è altrettanto strano che, di fronte ad un simile “reato”,  si usino procedure opposte a quelle previste dalla procedura penale del tempo e che, ricordo sempre,  è stata descritta in termini generali da Quintiliano, personali da Apuleio.

“II.  1.  Se poi è certo che noi siamo capaci di compiere i più atroci misfatti, perché mai siamo da voi giudicati in modo diverso dagli altri delinquenti…  2.  Gli altri, quando sono imputati di delitti affini a quelli che voi ci attribuite, possono valersi a propria difesa e della loro parola e di avvocati…:  è ad essi concessa libera facoltà di replicare e di discutere, perché non è consentito condannare accusati senza che possano difendersi e siano ascoltati.  3.  Soltanto ai cristiani non è concesso dir nulla che valga a perorare la loro causa e a difendere la verità, nulla che impedisca al giudice di commettere ingiustizie…  4.  … quando processate un colpevole di qualche reato, non vi accontentate… che egli confessi la sua colpa… ,  ma volete conoscere anche le circostanze, la natura del fatto, la recidività, il luogo, il modo, il tempo, i testimoni e i complici [il neretto è mio:  e che più, ancora oggi, dopo circa 1800 anni  vi è qualche magistrato che piglia per buona una confessione in otto versioni, senza avere alcuna precisa idea sulle circostanze del fatto, che già Tertulliano,  ed altri precedenti,  sottolineavano.  Ciò dimostra che si tratta di evidenti princìpi metodici di procedura penale che oggi dovremmo applicare ancora con maggiore rigore, ed invece vediamo che  - more solitissimo -  li si ignora, condannando all’ergastolo senza un benché minimo riscontro materiale  due donne.  E ci stupiamo allora che succedesse 1800 o 800 o 300 anni fa ?   A quando si faranno smettere certe vergogne in Stati considerati civili e democratici?].  5.  Nel caso nostro nulla di tutto ciò:  eppure sarebbe giusto ed utile farci confessare con la tortura le colpe di cui siamo falsamente accusati, per sapere quante volte uno abbia gustato carni di bambini, quanti incesti abbia commesso nelle tenebre, quali cuochi e quali cani siano stati presenti a tali infamie [le calunnie e diffamazioni contro i Cristiani, talvolta ma non sempre, consistevano nell’associare, a tutti loro, reati di particolare gravità, quali l’antropofagia (probabilmente una descrizione distorta della comunione che è, non dimentichiamo, assunzione  del corpo di Cristo nella forma del pane),  orge durante cene collettive, in cui si aspettava che i cani  rovesciassero le lucerne  (roba da romanzo nero) per congiungersi sessualmente  con le donne più vicine, fossero pure madri o sorelle.  E  anche qui è ben strano che una società viziosa, come quella dell’Impero,  vedesse vizi dove non c’erano,  visto  che il Cristianesimo di quei secoli era più sessuofobo che orgiastico. In realtà, l’ho già detto, il male è sempre proiettato sull’altro.  Va anche considerato tuttavia che certi gruppi ristretti, come avverrà nella Russia di fine ‘800,  ricordiamo Rasputin,  ritenevano di liberarsi dal peccato esattamente compiendolo in queste orge più o meno estese]

6.  A nostro carico troviamo… che anche l’inchiesta è vietata [è qui che Tertulliano cita le lettere tra Plinio il Giovane e l’imperatore Traiano sulle procedure da utilizzarsi contro i Cristiani,  da me già citato in precedente capitolo]

8.  O sentenza volutamente ambigua !  vieta che siano ricercati in quanto innocenti, e ordina di punirli in quanto colpevoli.  Risparmia e in pari tempo infierisce:  finge di ignorarli e li punisce.  Perché mai, o giustizia  [anche qui uso di termine non corretto, perché  l’apologista parla di “censura”, non di “giustizia”, di cui aveva già negato l’esistenza nel mondo materiale. Egli vuol intendere l’amministrazione giudiziaria, che al tempo dei Romani e fino al XVIII secolo, almeno, era anche politica], inganni te stessa ?  Se condanni, perché non inquisisci ?  Se non inquisisci, perché allora non assolvi? [Tertulliano ribadisce così  la negazione, che è antigiuridica,  presente nella procedura anti-cristiana, anche di un imperatore considerato “giusto”  come Traiano. Si considera il cristiano ipso facto et ipso nomine colpevole di una caterva di reati e non si ritiene necessario perdere tempo ad investigarli, come si farebbe in ogni altro caso.  Capriccio degli imperatori, ed obbedienza cieca degli esecutori (sia pure stato un Plinio il Giovane, che si faceva orgoglio dello zio, morto appunto per indagare su un grave fenomeno tellurico come la distruzione di Pompei !).  Anche la coerenza, come la giustizia, pare non essere di questo mondo !]

10.    Anche in questo voi non agite con noi secondo le norme con cui si giudicano i criminali.  Con gli altri, quando negano, usate la tortura perché confessino;  ai cristiani invece infliggete la tortura perché  neghino [Tertulliano non si rende conto  della speciale natura, o sembra non rendersene conto, del processo penale per “reati” religiosi.  Non sapeva (avrebbe dovuto aspettare un millennio e più) che poi anche i Cristiani avrebbero fatto lo stesso con gli eretici, affinché  neghino la loro eresia.  Così avverrà nel XVII secolo con Giordano Bruno, con Galilei e molti altri]…  11.  V’è forse procedura più ingiusta di questa?   Presumendo i nostri crimini dalla sola confessione del nome, voi volete costringerci  a ritrattare, così che negando il nome [qui preso dalla foga polemica dimentica che non sarebbe bastato negare di essere cristiani:  occorreva sacrificare agli dèi,  giurare fedeltà all’imperatore e tutta una serie di altri atti per dimostrare di non esserlo], noi neghiamo anche i delitti…

13.   Un uomo grida:  ‘Sono cristiano’.  Confessa  quello che è.  E tu invece vorresti sentirgli dire quello che non è.  Preposti ad estorcere la verità, soltanto da noi vi affaticate ad estorcere la menzogna !    ‘Tu vuoi sapere  - dice quell’uomo -  se sono cristiano.  Lo sono.  Perché mi tormenti ingiustamente?  Io confesso, e tu mi torturi:  che faresti allora se negassi?’-  Agli altri [imputati di qualche reato], quando negano, è certo che non prestate fede facilmente:  a noi, invece,  se neghiamo, credete subito.

14.  Tale perversione dovrebbe destare il sospetto che una qualche forza recondita si serva di voi quali strumenti contro le norme e il procedimento giuridico [Tertulliano ragiona come se la questione fosse trattata in un regolare processo dell’età repubblicana (anche allora del resto  - lo abbiamo visto col processo a Catilina, ma anche in parte con quello a Gesù Cristo, solo apparentemente accusatorio -  c’erano evidentissime violazioni col pretesto della pericolosità dei soggetti e della situazione da essi creata, in quanto venivano qualificati come “nemici pubblici” e pertanto immediatamente punibili;  ma ormai nel II secolo il principio primo del Diritto penale era la volontà e il capriccio dell’imperatore, non certo leggi votate regolarmente, e i giuristi, a cui si è sempre insegnato che la Forza è base del Diritto, degni servi di ogni Regime politico, null’altro hanno fatto che applicare tale concezione ai processi religiosi], contro le leggi stesse.  Le leggi infatti, se non m’inganno, vogliono che i colpevoli siano scoperti, non nascosti, e prescrivono che i rei confessi siano condannati, non assolti.  Questo stabiliscono le deliberazioni del senato, questo i decreti imperiali… 15.   Sotto i tiranni infatti la tortura era usata come pena, presso di voi è limitata soltanto all’inquisizione.  Osservate dunque, nei confronti della tortura, le vostre norme:  essa è necessaria fin a tanto che il delitto sia confessato  [malgrado l’apparente logica giudiziaria di Tertulliano, si noti la regressione della cultura giuridica del suo tempo rispetto a quella di Quintiliano, quando se ne dichiarava l’inutilità,  a parte il fatto che allora il cittadino romano  (cfr.  Paolo di Tarso) non era sottoponibile a tortura.  Ancora sotto Nerone, solo agli schiavi  era applicabile la tortura.  In nemmeno un secolo,  si sfalda  completamente quella serie di garanzie  giudiziarie specialmente di fronte ad un fenomeno considerato  pericolosissimo, anche se concretamente del tutto esagerato, dagli uni come dagli altri],  inutile se prevenuta dalla confessione…

16.  Nessun giudice si propone di assolvere un criminale…  Nessuno è perciò costretto a negare [l’obbligo di ritrattazione non doveva limitarsi alle parole, doveva dimostrarlo con atti che, in tutti i casi,  dovevano allontanarlo dalla comunità religiosa.  Poteva pure giungere anche alla denuncia di altri Cristiani, allora clandestini o ignoti].  Ma per assolvere un cristiano, che pur giudichi colpevole di ogni genere di crimini…, tu lo costringi a negare, non potendo assolverlo, se non nel caso che abbia negato [Tertulliano qui allude anche a certe forme di nicodemismo [71] che, in pratica, ebbero un’importanza non secondaria nella persistenza del Cristianesimo, nelle sue forme più blande e compromissorie, come del resto il martirio fu esemplare  nella conversione di nuovi adepti,  tendenti al martirio come alla via più diretta per giungere a Dio e a un mondo più giusto]… vi fa dimenticare che al reo confesso si deve maggior credito che non all’accusato che sia costretto a negare ?  E che, appunto, perché costretto a negare con la forza, non rinnega sinceramente  [qui, implicitamente, Tertulliano riconosce che non tutti i Cristiani erano eroi pronti al martirio per la fede], ma anzi, una volta assolto…,  ride del vostro odio e non meno che per il passato persiste nella sua fede di cristiano ?

18.  …  è evidente che non è in causa un qualche delitto,  ma un nome, perseguitato da una corrente di odio  [il neretto è mio], che mira soprattutto ad impedire con certezza ciò che con certezza sa di ignorare.   19.  Sul conto nostro si presta fede ad accuse non provate…  Per questo, quando confessiamo, siamo torturati;  quando perseveriamo, siamo puniti;  quando rinneghiamo, siamo assolti.  In verità, è soltanto contro un nome che voi fate guerra.  20.  Infine, quando sulla tavoletta voi leggete questo capo d’accusa ‘cristiano’  perché mai non l’imputate anche d’omicidio, se un cristiano è per voi un omicida?  E perché  non l’accusate anche di incesto o di altro crimine, se tale colpe secondo voi commette un cristiano ?  [Qui, sempre implicitamente, Tertulliano richiama  un fondamento del Diritto penale:  il reato è sempre individuale. Anche l’appartenente ad un’associazione per delinquere o mafiosa, come singolo individuo, dev’essere accusato di reati personali da lui compiuti, tra cui l’appartenenza a tale gruppo criminale, mentre viceversa non si può accusare di crimini,  se tale appartenenza non si è estrinsecata in qualcosa, sia pur minima (es., finanziamenti, complicità, ecc.),  di azione personale.  Il cristiano viene considerato in blocco infanticida, antropofago e incestuoso oppure orgiastico, indipendente dal fatto che tali azioni siano state concretamente commesse (ammesso che vi sussistessero gruppi devianti di questo genere:  basta il nome di cristiano e, automaticamente, si è considerati tutto questo).  L’assurdo è che, quando si rinnega l’appartenenza al Cristianesimo, celebrando un qualche rito pagano, altrettanto automaticamente si è assolti da accuse specifiche. Poniamo che qualche ristretto gruppo celebrasse orge, poniamo che l’intero gruppo venga arrestato;  di questo, qualcuno rinnega di essere cristiano: allora su questo  non si indaga se abbia effettivamente compiuto orge incestuose o infanticide, o che altro.  L’irrazionalità della cosa è ben segnalata da Tertulliano]…” [72].

“III.   1.  Gran parte degli uomini nutre contro il nome ‘cristiano’ un odio così cieco e tenace che diventato impossibile riconoscere un qualche merito in un cristiano, senza deplorare il fatto che porti questo nome [qui è interessante rilevare due cose:  il il vanto  della diffusione amplissima  del Cristianesimo già nel II  secolo d. C., che invece dovette appartenere ad una minoranza, sia pure in crescita ma comunque divisa al suo interno,  era pura propaganda, né più né meno come si fa oggi, quando partiti od organizzazioni si vantano di avere miliardi di adepti fedelissimi ed eterni come tali;  il secondo aspetto è che si riconoscono meriti al singolo cristiano, ma si depreca che, nonstante tali meriti, sia un cristiano]… Nessuno si chiede se Gaio non sia buono e Lucio prudente, appunto perché cristiani, o se non sono divenuti cristiani, perché  prudente l’uno, buono l’altro.  2.  In essi lodano ciò che conoscono, biasimano ciò che ignorano, e si scagliano contro ciò che conoscono   a cagione di ciò che ignorano, mentre sarebbe più ragionevole dubitare su quello che si ignora a causa di quello che si sa [praticamente, dice Tertulliano, sarebbe opportuno dedurre dal comportamento quotidiano dei Cristiani la bontà della  loro fede religiosa, e non ignorarlo in nome di preconcetti.  Tertulliano procede poi dicendo che perfino persone già prima molto peccaminose e disoneste (ne abbiamo avuto un esempio  dato da Giustino),  una volta convertite al Cristianesimo cambiano completamente il comportamento di prima:  anche qui sentiamo un tantinello di propaganda, visto che oggi, quando il politeismo è completamente superato, nondimeno tanti “Cristiani”  non si comportano per nulla bene]

5.  Dunque, se l’odio è per il nome, qual è mai la colpa che voi rinfacciate ad un nome?  Quale accusa può essere rivolta ad un vocabolo, se non che possa avere un suono barbarico o di cattivo augurio, oltraggioso o impudico?  Il nome di ‘cristiano’ [e qui ritroviamo certe considerazioni di Giustino sulla dizione indicata  da Svetonio, “Chrestus”, che però non è riferibile con sicurezza al Cristo dei Vangeli], per quanto riguarda l’etimologia della parola,  deriva da ‘unzione’.  E quand’anche voi pronunciate ‘crestiano’  -  poiché neppure del nome avete una conoscenza esatta  -  questo termine nella sua composizione significa ‘dolcezza e bontà’.  E dunque, in uomini innocenti, voi odiate anche un appellativo innocente [Tertulliano, come molti altri, trascura un fatto non indifferente:  per il politico romano, un uomo condannato alla croce è uno schiavo ribelle (cfr.  Spartaco), un nemico di Roma.  Se  un gruppo politico antischiavista si fosse  – allora  -  modellato su  Spartaco e simili,   facendosi chiamare “spartachisti o spartachiani”, sarebbe stato altrettanto deprecato e condannato.    Ora, farsi chiamare col nome di un ribelle  (o tale considerato:  qui conta relativamente.  Giuliano l’Apostata, che pure fu cristiano in origine,  li chiamava “Galilei”),  non era certo un biglietto da visita accettabile per i dirigenti romani.  Ai Romani, politeisti o laici che fossero,  la questione dell’”Unto” e dell’”unzione”  (concezione di  derivazione ebraica)  non diceva nulla e non li confortava in nulla.  Tertulliano sostiene pure che a  nessun seguace di filosofo celebre o meno celebre era vietato rifarsi al nome del fondatore della Scuola filosofica:  come  argomentazione è piuttosto magra per le motivazioni sopra esposte.  Sembra però dimenticare o ignorare che anche verso i filosofi i Romani non furono molto teneri.  Quanto in un’ambasceria di città greche giunse a Roma il filosofo neoplatonico Carneade, che si diverti il  primo giorno ad elogiare Roma come Potenza Immortale, e il giorno successivo, per le medesime ragioni a prevederne il crollo,  Catone il Censore li fece cacciare dalla città;  alcuni gruppi filosofici, pur senza gravi persecuzioni, vennero anche cacciati durante l’Impero.  Alcuni di loro (Seneca in testa)  furono costretti da Nerone al suicidio.  Anche sotto questo aspetto i governanti romani non furono sempre tolleranti, come qualcuno vorrebbe far credere]

IV. 1.  …mi accingerò a sostenere la causa della nostra innocenza.  Né mi limiterò soltanto a confutare le accuse rivolteci, ma le ritorcerò su quegli stessi che ci accusano.  Da ciò i nostri avversari sapranno che non sono imputabili ai cristiani quelle colpe di cui  essi [riferito agli anti-cristiani] non ignorano di macchiarsi…

3.  … anche se la nostra verità si oppone intrepida alle vostre accuse, c’è sempre all’ultimo contro di essa l’autorità delle leggi, alle quali si dice non sia lecito in alcun modo contrastare, e la cui osservanza, anche per chi non voglia, deve necessariamente anteporsi alla verità [siamo qui al principio “dura lex, sed lex”.  Ne riparlerò  più ampiamente nella Conclusione. Tertulliano osserva che non tutte le leggi possono essere considerate meritevoli di applicazione, molte di esse o sono decadute, o non sono applicate, altre sono abrogate e rinnovate, e cita alcuni esempi, tra cui quello celebre delle XII Tavole, secondo cui i creditori potevano fare  a pezzi il loro debitore].  Perciò, proprio con voi, che siete i custodi delle leggi, io discuterò per prima cosa sul valore e sul  significato delle leggi.  4. … quando voi sentenziate, a norma di diritto,  ‘non vi è permesso di esistere’  e tale principio affermate soffocando ogni esigenza di umanità,  voi fate ricorso ad una violenza e ad una tirannide iniqua… ci negate il diritto di esistere unicamente perché non volete concederlo…

10.   Quante delle vostre leggi, senza che voi lo sappiate, devono essere emendate?  Non il numero degli anni, né l’autorità del legislatore dànno infatti valore alle leggi, ma soltanto l’equità [che problema solleva il nostro Tertulliano !  Quando una legge è equa o giusta ?  Chi deve affermarlo? Quali le condizioni per dirla equa o giusta una certa  legge?  Ne tratterò, come detto, nella Conclusione. Qui, l’apologista sostiene che la legge che vieta ai Cristiani di professare apertamente la propria fede è iniqua in partenza,  poi ritorna sul tema degli specifici reati che i Cristiani, a detta dei loro nemici, compirebbero tutti]…  11. Ma perché le ho chiamate inique?  In verità, se condannano soltanto un nome, dovrei chiamarle stolte,  se invece vogliono punire atti colposi, perché mai puniscono sulla base del nome…?  Sono incestuoso; perché non indagano ?  Sono infanticida:  perché non mi sottopongono a tortura ?  Commetto crimini contro gli dèi, contro i Cesari:  e perché  non sono ascoltato, se posso difendermi? 12.  Nessuna legge vieta di indagare su ciò che essa ritenga illecito.  Non c’è giudice che possa rivendicare giustamente il diritto di punire, se non ha accertato come realmente perpetrato ciò che è lecito fare [il neretto è mio:  Tertulliano nulla si chiede sulla legittimità della tortura in sé, segno che anch’egli l’accettava come metodo di estorsione di informazioni, anche se del tutto  modernamente ritiene necessaria l’indagine  per poter arrivare alla formulazione precisa di accuse. Segue poi, novità  significativa,  l’asserzione che la legittimità della legge derivi dalla volontà di coloro che devono adempierla, un principio di un’attualità  addirittura impressionante, detta circa 1800 anni fa] 13.  Nessuna legge può trovare soltanto in se stessa la consapevolezza della propria giustizia, ma deve attingerla da coloro da cui vuole essere rispettata.  Peraltro, se non accetta controlli, è sospetta;  se vuole imporsi con la forza, è iniqua  [il neretto è mio:  quando sentiamo dire che la democrazia è stata “inventata” dagli Inglesi, si dice una balla colossale:  gli Inglesi crearono un sistema aristocratico che si evolse progressivamente in una forma oligarchica con parvenze democratiche.  La democrazia  è concetto nato in Grecia, poi in parte assorbito da Roma, ma solo la  Rivoluzione Francese  ne diede una quasi completa impostazione politico-istituzionale formale, esclusa la parte economico-sociale, che ha teorizzazioni successive]…”  [73].

    Successivamente, Tertulliano vuol fare un po’ la storia della legislazione sul tema:  qui si verifica  una certa fragilità  delle sue conoscenze.  Crea stupore venir a sapere che Tiberio, il successore di Ottaviano Augusto, avrebbe chiesto al Senato il riconoscimento legale del Cristianesimo (probabilmente sulla base  di Vangeli apocrifi), ma proprio sotto Tiberio  Gesù fu crocifisso.  Tiberio, addirittura, avrebbe stabilito la pena di morte (!!!), per chi avesse calunniato i Cristiani (alla faccia della tolleranza !!!) [74].   Segue poi una serie di leggi, soprattutto quelle a scopo di moralizzazione,  del tutto inapplicate.  Ancora sfida a dimostrare la corruzione e i delitti dei Cristiani [75].  Più avanti se la prende con gli Ebrei, in cui vede una fonte di tali calunnie.  Fa alcuni confronti  con i riti misterici di varie religioni politeiste, e sostiene che, se i Cristiani ne avessero di simili,  non confesserebbero  per nulla tali ritualità  (ciò conferma quanto detto da Apuleio).  Solo la fama (ovvero, la diffamazione)  è alla  base della disinformazione e delle calunnie sulle riunioni cristiane.  Dopo aver confutato che i Cristiani, nella loro estrema maggioranza, compiano un qualche reato (a parte il fatto di dichiararsi Cristiani),   Tertulliano rinfaccia proprio ai loro critici pagani o politeisti questi vizi orrendi, attribuiti perfino agli dèi [76].  Proprio per questo Tertulliano spiega che essi non celebrano gli dèi in nessuna forma:
“ X.  1.   Voi dite:  ‘ Voi non adorate gli dei e non offrite sacrifici per gli imperatori’.  E’  naturale.  Noi non sacrifichiamo per gli altri per la stessa ragione per cui non sacrifichiamo per noi stessi, dal momento che non prestiamo culto agli dei. Ed ecco che voi ci perseguitate come colpevoli di sacrilegio e di lesa maestà.  E’  questa l’accusa più grave…

2.  Noi abbiamo cessato di prestare culto ai vostri dei da quando abbiamo riconosciuto che essi non esistono… vi dimostriamo che essi non sono dei… 3… questi vostri dei furono in origine degli uomini [a parte il fatto che sofisticamente Tertulliano confonde la mitologia popolare con le teorie teologiche degli antichi, in parte l’accusa di deificazione degli uomini  è vera, ma sarebbe facile controbattere che la stessa cosa avvenne  di Gesù Cristo, ma su questo Tertulliano svicola; evidentemente  l’offendere la religione politeista prevalente allora nell’Impero non poteva certo passare inosservata, perché non era  una semplice disquisizione teologica, come potevano fare quasi liberamente i filosofi del tempo,  ma un attacco, forse anche materiale, alle istituzioni religiose politeiste]... 14. La vostra giustizia è un insulto al cielo.  Divinizzate piuttosto i vostri delinquenti [Tertulliano sostiene che, mentre i giudici condannano certi  vizi soprattutto sessuali e certi crimini, nondimeno  attribuiscono agli dèi quegli stessi crimini.  Anche qui confonde mitologia popolare (specie Omero, Esiodo e successori)  con  le condizioni religiose dell’età allora moderna, che interpretava come favole o  come allegorie  tali miti.  Proprio sulla base di questa ricerca esegetica sui miti antichi, era nata ad Alessandria d’Egitto l’esegesi  biblica di un Filone, che coglierà appunto come simboli ed allegorie certe vicende bibliche.  Se al Dio biblico non vengono attribuiti i vizi sessuali, sicuramente gli vengono attribuiti caratteri psicoantropomorfi, che Filone, e poi altri,  si sforzeranno di interpretare come allegorici.  Un Dio che passeggia nell’Eden o stermina primogeniti e distrugge intere città, non è certo più credibile di un Dio che si trasforma in toro o in pioggia per sedurre ragazzine.  Ma naturalmente ognuno vede travi e pagliuzze sempre negli occhi altrui]

XII.    1.   …  I vostri dei !  non odo altro  che nomi di antichi defunti…   6   Ma non siete voi che ammirate un Seneca, quando con parole ben più amare discute a lungo sulla vostra superstizione [in realtà, come già si è detto,  Seneca critica ogni forma di adorazione alla divinità, qualunque essa sia,  non avendo essa bisogno o desiderio di simili onori]

XIII.  1.   … proprio voi peccate manifestamente di empietà, di sacrilegio… Li trascurate, mentre ne affermate  l’esistenza;  li distruggete, mentre ne avete timore;  li mettete in pericolo, mentre vi atteggiate a loro vindici !  2.  Dite voi se non è così.  Prima di tutto, dal momento che onorate ciascuno divinità proprie, recate offesa a quelle che ignorate [non è privo di abile furbizia,  Tertulliano:  dice che essi credono in tutti gli dèi, ma ne adorano solo alcuni preferiti trascurando gli altri,  un po’ come tra i Cristiani  vi sarebbero devoti di questa o quella Madonna, di questo o quel Santo, ma dimenticherebbero magari Dio.  Sentite poi questa,  pensando a quanto è accaduto nei secoli successivi]… 6.  …  La maestà degli dei è fatta oggetto di lucro, e la religione va mendicando  in giro per le bettole:  si accampano diritti per sostare in un tempio  [cfr.  quanto dice Gesù sui mercanti del tempio  - ebraico, non pagano  -  e vedremo quanto sono credibili  i pulpiti provenienti da religione organizzate in classi sacerdotali !].   Non è lecito conoscere gratuitamente  gli dei:  si pongono all’incanto…”.

 Segue ancora tutta un’irrisione degli dèi, nella loro versione letteraria e popolare [77].  Si diffonde quindi nell’esposizione delle dottrine cristiane, teologiche ed etiche, ben conosciute ai credenti  che, a suo e loro parere, sono  rivelazioni dirette di Dio, tramite i profeti.  Dichiara, il che sarà tipico dei Cristiani nel tempo, che tutti gli altri popoli si ispirarono in modo confuso ed erroneo alla rivelazione, ovviamente fatto del tutto antistorico;  considera le leggi vigenti solo una deformazione dell’antica legge divina;  considera infallibili le profezie, e non si rende conto che le profezie “riuscite”  null’altro sono che ricostruite a posteriori.  Riguardo al Cristo in quanto Logos, confonde il concetto filosofico con quanto detto dalla Bibbia e, soprattutto, nel Vangelo  di Giovanni (prologo).  Riguardo alla Trinità, si esprime in un modo un tantino ambiguo, per cui, se si prescinde da eventuali successive e correttive interpolazioni (per nulla improbabili),  il suo concetto trinitario ricorda certe concezioni neoplatoniche emanatiste, piuttosto che la coesistenza di  tre Persone o Ipostasi nell’unica Divinità:
“ XXI.   … 13.  Per   cui, anche ciò che promana da Dio è Dio [qui il trinitarismo sembrerebbe perfetto] e figlio di Dio, ed unico Dio entrambi.  Così  spirito da spirito,  Dio da Dio [luce da luce, aggiungerà il Credo di Nicea], diverso in misura [se è diverso in misura, il secondo non ha la stessa misura  del primo, quindi il trinitarismo non sarebbe perfetto, ma posto in una scala gerarchica], costituì un numero per rango, non già per condizione [chissà che differenza tra rango e condizione…], non distaccato ma emanato dalla sostanza primordiale   [il buon Tertulliano, naturalmente, evita di dire che,  senza la filosofia greca e senza la mediazione di Filone di Alessandria, un tale concetto di Dio, uno e trino, non reggerebbe neppure a parole, come dovettero poi ammettere teologi del calibro di Agostino d’Ippona o di Tommaso d’Aquino, che videro nella Trinità  un mistero teologico, un dogma di fede, non certo un elemento dimostrabile razionalmente.  Prosegue ancora contro gli Ebrei che si rifiutano di riconoscere la messianicità  del Gesù crocifisso.   Si parla poi di esseri spirituali ultraumani, e di Satana a cui, come da antico tempo,  gli uomini, in cerca di alibi ai loro vizi e delitti, attribuirono la fonte di ogni male, dimenticando che l’unico vero Satana (oppositore)  a Dio è proprio l’Uomo stesso, quando confonde la giustizia con i propri comodi personali corporei;  sulla potenza di Roma, dichiarata forte con l’aiuto degli dèi, mentre essa è dovuta all’uno e trino Dio]…”  [78].

   Dopo varie disquisizioni sul rifiuto all’adorazione e ai sacrifici in nome degli imperatori, Tertulliano,  sulla base del principio paolino che “omnis potestas a Deo”, ovvero che ogni potere, ogni autorità  dominante sulla Terra, ha questo potere per concessione di Dio, il quale altrimenti li farebbe crollare in ogni momento,  sostiene che i Cristiani non rifiutano la preghiera verso Dio a favore della salute e del benessere dell’imperatore, malgrado le persecuzioni passate o, eventualmente, future:
“XXX.    1.  Noi infatti invochiamo per la salvezza degli imperatori il Dio eterno, il Dio vero, il Dio vivo, Colui che gli imperatori stessi desiderano avere propizio più di tutti gli altri.  Essi sanno chi abbia loro conferito l’impero, poiché, in quanto uomini, sanno chi loro ha dato la vita.  Sentono che quello solo è il Dio, dalla cui autorità essi dipendono…  2.  Considerando i limiti della loro potenza, essi sono indotti a credere alla esistenza di Dio, comprendono che nulla possono contro di Lui, riconoscono che per grazia divina essi sono potenti…

4.  Levando in alto lo sguardo verso questo Iddio con le braccia stese perché innocenti, a capo scoperto, perché di nulla dobbiamo arrossire…, noi cristiani innalziamo preghiere per tutti gli imperatori [anche per i persecutori, anche per i Nerone ?] e per essi invochiamo una vita lunga ed un regno tranquillo…

7.   Mentre così la nostra anima si protende a Dio, ci lacerino pure le vostre unghie di ferro, ci sospendano in alto le croci, ci lambiscano le fiamme, ci trafiggano le vostre spade, ci assalgano le belve… Su dunque, ottimi governatori, uccidete chi prega Dio per l’imperatore…

XXXII.  …  2… Negli imperatori noi rispettiamo i decreti di Dio, che li volle alla testa dei  popoli….

XXXVII.  [Tertulliano intende ribadire che la preghiera per l’imperatore non vuol essere un atto falso di ossequio formale, dietro il quale si nasconde l’irrisione o il tradimento.  Prosegue col sostenere che i Cristiani non odiano neppure i loro nemici (peccato che poi venga smentito dalle lotte interne allo stesso Cristianesimo, ancora egli in vita).  Essere cristiano vuol dire essere buono, onesto, puro, senza alcuna grave pecca.  Si sente qui, più che l’apologista, il propagandista,  come quando arriva a far vedere, contraddicendosi con note precedenti,  un Impero ormai traboccante di Cristiani:  bellissimo e forte il suo discorso, ma un po’  lontano dalla realtà].


1.  Se la  nostra legge… ci impone di amare anche i nostri nemici, chi mai potremmo noi odiare [i Cristiani erano accusati di odiare l’intera umanità] ?...   2…  la folla non risparmia neppure i cristiani defunti, ma dalla pace dei sepolcri…, ne trae fuori le salme, già decomposte e sfigurate, per farle a pezzi… 3… Quali offese volete vendicare su uomini così intrepidi di fronte alla morte, quando  una sola notte e poche fiaccole [qui Tertulliano insieme minaccia e rabbonisce, vantando la forza numerica dei Cristiani, questo in contraddizione con la “folla” degli anti-cristiani[, se a noi fosse consentito contraccambiare il male per male, basterebbero a scatenare la più atroce delle vendette ?...

4.  Se noi volessimo agire, non dico da vendicatori occulti, ma da nemici dichiarati ci mancherebbero forse battaglioni e truppe?...  Siamo di ieri [qui il tono è molto declamatorio, ma un po’ da spaccone:  siamo da “ieri”, ma il Cristianesimo ormai contava oltre 150 anni, a dire il vero]:  eppure, abbiamo già invaso tutta la terra e i vostri domini;  le città, le isole, le rocche, i municipi, le borgate, gli accampamenti stessi, le tribù, le decurie, la corte, il senato, il foro.  A voi soltanto i templi abbiamo lasciato !   5.  Possiamo contare i vostri soldati  [l’Esercito romano, in età  imperiale, aveva un massimo di 500.000  uomini in tutto l’Impero.   Difficile è il calcolo complessivo delle popolazioni ivi stanziate.  In Italia non superò mai in quei secoli i 10 milioni.  Possiamo dunque  calcolare orientativamente che i Cristiani del tempo di  Tertulliano non superavano in tutto l’Impero  le  600.000 unità,  quindi una minoranza sostanziosa, ma ben lontana dal vanto che egli fa  di questa forza, senza contarne le divisioni ideologiche, e teologiche:  ciò che, piuttosto, poteva apparire temibile era la loro continua crescita malgrado le stragi]:  ebbene, in una sola provincia noi cristiani siamo più numerosi…

 6.   Senza armi e senza rivolte, ma soltanto allontanandoci da voi [dove ?  qui egli si rifà all’antica secessione dei plebei agli inizi  della Repubblica, ma allora Roma occupava solo un piccola parte del Lazio], avremmo potuto combattervi vittoriosamente con un atto di sdegnosa secessione.  Se tutti noi, moltitudine immensa quale siamo, ci ritraessimo in qualche remoto lembo della terra [dove ?  nella Sarmazia, l’attuale Russia ?   Nel Sahara ?   Qui l’enfasi è alquanto eccessiva], certamente dalla perdita di tanti cittadini…,  resterebbe umiliato… il vostro orgoglio di dominatori… 8.  …  voi li chiamate nemici del genere umano, piuttosto che nemici dell’umano errore…

XXXVIII.   1…  Non doveva neppure considerarsi tra le sette illecite questa nostra comunità, dal momento che in essa nulla si commette di quanto si teme da parte delle sette illecite [dal che si può capire che non soltanto i gruppi cristiani venivano perseguitati o soffocati].  2.  La tutela dell’ordine pubblico… costituisce il motivo principale per cui si condanna ogni genere di associazione.  Si vuole evitare che la città  si scinda in fazioni, e che rancori e passioni di parte gettino facilmente il disordine nei comizi [anche qui constatiamo la sopravvivenza delle antiche riunioni a scopo di dibattito e di voto, anche se soltanto formali, già vigenti nell’età repubblicana]…, nelle adunanze popolari e perfino negli spettacoli…

4.  In quanto poi ai vostri spettacoli [ovviamente, non solo i giochi del circo tra gladiatori, ma anche le corse  di cavalli, con bighe o quadrighe, che infervorarono il popolo  fino all’età di Giustiniano che, su suggerimento dell’imperatrice  Teodora, fece soffocare nel sangue  la rivolta  all’Ippodromo di Costantinopoli, tra i sostenitori dei Verdi e degli Azzurri, due partiti storici di tifosi, ma anche di religiosi e politici,  che imperversarono a quei tempi.  Molte analogie con l’odierno gioco del calcio, e segno degli effetti negativi e violenti che  questi spettacoli hanno nella cultura popolare], noi vi rinunciamo senza sforzo, poiché non solo ci sentiamo estranei alle loro origini, che sappiamo derivare da superstizione, ma siamo anche insensibili a ciò che in essi si rappresenta.  La nostra lingua, i nostri occhi, le nostre orecchie nulla hanno in comune con la follia dei vostri circhi, con l’oscenità dei vostri teatri, con la crudeltà delle vostre arene, con la frivola ostentazione dei vostri portici…”  [79].

     Tertulliano si diffonde poi ampiamente a spiegare le caratteristiche, spiritualmente religiose dei Cristiani, il loro modo sobrio e puro di vita, individuale e comunitaria, la loro prima forma organizzativa, la loro solidarietà, del tutto opposte a come vengono dipinti da accusatori e calunniatori.  Non nemici del genere umano, ma persone che hanno una vita sociale e di lavoro del tutto normale, ancorché  non si partecipi a certi vizi collettivi, vigenti tra i pagani.  Una cosa curiosa, da notare non solo perché detta da Tertulliano,  la descrizione dell’evasione fiscale, già allora presente, senza che però mai se ne capisca la ragione profonda, ovvero l’invasività quantitativa, qualitativa e procedurale del sistema fiscale in Italia (o nell’Impero di allora).

“XLII. … 9.   Ma anche le altre imposte si assottigliano !  Sarà  sufficiente che le altre imposte riconoscano ai cristiani il merito di versare scrupolosamente il loro tributo, senza commettere frodi in danno di altri [chissà di che religione sono gli attuali evasori fiscali ?]:  ché  se si facesse il calcolo di quanto ci rimette il fisco a causa delle frodi e delle menzogne delle vostre denunce [anche allora i modelli 730 oggi vigenti ?], si potrebbe vedere che il conto torna…” [80].

      L’apologista nega altresì  che il cristiano sia mai un piccolo o grande delinquente e, se lo diventasse, non sarebbe più cristiano. Ottimo, ma resta sempre da chiederci:  i delinquenti dal secolo V d. C.  in poi a quale religione appartenevano ?  Procedendo,  Tertulliano rileva ai giudici:
“ XLIX.   … 5.  Io sono cristiano, solo che lo voglia, e tu potrai condannarmi, solo che io voglia essere condannato [basterebbe  ritrattare tale fede e si sarebbe salvi, questo intende  l’apologista].  Dal momento dunque che ciò che tu puoi contro di me, non lo potresti, se io non volessi… 6.  Vano è perciò il godimento del popolo per la persecuzione cui siamo soggetti:  in verità quel gaudio che il popolo rivendica per sé, è nostro.  Perché noi preferiamo essere condannati, piuttosto che rinnegare Dio… noi infatti otteniamo ciò che abbiamo voluto.

L.  1.  ‘Perché  dunque vi lamentate, se vi perseguitiamo’, direte voi,’ quando la sofferenza vi è grata…?’.  E’  vero.  Noi accettiamo la sofferenza:  ma al modo stesso della guerra, che nessuno accetta volentieri… 2.  … La nostra guerra è nell’essere trascinati davanti ai tribunali, per combattere in difesa della verità a rischio della nostra vita.  E la nostra vittoria consiste nell’ottenere ciò per cui si combatte:  la gloria di piacere a Dio e il possesso della vita eterna…

3.  … Chiamateci pure gente da sarmenti e gente da patibolo, perché ci legate a croci di legno e ci bruciate alla fiamma di fascine…,  questo il nostro carro trionfale !

4. … questa stessa disperazione, questa follia… sono simbolo di virtù… [dopo aver citato anche alcuni eroici esempi di martirio pur tra i pagani,  Tertulliano arriva a quella splendida conclusione  che è come la profezia di un immenso avvenire, espressa col vigore della lingua e dell’oratoria classica]… 12.  Fate pure, valorosi governatori: sarete molto più stimati presso il popolo, se gli sacrificherete dei cristiani.  Tormentate, torturate, condannate, calpestate:  la vostra iniquità è la prova della nostra innocenza!   E’  questo il motivo per cui Dio tollera che noi soffriamo tali patimenti.  Anche di recente, condannando una fanciulla cristiana al lenone [alcune giovani donne, e specialmente se vergini, venivano punite non con la morte, ma con multiple violenze carnali o alla prostituzione forzata], anziché  al leone, avete riconosciuto che per noi l’offesa al pudore è più atroce di ogni altro castigo…

13.  E tuttavia, per quanto raffinata, a nulla serve la vostra crudeltà:  anzi… essa è un allettamento.  A ogni vostro colpo di falce diveniamo più numerosi: è  seme il sangue dei cristiani!…

16.  Non c’è colpa che non sia riscattata dal martirio. Ecco perché davanti ai vostri tribunali noi rendiamo grazie alle vostre sentenze:  per il contrasto che vi è tra le cose divine ed umane, quando voi ci condannate,  Dio ci assolve !”  [81 -  il neretto è mio  per sottolineare la potenza espressiva  della conclusione]. 

     Il martirio quindi è fonte di ulteriori conversioni. L’esempio eroico dei Cristiani, morenti in modo orribile, spinge altri uomini alla conversione e al pentimento.  Non è dunque tanto il numero allora esistente dei Cristiani a sollevare la passione e l’entusiasmo di Tertulliano,  quanto l’immagine profetica ed escatologica  di un futuro  di totale trionfo del Cristianesimo in tutto il mondo allora conosciuto.


CONCLUSIONE: IL PRINCIPIO DI ANTIGONE E LA LEGGE DI CREONTE

    Una domanda secca ai lettori: incontrate oggi avvocati col vigore oratorio e dialettico di persone come Quintiliano,  Apuleio,  Tertulliano? Personalmente non ne ho incontrato nessuno: oggi gli avvocati sono tutti stanchi e vecchi epigoni, tremolanti  all’idea di affrontare grandi princìpi,  di indirizzare quella che viene chiamata “giurisprudenza”  in senso tecnico, ovvero la serie di assiomi e di postulati (massime) che costituiscono l’ossatura delle sentenze, specialmente di Cassazione, verso mete alte, e non verso le solite mediocri bassure.  Deboli epigoni, gli avvocati d’oggi seguono mollemente le sentenze, se le studiano a memoria, come certi articoli di legge, ma non sanno minimamente porsi la domanda quando e come si debba andare oltre certe tradizioni acquisite.  Capaci sì  di battere cassa prontamente, ma quanto a capacità di difesa reale,  ne vediamo scarsetta.  Questo è dovuto alla fragilità e mnemonicità  dello studio universitario, che premia la buona memoria piuttosto che i buoni intelletti, soprattutto se critici  e perfezionatori del sistema.   D’altronde, questa incapacità di perfezionare arti e scienze, ma piuttosto capacità  di imbruttirle, è una caratteristica tipica del secolo XX e XXI  ai suoi inizi,  secolo di grande tecnologia,  ma di scarse conquiste  del pensiero e dell’osservazione.  Nel futuro si vedrà .

    Detto ciò, ritorniamo al nostro centrale argomento.  Inutile che io riassuma qui la storia tragica di Antigone  e dello zio tiranno e “golpista”  Creonte, che sicuramente gran parte dei lettori conosceranno anche meglio di me dalla letture di tragedie classiche e moderne.   Cerchiamo veramente di determinare che cosa sia quello che qui viene chiamato principio di Antigone (etimologicamente:  “nata contro”)  e quale sia la legge di Creonte.

     Solo la filosofia greca  poteva porsi l’interrogativo fondamentale:   è giusta ogni legge ?    Quando la legge va eseguita sempre ?  Quando la legge dev’essere disobbedita ?   Ora, Antigone, figlia di Edipo, sfida l’ira del tiranno Creonte che vuol lasciare insepolti i corpi  dei fratelli di Antigone, uccisisi in battaglia.   Ora, un Romano invece, poco portato alla filosofia,  sosteneva “dura lex, sed lex”:  la legge, in quanto legge,  deve essere adempiuta, fosse anche ingiusta o non giusta per questo o quell’altro singolo caso.  I concetti di Giustizia e di Legge non vanno sempre a braccetto.   Si tratta di determinare se prevalga l’una (principio di Antigone)  o se prevalga l’altra (legge di Creonte).   Ma a sua volta si tratta  di definire che cosa sia la Giustizia  e quando una Legge sia veramente tale (ovvero, le condizioni che fanno di una Legge  un atto formale e valido affinché debba essere eseguito senza eccezioni).   Anche qui  i Romani dimostrarono la loro debolezza teoretica nel definire la Giustizia:  l’espressione o brocardo, che i loro grandi giuristi seppero elaborare,  afferma “A ciascuno il suo”, una frase che sembra logica,  ma non lo è per nulla trattandosi appunto di determinare:  1)  se la proprietà, in quanto principio economico e sociale sia giusto in generale (i comunisti delle origini lo negavano);  2)  in che senso una cosa appartenga a qualcuno e se gli appartenga legittimamente:  quindi, nella definizione tradizionale, più che la Giustizia entra in gioco  la legittimità della proprietà o appartenenza, naturalmente tutta da dimostrare;  non Principio, quindi,  ma effetto di una norma convenzionale, la cui “giustizia”  va appunto dimostrata.  Giustizia  è ben altro, ovvero un principio super-umano per cui l’Essere delle cose coincida perfettamente col Dover Essere:  quando l’Essere, o un ente specifico, non può e non deve essere diversamente da quello che è.   Super-umano sicuramente, in quanto le cose umane spesso, se non sempre, sono diversamente da quello che potrebbero o dovrebbero essere.  Nel mondo materiale e nel mondo umano,  la Giustizia (già relativizzata)  è piuttosto corrispondenza progressiva  tra l’essere, o l’ente specifico,  e il Dover Essere quale modello da imitare o raggiungere di valore universale.   Nel senso assoluto, abbiamo il frainteso principio hegeliano “Tutto ciò che è razionale, è reale;  tutto ciò che è reale è razionale”, espresso nella sua “Filosofia del Diritto”, frainteso in quanto lo si concepì  come un’esaltazione dello Stato vigente [82], mentre è vero che, se  Hegel non aveva lo spirito libero e ribelle di un Fichte, che perdette  anche la cattedra universitaria pur di mantener fede alle proprie convinzioni, tuttavia non aveva neppure uno spirito di servo.   Ciò che Hegel vuol dire è che la Realtà, nel suo senso assoluto, non può, non deve essere diversa da ciò che è, e che in questa impossibilità ha la sua ragione,  ma essa è pure legata ad un’evoluzione dello Spirito per cui, sempre in base a tale coincidenza tra Essere e Dover Essere, perfeziona continuamente se stesso.   La corrispondenza tra essere e Dover Essere è piuttosto kantiana, corrisponde ad un’esigenza non tanto ontologica, quanto morale, per cui appare anche la scelta tra il dover agire in senso migliorativo  della realtà oppure in senso conservatore o reazionario.  La libertà, in  Hegel, ha l’aspetto di negazione di ogni ostacolo al processo spirituale;  in Kant, quello di capacità di scelta (soprattutto nell’ambito dell’azione umana), e dunque di responsabilità.  I nomi fatti mi servono dunque per far capire (spero, almeno)  di come debba essere intesa la Giustizia  in senso assoluto, e in senso relativo (umano, biologico, materiale).  Ha carattere statico  in senso assoluto (non possiamo concepire una Giustizia che si modifichi nella sua essenza), ha carattere dinamico, progressivo, evolutivo  in sede umana, biologica, materiale.   Potremmo dire:   solo in Dio Essere e Dover Essere coincidono;  nell’Umanità, nel mondo biologico, nel mondo  inorganico, c’è un processo di lenta corrispondenza   tra singoli stati, condizioni  e il Dover Essere, che costituisce fine, modello  dei primi (si torna quindi al Motore Immobile aristotelico, ma non più inteso come Ente indifferente alle cose, bensì Ente che sollecita le cose ad adeguarsi sempre di più a Se stesso).

     Questa è dunque la Giustizia nella sua caratteristica ontologica, di essenza universale,  che nulla ha a che vedere con quella serie  di procedure, più o meno regolari, più o meno apprezzabili che avvengono in quei tristi Palazzi che qualcuno  -  molto ingenuamente  - ha chiamato di Giustizia, mentre tutt’al più, e solo nei casi migliori, avrebbe dovuto chiamarli  Palazzi della Legge.

     Già, ma che cos’è la Legge ?    Segnalo brevemente il suo significato nelle scienze naturali, ovvero  il principio che regola  determinati fenomeni materiali, e che potrebbe definirsi semplicemente sulla base del principio di conseguenza: A uguali condizioni interagenti, uguali conseguenze. La sperimentazione, in senso fisico,  non fa che applicare tale principio:  un fenomeno è ripetibile se ne conosciamo tutte le condizioni che interagiscono fra di loro. Il che è relativamente facile in sede inorganica, con materia non vivente;  non altrettanto nel mondo organico.  E tanto più difficile è la sperimentazione quanto più complesso, e non interamente conosciuto, è l’ente organico oggetto  di sperimentazione.

     La legge in senso umano è null’altro che una formulazione verbale  che esprime l’obbligo di fare o il divieto di fare; oppure, più in dettaglio, di dover fare  in un certo modo anche cose che non sono obbligatoriamente da fare o non fare.  Cito, il matrimonio a titolo d’esempio. Oggi nessuno è forzato a sposarsi, ma se vuole farlo, deve seguire determinate procedure, onde il suo matrimonio sia riconosciuto come tale da tutti, il che implica doveri e diritti, libertà e responsabilità.  Lo stesso dicasi per il suo opposto, ovvero il divorzio.  Non si è obbligati a divorziare, ma se si decide in tale senso, occorre una serie di atti formali, ufficiali, riconoscibili dalla  società in cui si vive.

    Ora segue il problema:  quando tale legge, tale formulazione merita adempimento ? a quali condizioni lo merita ?  chi è che ha il potere  di formulare la legge ?  a quali condizioni ?  Non tutte le  leggi  meritano adempimento, se queste non corrispondono a condizioni minime di esecuzione.  Come già Tertulliano, e prima di lui, molti filosofi greci,  la Legge  è tale quando  viene deliberata col consenso di tutti coloro che la devono eseguire.   Già, si obietterà, questo va bene, ma c’è pure un certo numero di persone a cui fa comodo non adempiere ad alcuna legge, e fare quello che gli fa piacere o comodo fare, per cui  non daranno mai consenso alla Legge in generale, oppure a questa o a quell’altra singola disposizione, pur se decisa quasi all’unanimità.    Questo è vero, ma saranno le stesse persone a lagnarsi quando, a loro volta, saranno colpiti da azioni capricciose, arbitrarie, egoistiche di qualcuno.  Perché l’uomo è un essere curioso:  non  si lamenta  quando egli stesso compie azioni malvagie o contrarie alla legge, ma è il primo a piagnucolare e protestare, quando egli stesso è oggetto di queste violazioni.  Contrariamente a quanto sostenuto da Feuerbach e Marx, l’uomo tende a proiettare all’esterno non  il proprio Bene, ipostatizzandolo in un Dio,  bensì   il proprio Male, ipostatizzandolo in qualche Satana di turno, che diventa la “testa di turco” di ogni sua cattiva intenzione.  Molte religioni,  non certo per stupidità, hanno favorito questo processo di alienazione del male interiore dell’uomo, piuttosto  che del bene. Trovatemi uno che dica:  io sono malvagio, io sono cattivo, io ho agito male (forse nel segreto de confessionale, ma quello è un discorso  diverso, perché  compiuto nell’illusione di esserne perdonato).  Tutti si dicono buoni, se non santi e, se agiscono male, sostengono:  “La colpa non è mia,  è di quell’Essere spregevole che mi tenta, è di  Satana, di Lucifero, di Ahriman, dell’Angelo del male, ecc. ecc.”.   Se l’uomo non sapesse distinguere tra bene e male, tollererebbe  il male che fa, ma anche il male che subisce [83], invece questa possibilità  è assai rara, o puramente verbale.   Questo atteggiamento di gran parte delle religioni positive  ha lo scopo politico di attrarre le plebi,  assolvendole almeno in parte da qualunque aberrazione,  così si alimentano l’egoismo, l’interesse, il calcolo.  La stessa azione è buona se la facciamo noi;  è cattiva se, verso di noi, la fanno gli altri.  Questa miserevole furbizia dimostra che l’uomo (ovviamente, consapevole, adulto, maturo:  tralasciamo i bambini e le persone con problemi gravi di carattere psichico e intellettivo) sa ben distinguere il bene e il male,  ma li misura secondo il suo comodo, non secondo la Giustizia, che è imparziale  e pone una distinzione assoluta, senza relativismi, tra il bene e il male, indipendentemente dagli interessi e i comodi di ciascuno.

    Nel dibattito tra il principio di Antigone e la Legge di Creonte, ci si deve successivamente chiedere:  quando la Legge  è veramente tale, quando la Legge  è doverosamente eseguibile, quando la Legge è  puramente convenzionale o neutra, quando infine la legge va rigettata perché iniqua?   Il consenso generale ad una legge, unanime, di grande maggioranza (oltre il 50 % + 1), di maggioranza semplice (il 50% + 1), relativa (sotto il 50%, ma superiore a tutti gli altri)  è una condizione necessaria, ma tutt’altro che sufficiente, in quanto necessitano  nei votanti una conoscenza ed una consapevolezza civica, politica, sociale ed economica  ieri ed oggi assolutamente rare.  Molta gente vota solo per propaganda o minaccia o paura,  non in modo ragionevole.  Non basta quindi la quantità dei voti, ma è essenziale la sua qualità.  Tanto più elevata è la cultura media dei cittadini, tanto  maggiore è la consapevolezza civica degli stessi, tanto più probabile che la legge approvata dal popolo  sia migliore d’ogni altra, se non  giusta al massimo grado possibile.

    Vi è altresì da considerare che il popolo delega il proprio potere legislativo a  determinate  persone stabilite da una Costituzione:  ora è essenziale che l’Organo legislativo rappresenti proporzionalmente e qualitativamente la volontà popolare.  Un’assemblea eletta con trucchi e regolette volute non negli interessi e per le esigenze del popolo, ma di qualche oligarchia truffaldina, non può certo vantarsi di quel consenso anche relativo di cui sopra si è detto.  Le leggi emanate da Organi siffatti dunque non sono mai “buone od oneste leggi”, ma solo atti di volontà o di arbitrio di chi li emette per gli interessi dell’oligarchia che esercita il potere.   Possono anche casualmente essere prossime al giusto, ma non sono mai “giuste” nel corretto senso del termine.

     Allora quando una Legge può dirsi umanamente “giusta” in senso sia pur relativo e progressivo ?    Quando risponde a criteri di Razionalità, logica (non deve essere contraddittoria con altre),  morale (deve mirare al bene generale, e non agli affari sporchi di pochi),  chiara (interpretabile  e comprensibile a tutti), semplice  per quanto si possa secondo le situazioni,  non puramente teorica  ma pratica, ovvero attuabile.  Una Legge non attuabile, perché rispondente solo a criteri di “giustizia” teorica o astratta,  non è comunque una legge valida.   Questi, pertanto, i criteri da porre  quando  si emana una legge, se si vuole che tale legge venga rispettata non solo a parole o con declamazioni, ma adempiuta nei fatti quotidianamente, e verso la quale la grande maggioranza o la quasi unanimità (ovviamente, eccezioni criminali vi saranno sempre:  l’umanità è ente collettivo perfettibile, non perfetto) si sentiranno impegnate ad adempierla rigorosamente.

      Ora torniamo ai nostri Antigone e Creonte.  Spesso le leggi, nel passato come nel presente, non manifestano affatto le condizioni sopra esposte:  alcune, quindi,  sono neutre (ovvero, vi si adegua secondo la volontà dei singoli o dei gruppi), altre sono del tutto  inique, e non vanno adempiute;  tutte quelle fondate solo sulla Forza, sull’arbitrio di pochi, a danno delle maggioranze in primo luogo (talvolta anche di determinate minoranze, solo per ragioni etniche o linguistiche o di tradizione religiosa),  sono inique e non vanno obbedite, con gli strumenti legittimi di opposizione, se vi sono;  con la forza materiale se questi strumenti vengono vietati, ma obbedendo  sempre a criteri di proporzionalità e di giustizia.  Non si combatte l’ingiustizia con un’ingiustizia uguale e contraria, o perfino peggiore.   Non basta imporre cambiamenti, come oggi è di moda dire:  occorre che questi cambiamenti tendano il più possibile al miglioramento costante, perché altrimenti o si cambia puramente l’apparenza delle cose, o   - peggio ancora  - si finisce per aggravare il male già esistente (la storia d’Italia e d’Europa, in questi ultimi  vent’anni specialmente,  lo dimostrano con larghezza) .

   Applicazione della Legge, giusta o ingiusta che sia, è  la sentenza, la quale  - secondo i giuristi  - va sempre rispettata:  in realtà, chi si dedica allo studio della storia giudiziaria,  vede quanto sangue e quanta iniqua barbarie o stoltezza si  rovescino dalle sentenze.  Anche qui appare l’immagine ontologico-giuridica di Creonte, che è Re, Legislatore ed anche Giudice: come tale, egli decreta la Legge  e insieme la sentenza.  Creonte null’altro è che la personificazione dello Stato autoritario, assolutista e violento.  Ma anche dove i Creonti siano più organi con diverse funzioni,  ciò non toglie che la sentenza va rispettata  solo quando applichi una Legge, per quanto possibile all’uomo, giusta ovvero razionale e morale,  con rigorosa coerenza ed assoluta imparzialità  (aspetti questi veramente rari nella storia giudiziaria). 
       Torniamo ora al tema di partenza, avviandoci alla  conclusione di questo saggio:   che senso avevano le terribili persecuzioni dei Cristiani ?  Veramente i Romani, in questo caso e solo in questo caso, dimostravano ancor prima della violenza,  una totale stupidità  perseguendo il puro nome di un gruppo religioso?    A che cosa era dovuto l’odio verso i Cristiani da parte delle alte classi dirigenti ?

     Un lavoro di ricerca non deve prescindere da un dato di fatto che si può ricavare studiando il fenomeno cristiano:  vanno distinti i Cristiani privi di cittadinanza romana (la maggioranza, almeno fino all’Editto di Caracalla  del 212 d. C.)  dai Cristiani già godenti di cittadinanza romana.  I primi non avevano alcuna ragione di solidarietà  né con l’Impero né tantomeno con i suoi dirigenti.  Essi, molto probabilmente (lo si ricava da varie opere rimasteci, anche se modificate successivamente, nelle quali si trovano residui  in alcuni discorsi di vari  apologisti, fino ad arrivare ad Agostino d’Ippona e alla sua  “La Città di Dio”, dove si ribadisce l’esigenza biblica del tempo limitato ai governi umani, prima di fondare il regno di Dio sulla Terra), consideravano parimenti deicidi  tanto i Romani, quanto gli Ebrei, per cui l’odio per la crocifissione di Dio accomunava ambedue i  popoli e i loro dirigenti. I secondi, invece  - divenuti con l’Editto di Caracalla del III secolo la maggioranza dei Cristiani, ovvero 101 anni prima dell’Editto costantiniano di Milano -  escludevano Roma e i suoi dirigenti dalla colpa del deicidio, mantenevano una parziale o totale solidarietà  con la tradizione istituzionale e politica di Roma, rovesciando l’intera colpa del deicidio  sugli Ebrei.   Perlomeno fino alla liberalizzazione delle religioni da parte di  Costantino (Editto di Milano del 313 d.C.),  molti gruppi cristiani  non dovevano essere alieni dalla violenza, da lotte intestine di gruppo, dalla lotta contro l’Impero e contro gli Ebrei.  Quindi, non immaginiamoci  i Cristiani tutti come martiri innocenti ed angioletti.  Sicuramente, molti documenti che provavano il contrario vennero distrutti  con l’Editto di Teodosio II  e Valentiniano III (rispettivamente imperatori d’Oriente e d’Occidente) del 448 d. C.,  e quasi solo per caso ci resta  un’opera come quella di Celso  nei frammenti citati da Origene.  Però i fatti successivi lo dimostrano, quali le persecuzioni tra Cristiani “ufficiali”  e i vari gruppi eretici o considerati tali, così come quelle contro i gruppi residui di politeisti o le Scuole filosofiche.  Non si diventa, da santi pacifici, dei violenti in modo improvviso, se non vi è già una radice ideologica orientata in tale senso, e che prima dell’ufficializzazione del Cristianesimo come religione di Stato, non si poteva manifestare apertamente.

       Quindi, la dirigenza romana, con sistemi indubbiamente iniqui, sproporzionati, controproducenti, anche criminali,  non era del tutto priva di ragione nel considerare i Cristiani nemici  dell’Impero e delle istituzioni (tali restarono almeno fino agli inizi del III secolo),  né capirono almeno fino  a Costantino  la disponibilità cristiana (ben dimostrata in un Giustino e nello stesso Tertulliano) a quel grande compromesso veramente storico  tra Cristianesimo e politeismo nella forma di un Cattolicesimo, diventato con Teodosio religione di Stato ed istituzione tanto religiosa quanto politica.  Certo, non capirono per nulla  lo spirito  generale  di questa nuova religione, mentre viceversa le molte altre correnti religiose, misteriche, filosofiche, per quanto anch’esse perseguitate,  ebbero ciò nonostante trattamenti più corrispondenti alla legge penale ordinaria, in quanto meno contrastanti con la comune mentalità classica. Il confronto tra Apuleio e Tertulliano trova così  il suo pieno significato:  il processo contro Apuleio  è un processo civile/penale regolare, dove la difesa  ha totale diritto;  il processo  contro i Cristiani è una procedura straordinaria ed abusiva, dove vige - tornando al parallelo -  piuttosto l’iniqua, irrazionale ed arbitraria, “legge di Creonte”, che non il “principio di Antigone”.

NOTE
[1]  L’elettività delle cariche locali o in sede religiosa  durò fino alla fine dell’Impero d’Occidente.  Pensiamo al Pontefice Massimo che divenne poi nella Chiesa Cristiana il papa di Roma:  oltre ad essere eletto dai vescovi,  come oggi,  doveva essere confermato con acclamazione dal popolo.  Di questo rito di nomina,  resta viva ancora oggi la presentazione del nuovo Papa eletto, che viene acclamato però, ma non confermato giuridicamente da esso.  In antico, e fino all’Alto Medioevo, il popolo romano aveva diritto di interferire ed anche di detronizzare un pontefice, anche con la rivolta.
[2]    Marx si riferiva col suo noto sarcasmo all’Impero di Napoleone III;  in effetti per la Francia  vi furono due tragedie, ma quella di Napoleone III,  finita con una disfatta totale da parte del regno di Prussia, fu certamente più tragica ancora.  Poi sappiamo delle altre tragedie del secolo XX, che non serve neppure ricordare.  La nostra attuale è una tragicommedia che sarebbe stata inimmaginabile  anche per il sarcasticissimo Marx.
[3]  Notoriamente  il termine “pagano”  deriva dal termine “pagus” (villaggio o borgo di campagna, culturalmente isolato, e conservante forme religiose di tipo assai antico,  generalmente  politeista,  panteista,  credente in forze della natura più o  meno personificate).  Il Cristianesimo si diffuse più ampiamente nelle città, e, quando assunse il predominio nell’Impero qualificò  sprezzantemente come “pagani”  non solo  gli abitanti del villaggio, bensì anche  tutti coloro che non si consideravano cristiani, anche se di elevato costume e cultura.  Quello che viene chiamato “paganesimo”   una forma variabile di politeismo  o di naturalismo pluralistico, soprattutto fra il popolo.  Le persone di alta cultura erano, viceversa,  monoteiste o panteiste, in forma razionalista o armonizzando fede religiosa e ragione.  Quando si convertirono per amore o per forza,  cercarono di conciliare  la razionalità col Cristianesimo,  facendo sorgere (soprattutto con gli Apologisti)  interpretazioni  che fondevano le due posizioni,  modificando di gran lunga la fede originaria:  questo anche sul modello di certo Ebraismo neoplatonico, come in Filone di Alessandria, alla cui influenza quasi sicuramente si deve l’accettazione del termine Logos per indicare la Seconda Persona della Trinità.   La filosofia dell’Impero, come le stesse religioni,  sono caratterizzate da due impostazioni: quella del sincretismo,  che accetta princìpi diversi senza un minimo di discernimento critico (quindi con tendenza alla contraddizione), e quella dell’ eclettismo,  che viceversa mira ad una selezione critica dei princìpi da fondere o, almeno, accostare.  Tale atteggiamento  più filosofico  e razionale nasce con la fase alessandrina o ellenistica, nel mondo greco e mediterraneo orientale, e poi viene assorbito dai Romani (pensiamo ad un Cicerone, già tale, o ad un Seneca).
[4]   Abbiamo il colmo di questo fenomeno quando vediamo un presidente USA giurare sulla Bibbia di favorire ciò che nella Bibbia viene considerato “abominio”, ovvero l’omosessualità,  e non solo nell’Antico Testamento, ma pure nel Nuovo, ed esattamente nella Lettera  ai Romani di Paolo (1, vv. 35 – 38)  e Lettera di Giuda (vv. 5 – 9).  Ci vuole un’enorme dose di ipocrisia e di sfacciataggine giurare sulla Bibbia ciò che la Bibbia condanna, tra l’altro senza che né in USA, né in gran parte del mondo cristiano, ed ebraico, si sia levata ferma voce di protesta contro questa blasfema prassi tipicamente anglosassone.   Questo  è oggi  il grado di fede religiosa in Occidente.   Proprio in questa apatia religiosa la civiltà occidentale rischia di essere travolta ed affogata dal contrapposto integralismo o fondamentalismo di altre religioni che, al contrario,   nuotano in un fanatismo crescente ed estremo.
[5]  Il politeismo  è una sorta di forma popolare di basso livello del panteismo, dove ogni manifestazione naturale viene considerata come manifestazione del Divino, inteso come Legge misteriosa o come Entità  impersonale che agisce su questo.  Il popolo, poco portato alla meditazione e di facile convincibilità, finisce per intendere queste forze  come “persone”, a loro volta rappresentate quali “superuomini”, maschi e femmine,  nate per via sessuale con poche eccezioni (cfr.  Pallade Athena, alias Minerva), con tanto di corpo, sempre bello e speciale, ma simile a quello umano, forniti di tutti i capriccetti umani.  La mitologia, descritta da Omero ed Esiodo, nei rispettivi poemi costituiscono la versione popolare  della religione greca, in gran parte assorbita dai Latini e dai Romani che adattarono la propria a quella greca.  Altrettanto vale per gli Etruschi.  I Celti, invece, ebbero  princìpi e pratiche rituali più vicine al panteismo originale (naturalistico).   La religione egizia, ben prima,  con le sue figure di divinità  zoomorfiche, appare ancora più vicina ad un panteismo pluralistico, animistico.   Ovviamente, ognuna di queste religioni ha una teologia più approfondita, probabilmente  segreta, manifestata solo all’interno dei livelli più alti della casta sacerdotale, che si esprime con linguaggi simbolici, ermetici ed esoterici, ovvero non aperti al popolo comune, che non li avrebbe compresi.  Questo simbolismo religioso sarà motore non piccolo della successiva filosofia teologica, in Grecia a partire da Senofane, che criticò  molto sarcasticamente  l’antropomorfismo greco, ma anche le forme zoomorfiche,  sebbene indirettamente.   Deridendo l’antropomorfismo, disse  che, se buoi e cavalli avessero avuto mani e non zampe, avrebbero rappresentato gli dèi come buoi e cavalli, il che precisamente avveniva nell’antico Egitto , pur non essendo i sacerdoti del bue Api, o dell’Avvoltoio o del Gatto, né buoi, né avvoltoi, né gatti.
[6]   La religione zoroastriana, nata nell’antica Persia degli Achemenidi, fin dall’inizio di quell’Impero aveva (e in parte ha ancora tra i Parsi, loro eredi,  fuggiti  in India  dopo l’invasione e la conquista musulmana della Persia o Iran)  un Libro  Sacro,  lo Zend Avesta, rimastoci  solo in parte nelle dimensioni della Bibbia ebraica all’incirca,  è una specie di  dialogo tra il Dio Ahura Mazda,  il creatore  delle cose buone (il suo nome significa “Colui che crea col solo pensiero”)  e il profeta Zoroastro o Zarathustra;  l’Oppositore  di AhuraAhriman (più esattamente chiamato Angra Mainyu, il creatore delle cose malvagie e dannose per l’uomo)  è una Entità non creata, ma da sempre esistente ed in perpetua lotta con Ahura Mazda.  Ciò mira a spiegare in termini proto-filosofici e proto-razionali  l’esistenza del Male, non più  come un fatto mitologico (il Vaso di Pandora o la mela di Eva),  ma con una spiegazione che si potrebbe definire di metafisica etica, anche se  potrebbe oggi sembrare semplicistica.  La religione zoroastriana, prima dell’apparizione e della codificazione teologica dei  monoteismi ebraico, cristiano e musulmano, era la più complessa  ed avanzata, preludendo ad una forma di dualismo etico-religioso  che risolveva la questione dell’esistenza del Male  rispetto all’esistenza di un Dio assolutamente perfetto e buono.   Nel concetto di  Divinità  si formulava l’idea della Creazione, non come generazione sessuale o  fabbricazione materiale,  ma come un’azione diretta e senza strumenti materiali della Volontà divina, scavalcando così  per qualità, con un salto enorme, qualunque altra forma religiosa precedente, compreso il Monoteismo solare  del faraone Akh En Aton. Anche qui, a livello più alto (teologico), lo zoroastrismo tendeva ad un monoteismo imperfetto (essendo Ahura Mazda destinato alla vittoria su Ahriman anche se lontana);  a livello popolare si mescolò ad altre religioni preesistenti (panteismo indiano brahmanico,  mithraismo  -  dottrina solare -,  alle religioni politeiste  mesopotamiche ed egizie)  trasformando,   come succederà poi con l’Ebraismo  e lo stesso Cristianesimo, in Entità minori, ma ugualmente super-umane,  i vecchi dèi di altre religioni.  Per concludere,  Ahriman il Creatore Malvagio non è che l’antenato di Satana o Lucifero, ridotto ad Angelo nella religione ebraico-cristiana.   Infine,  lo zoroastrismo  preluse a quell’altra sincresi  religiosa, rappresentata dal Manicheismo, molto diffusa nell’Impero Romano e, come il Mithraismo,  rivale  dello stesso Cristianesimo nell’Impero.   Così sotto molti aspetti lo zoroastrismo o mazdeismo (dal nome dell’Entità Benefica Mazda) costituisce il prodromo delle grandi religioni monoteiste, che ad esso devono moltissimo.
[7]   Cfr.  Zend Avesta,   o più semplicemente Avesta,  Frammenti di Nask,  Nask Haedhoekht, 80  -98  -  ed.  UTET (Torino.  2004), a cura di Arnaldo Alberti,  pagg. 606 – 607 .
[8]    Se si pensa che perfino il britannico filosofo John Locke, teorico e vantato sostenitore della tolleranza religiosa, vissuto tra il secolo XVII e gli inizi del XVIII, escludeva dalla “tolleranza”  gli atei e i cattolici (questi ultimi perché considerati più intolleranti delle varie sètte protestanti,   difensore “pro domo sua”,   di tale pretesa liberalità, che sappiamo essere  solo fantasiosa), possiamo ben capire quanto,  fino all’Illuminismo vero e proprio, la tolleranza fosse un concetto vago,  scambiato per  pura sopportazione, non applicazione di misure  repressive o punitive.  Il suo più o meno contemporaneo  Jonathan Swift (l’autore  dei  “Viaggi di Gulliver”)  descrisse in termini anche di assoluto sarcasmo quanto fossero “tolleranti”,  nei confronti degli “intolleranti” cattolici irlandesi,  gli Anglicani.  Né andrebbe mai  dimenticato  l’incitamento al massacro  dei contadini tedeschi ribelli del “tollerante”  Lutero, fondatore del Protestantesimo.  In conclusione, la tolleranza, anche prescindendo dal suo significato etimologico di “sopportazione”,  è un principio che si afferma solo con l’Illuminismo in maniera rilevante.  Occorreva  arrivare alla negazione delle mitologie religiose e delle classi sacerdotali, come potere politico, alla negazione  della Rivelazione, che non sia pura e razionale fede in un Principio Supremo Creatore od Organizzatore della Realtà, per trasformare  una vaga “tolleranza”  religiosa in una piena accettazione del diritto di professione religiosa e filosofica  nelle sue varie forme, una conquista  - del resto  -  non ancora pienamente consolidata  in questo infelice Pianeta.
[9]  M. Fabio Quintiliano,  “La Formazione dell’Oratore”, Libro III,  VI,  12  . trad. it. BUR (Milano, 2006), vol. I,   pag. 489.
[10]   E’  quello che oggi chiamiamo onere della prova, che, nel rito accusatorio, spetterebbe a chi accusa.
[11]   M. F. Quintiliano,  op. cit.,  ibidem,  §§ 13 – 17,  pagg. 491 - 493.    Quintiliano, in sostanza, dimostra  che l’onere della prova si sposta man mano che la parte che inizia, e a cui spetta in primo luogo,  viene confutata o respinta, per cui la parte contrapposta deve a sua volta farsi carico sia dell’esatta natura della causa, nello specifico esempio di natura penale,  sia  dell’eventuale tesi d’accusa.  E così si prosegue  fino ad esaurimento del dibattito.  Il commentatore  Stefano Corsi, alla nota  36 di p. 493 rimprovera a Quintiliano una certa confusione, dimenticando però  che mentre Quintiliano fa riferimento ad una pratica giudiziaria reale, il Corsi  richiama in campo la ben successiva rielaborazione della dottrina giuridica penale, conclusa appunto col Corpus Juris Civilis di  Giustiniano.  In sostanza chi fa confusione è proprio lui e, in genere, chi idealizza il Diritto romano pensando ad una sua perfezione ed immutabilità,  mai esistite.  Lo stesso Giustiniano in sede penale fece formulare quelle “Leges Terribiles”,  la cui denominazione già dice tutto.  Né  va dimenticato che tutta la storia giudiziaria penale  dell’Impero è un progressivo avviarsi verso forme inquisitorie molto pesanti, piuttosto che nel mantenimento di riti accusatori.
[12]   Ibidem,  §83,  pag. 529.   Per il testo successivo con medesimo numero di nota,  Libro  VII, II, §§ 15 – 16,  ed. cit.,  vol.II, pag. 1159 .
[13]  Ibidem,  Libro IV,  I §§ 9 – 10.
[14]  Ibidem,  §§ 10 – 11 , pagg. 625 – 627.
[15]   Ibidem,  §§ 16  - 29,  pagg.  629 – 631.  La Berenice in questione, regina della Giudea,  fu amante del proprio fratello  Agrippa II  e amata pure da Tito.  Siamo ai tempi della distruzione di Gerusalemme ad opera di Vespasiano e Tito. Da essa nacque anche la denominazione, data ad una costellazione, di  “Chioma  di Berenice”.
[16]  Ibidem,  §§ 33 – 34,  pag. 639.
[17]  Ibidem,  §§ 56 – 57,  pag.  651.
[18]  M. F. Quintiliano, op. cit.,   Libro V,  IV, §§ 1 – 2,  ed. cit.,  vol. II,  pag. 773
[19]  Ibidem,  V,  §§ 1 – 2,  pagg. 773 – 775.
[20]    Stefano Corsi,  nota 1 a pag. 775 del testo di Quintiliano.
[21]    M. F. Quintiliano,  op. ed edizione citate,  vol. II,  Libro V,  VI, §§ 1 – 6,  pagg.  775  -  777.
[22]   Ibidem,  VII,  §§ 1 – 7,  pagg. 779 – 781.
[23]   Cfr.   VII,  §§ 9  - 37,  pagg. 783 -  797.  Importante è sottolineare che Quintiliano suggerisce il metodo socratico quale migliore per spingere il testimone avversario alla contraddizione o al silenzio:  ibidem, §  28, pag.  791.
[24]   Ibidem,  X, §§ 7 – 8,  pag. 813.
[25]  Ibidem, XII,  §§ 16  -  20,  pagg.  915 – 917.  Ma Quintiliano si oppone anche alla sciatteria volgare e sproloquiante da osteria, che piace al popolo con basso livello culturale, oggi molto diffusa nei vari mezzi di comunicazione:  il pessimo gusto impera nel mondo grazie agli esempi USA.  Cfr.  Libro  II, XII, §§ 9 – 12,  Vol.  I,  pag. 349.  Per l’uso diffusissimo dell’evirazione di schiavi bambini e preadolescenti  parlano pure, per condannarla, Seneca e molti Cristiani;  tali infelici venivano  usati poi per i gusti depravati  di chi  voleva provare di tutto.  Oggi abbiamo casi analoghi, in parte anche ottenuti  con l’utilizzo di ormoni femminili  (cosiddetti “transessuali”):  non è certo un buon segno per la civiltà occidentale, anche perché  -  se allora vi era chi, cristiano o laico,  condannava tali pratiche -  oggi è un continuo esaltare ogni forma di abuso sessuale, come se rispondesse a chissà quali criteri di libertà !
[26]   L’epoca corrente sembra essere una pessima sintesi di tutto il peggio del passato, e solo una tecnologia spinta alla tecnolatria, all’esaltazione del prodotto tecnico umano,  ormai procedente quasi da se stessa sembra reggere una società vile e marcescente.   Finché  potrà durare…
[27]   Sui reati non scritti (oggi se ne è vista l’importanza a seguito della diffusione di INTERNET e del cattivo uso da parte di molti di questo  strumento),  cfr.  Libro VII,  IV,  § 36 e nota 14,  vol. II,  pag. 1215. Sarebbe anche interessante la questione opposta, soprattutto in riferimento al tema che affronto,  quando un atto di per sé innocuo venga considerato “reato”, anche grave e quindi perseguito con la forza.  Certamente, per il giurista il tema non si pone:  egli sostiene il principio romano “Dura lex, sed lex”,  e di ciò si accontenta.  Non così vale per il filosofo del Diritto o per il politico riformatore.  Un atto in sé innocuo, per non dire magari onestissimo e buonissimo, non dovrebbe essere mai considerato “reato” e non dovrebbe mai essere previsto per legge come tale.  Se ciò avviene,  è la legge, fondata sull’arbitrio, a dover essere considerata iniqua e da abrogare.

Sulla non moltiplicabilità  dei procedimenti, civili e penali, sul medesimo fatto,  ibidem, VI, § 4, pag.  1227 .
Quintiliano affronta , in questo e in successivi capitoli, e anche la questione di filosofia del linguaggio giuridico, sull’eventuale vaghezza o ambiguità dei termini, e sull’apparente conflittualità delle leggi.
[28]   Nicola di Lorenzo, detto più brevemente Cola di Rienzo, era vissuto a Roma nel XIV secolo.  Nato povero, riuscì a studiare molto la cultura latina, tanto da diventare un  pre-umanista.  Entrato in politica, si era messo  in testa di poter fare di Roma  il nuovo centro dell’Europa e dell’allora vigente Sacro Romano Impero di Nazione Germanica.  In questo seguiva le idee di Dante e del Petrarca.  Ottimo oratore,  non certo il chiacchierone  venditore di fumo  di moda oggi,  fu adorato dal popolo, e tentò a suo modo di fare dello Stato Pontificio disgregato del tempo la base per questa scalata.  Assunse titoli della tradizione repubblicana romana, e come spesso capita , il successo gli diede alla testa.  Dopo alcuni successi locali, fu cacciato  da una prima ribellione.  Ritornò a Roma dopo qualche tempo al servizio del cardinale Albornoz  (i papi allora era in Avignone), invecchiato, ingrassato e vizioso.  Se la prima volta riuscì a salvarsi, la seconda ribellione si concluse col suo massacro, il corpo fu preso e impiccato, quindi gettato nel Tevere.   La storia italiana è stracolma di questi penosi esempi, e nondimeno i nostri partitocrati continuano a ritenersi invincibili, perfetti ed eternamente gloriosi.  A questo fine abusano di slogans e di promesse,  ma terminano la loro vita ingloriosamente, se non sempre in modo violento.  Il popolo deve essere educato, reso responsabile, elevato moralmente, spiritualmente, culturalmente:  solo così non tradisce mai, solo così  dà il meglio di sé.  Questo vale per gli Italiani, come anche per una qualunque tribù africana o qualche Staterello delle banane.  E la migliore educazione non si ha e non si dà  con vane chiacchiere, ma con l’onesta coerenza quotidiana, con il lavoro personale, con l’agire nel rispetto verso se stessi e verso gli altri.
[29]  Rutilio Namaziano,  poeta di origine gallica, viaggia nel 414 d. C. attraverso l’Italia, ormai devastata dalla orde barbariche, e ne approfitta per scrivere un poema intitolato “De Reditu Suo” (non pensate al “reddito” per assonanza:  si tratta “Del Proprio Ritorno”).  Ecco che cosa scrive su Roma:
“Ascoltami, regina bellissima del mondo che è tuo,
Roma accolta tra le stelle del cielo !
Ascoltami o madre degli uomini, o madre degli dèi;
in virtù dei tuoi templi non siamo distanti dal cielo.
Un’unica patria hai fatto di tante genti diverse:
Ai popoli incivili giovò essere dominati da te.
E mentre offri ai vinti di partecipare della tua legge,
hai fatto di tutto il mondo un’Urbe sola”.
Citato  da  Augusto Serafini,  “Storia della Letteratura Latina -  dalle origini al VI secolo d. C.”,  ed. SEI (Torino, 1965),  pag. 404 .
[30]   Publio Cornelio Tacito,  “Annali”, Libro XV,  capp.  38 – 39,  ed. it.  Newton Compton (Roma, 2013),  trad. Lidia Storoni Mazzolani e  Gian Domenico Mazzocato,  pag.  571.
[31]   Che i Cristiani del tempo non fossero tutti santoni e devoti al martirio,  è ampiamente dimostrato dal gruppo dei “circumcelliones”, i quali più tardi combatterono violentemente sia con gruppi rivali, sia contro  i politeisti, con sistemi terroristici analogamente ai sicarii ebrei.  Oggi li qualificheremmo come “integralisti”.  Ancora più tardi, si sa bene che i Cristiani ad Alessandria, guidati dal vescovo Cirillo, massacrarono la neoplatonica Ipazia, colpevole solo di non essere cristiana e di studiare gli astri, malgrado la sua vita morale fosse assolutamente irreprensibile e casta, non meno di tanti altri santoni cristiani.
[32]   P.C.  Tacito, op. ed edizione cit.,  Libro XV,  cap. 44, pagg.  577.
[33]   A prova di quanto, successivamente, la documentazione di quest’epoca fosse stata falsificata, ricordo la leggenda di un Seneca “cripto-cristiano”,   del quale venne addirittura creato un fino carteggio con S. Paolo, abbastanza breve in verità, ma in cui si pretendeva di far notare una forte amicizia e, nell’ultimo testo, perfino una conversione anche se non pubblica ed aperta.  Del resto, sarebbe stata impossibile, trattandosi di una religione considerata clandestina.   Il preteso “cristianesimo”  di  Seneca è già confutabile in base alla lettera 41.a  a Lucilio in cui nega che Dio, presente in noi come fuori di noi (una sorta di panteismo o immanentismo etico),  si possa o si debba pregare.  Pur credendo nella provvidenza, Seneca esclude che questa Volontà divina sia modificabile con la preghiera ed i riti.  Lo stesso afferma nella Lettera 95.a, sulle norme generali della filosofia come norme etiche,  in cui critica i costumi del tempo e spiega l’inutilità dei riti e delle preghiere.  La divinità non cerca servitori, ma essa stessa è al servizio del genere umano.   Sappiamo, viceversa,  bene che il Cristianesimo esalta la preghiera e pure una certa ritualità come necessario culto di Dio.  Basta dunque questo a confutare ogni accostamento tra il razionalismo etico di Seneca ed il Cristianesimo ed ogni altra religione rivelata, sacerdotale.  In conclusione,  Seneca, né nelle “Lettere a Lucilio”, né in altra opera certamente sua, accenna mai ai Cristiani in generale, e men che meno a Paolo di Tarso in particolare.  Per cui il preteso carteggio,  ripubblicato dall’editrice Rusconi,  è considerato del tutto spurio.
[34]   P.C. Tacito, Libro XV, capp.  48  -  74, e nello specifico 56;  ed. cit., pagg.  579 - 603.   I lettori ricorderanno che tutti questi episodi vengono narrati nel “Quo Vadis” di Sienkiewicz.
[35]   Cfr.  Libro  V,  delle ”Storie”, ed.  cit.,  pagg. 1007  -  1021.  La citazione di Sulpicio Severo si trova a pag.  1035.
[36]    Gaio Svetonio Tranquillo,  “Vite  dei Dodici Cesari”,  “Divo Claudio”, XXV, 4,  ed. it.  Rusconi (Milano, 1994),  a cura di Gianfranco Gaggero,  pag. 491.  Svetonio ridicolizza l’imperatore anche nella funzione di giudice o di presidente del Collegio giudicante:  “XV.  1  Nei processi e nei giudizi fu di umore estremamente variabile, ora circospetto e perspicace, ora  impulsivo e precipitoso, talvolta frivolo e quasi folle.  Compiendo la revisione delle decurie dei giudici, ne cancellò uno come troppo ansioso di giudicare…; un altro, che era stato citato dagli avversari per una lite personale e dichiarava che tale processo non era di competenza dell’imperatore, ma dei tribunali ordinari, fu da lui obbligato a discutere immediatamente quella causa in sua presenza, per mostrare, in una questione che lo riguardava,  quanto sarebbe stato onesto nel giudicare le cause altrui…” (ibidem,  pag. 474).    Svetonio cita altri svariati  esempi a scopo di denigrare l’imperatore, che pure fu il migliore della dinastia giulio-claudia, dopo Ottaviano Augusto.   Questi episodi sono assai interessanti per confutare chi, tra gli storici del Diritto Romano,  si immagina, sulla base del Diritto giustinianeo,  una perfezione ed una regolarità  del tutto insussistenti.
[38]  Ibidem,  pag. 531.
[39]   I due testi sono riportati da John Gordon Davies in “La Chiesa delle origini”, ed. Il Saggiatore (Milano,  1996).  Le lettere del carteggio Plinio-Traiano dovevano essere 50,  nondimeno oggi nessuno riporta largamente  lo scambio di informazioni fra i due.  Plinio il Giovane è nipote (figlio di fratello) di Plinio il Vecchio, e ne descrive la morte eroica nell’eruzione di Pompei del 79 d. C, a cui lo zio volle assistere direttamente  per comprendere la natura dell’eruzione da un punto di vista empirico-scientifico (ovviamente in relazione alle possibilità del tempo).
[40]   Celso,  “Contro i Cristiani”,  ed.  it. BUR (Milano, 1989),  trad. di Salvatore Rizzo,  pagg. 163 – 210 .
[41]   Ibidem,  pagg.  219    -  287 .
[42]   A controprova, ricordiamo che, pur rimproverando Catilina di non credere agli dèi, e di esserne addirittura “nemico”, né Cicerone né  Sallustio lo accusano di aver minato con ciò stesso la Repubblica,  bensì  con la preparazione della sua rivolta armata.  L’accusa di “ateismo”  a Catilina era soltanto secondaria e con funzione puramente denigratoria.
[43]   Ai tempi di Paolo e dei vari Apostoli, ci si muoveva a piedi, con qualche asino, oppure via mare con qualche imbarcazione a remi e a vela.  Difficile è immaginarsi che avesse compiuto realmente tutti i viaggi descritti nelle opere a lui attribuite, se si considera la vastità dell’Impero, del Mediterraneo e degli ostacoli naturali ed umani che un viaggiatore dell’epoca poteva trovare.  Va detto che anche molti di quei viaggi  sono inventati o raddoppiati, ed anche molti episodi costruiti a posteriori.  Nessuno, penso, si è divertito a calcolare, sia pure per approssimazione, i chilometri percorsi  da questi primi apostoli, e divisi  per gli anni.  Credo che se ne dedurrebbe una velocità di percorso e un tempo di permanenza veramente fantasiosi.
[44]  I nomi che Paolo ricorda nel salutarli, nella lettera ai “Romani”,  sono quasi tutti di modello greco o ebraico, qualcuno latinizzato.  Poiché l’originale era in greco, è impossibile immaginarci che cittadini romani di modesta condizione sociale e culturale  conoscessero il greco, e nulla sappiamo se Paolo effettivamente conoscesse il latino.
[45]  Il primo apologista, che scrive in latino,  è  Tertulliano che vedremo più avanti in modo specifico, ma siamo ormai alla fine del II secolo. Seguiranno Minucio Felice, Cipriano, Arnobio,  Lattanzio e Firmico Materno.  Nel frattempo, ad oriente, si continua a scrivere in greco questi testi teologici o polemici (cfr. soprattutto Origene).   Più tardi la lotta si scatenò, più che contro religioni politeiste o filosofie classiche,  contro le eresie, soprattutto l’ariana, ma qui il discorso  riguarda un ben diverso  tema che segna il passaggio dall’intolleranza imperiale “pagana”  all’intolleranza imperiale cristiana.   E tra le due,  giuridicamente e giudiziariamente, non corre grande differenza.
[46]    Giustino, “Apologie”,  ed. it. Rusconi (Milano,  1995),  trad.  e commento di Giuseppe Girgenti,  I  Apologia,  §§ 1 e 2,  pagg.  37  - 39 .
[47]   Ibidem,  §§  3 e 4,  pagg. 39 – 41 .
[48]   Ogni dottrina che si denomini con l’”a” privativo esclude qualcosa, ma è pura negazione.  Nel caso qui in esame, con rilevante intelligenza, Giustino osserva che il Cristiano è, o appare, “ateo”  di fronte al politeismo che ammette  più dèi.  Ma non lo è di fronte alla propria concezione di Dio, come Essere perfetto, Creatore, Giusto, Unico, ecc.  Chi si vanta “ateo” dovrebbe dire in che senso:  egli  nega Dio, o meglio nega una o tutte le idee di Dio comunemente intese, ma, se la definizione  di Anselmo d’Aosta, è valida (Dio è il Maggiore Pensabile), noi, negando una qualunque idea di Dio come Entità Pensante, Volente ed Agente, finiamo, non per negarne l’esistenza  (le nostre negazioni, rispetto ad una realtà assoluta, conterebbero  assai poco), ma  per far coincidere con Dio, in quanto Maggiore Pensabile, qualunque altro ente, ad esempio l’uomo stesso, o la materia, o la natura, perché, tolti i primi della fila, rimangono pure gli altri.  Ben possiamo negare enti spirituali a parole, ma non possiamo negare quelli che restano per primi, dopo aver eliminato i precedenti, ovvero pure entità materiali organiche o inorganiche.  In pratica, l’ateismo è in sé illusorio, ma nega ogni speranza di soluzione prossima o lontano dei problemi  della Realtà.  La vera “scommessa” non  è quella di Pascal (mettersi a pregare Dio in ginocchio, per convertirsi),  è quella della consapevolezza di non poter risolvere alcun reale problema dell’uomo senza presupporre l’esistenza di un Essere superiore  che ne affianchi o diriga l’azione.  Il Bene non è raggiungibile se non esiste, né per l’umanità, né per chiunque altro.  E, una volta negato il Bene come esistente ed operante, si renderebbe impossibile eliminare, sia pure in secoli o millenni,  quello che chiamiamo Male, e che non potrebbe neppure essere chiamato tale, in quanto sarebbe l’unica realtà esistente.
[49]  Che Dio sia Innominabile, in quanto nessun nome umano può essergli adatto, era già detto da Celso, e può trovare un riferimento anche nella Bibbia, quando si dice che, più che Innominabile, il nome YHWH  sia Impronunciabile.   Questa convinzione viene qualificata “teologia negativa”, ossia di Dio si può dire ciò che non è, non Ciò Che E’, essendo talmente al di sopra della sua creazione, anche rispetto alla creatura più alta, l’Uomo,  che sarebbe un ridimensionarlo a livelli antropomorfici dargli un qualunque nome. Presa così, la teologia negativa renderebbe impossibile capire, anche in minima misura, chi sia Dio, e si cadrebbe in un larvato ateismo.  L’unica ammissibile “teologia negativa” è negargli tutto ciò che può essere considerato fatto materiale, spaziale, psicologico umano, antropomorfico, sottolineando che queste “negazioni” sono puramente verbali (dati i limiti del nostro linguaggio etimologicamente legato a fatti o fenomeni materiali;  es.  Spirito  =  Soffio, come pure Anima in greco), ma concettualmente delle affermazioni, ossia affermano una Sostanza Assoluta, completamente diversa dal mondo materiale.
[50]  Giustino, op. cit.,  pagg. 39  -  57.
[51]   Ibidem,  pag. 67.
[52]  Ibidem,  pag. 69.
[53]  Ibidem,  pagg.  85 – 87 .
[54]  Ibidem,  pag.  87.
[55]  Ibidem,  pag.  95.
[56]   Giustino,  “Seconda Apologia”,  ed.  cit., pagg. 179 – 181 .
[57]  Ibidem,  pagg.  181 – 183 .
[58]  ibidem,  pagg. 185 – 187 .
[59]   Gli “Acta Diurna” “fatti del giorno”, che presumibilmente venivano letti in pubblico da qualche araldo o banditore,  ma che sicuramente non avevano certo l’efficacia dei nostri giornali  e dei nostri mezzi di comunicazione.
[60]  Lucio Apuleio,  “Sulla magia”,  cap.  I,  ed. it.  Mondadori (Milano, 1994), trad. e note di Costanza  Viareggi,  pag.  5.  Sul divieto e sulle persecuzioni e processi a maghi in età imperiale parla anche Tacito  negli “Annali”,  Libro II,  cap. 32,  ed cit.  pag. 115.  Vi si dice che il Senato durante il governo di Tiberio decretò che il “mago” Pituanio venisse scagliato giù dalla celebre Rupe Tarpea:  questo perché aveva previsto che un tal Libone doveva diventare imperatore; costui, incoraggiato dalle sue previsioni,  aveva tentato di organizzare un colpo di mano contro Tiberio, ma si era ucciso quando tale piano venne scoperto.  Altri maghi ed astrologi furono cacciati dal’Italia.  E’  interessante notare che al cap. 30, pag.  113,  Tacito dice che gli schiavi non potevano essere torturati per atto inquisitorio sul loro padrone, quando era in gioco la pena capitale:  anche questo sintomo di come già allora si capisse che la tortura è un pessimo modo di conoscere la verità dei fatti !
[61]   Ibidem, capp.  II  e  III,  pagg. 5 e 7 .
[62]  Il tema dell’omosessualità nel mondo classico meriterebbe studi adeguati:  sicuramente il fenomeno, inteso come relazione sessuale e di piacere fisico tra persone dello stesso sesso, specie fra i maschi,  non doveva essere affatto raro, ma quasi mai apprezzato come meritevole di elogio.  Qui Apuleio sembra voler chiarire che, nelle poesie  o in  certi scritti, un’amicizia molto stretta, ma puramente di natura psicologica ed affettiva, non  si traduceva necessariamente in relazioni fisiche,  limitandosi negli scritti a quelle descrizioni che, noi ora,  tendiamo ad interpretare come dati di fatto.  Se l’omosessualità fosse stata apprezzata in termini “moderni”, sarebbe stato poi assurdo che venisse deprecata in opere di natura politica o morale.  Lo stesso Apuleio qui è molto ambiguo:  se oggi scrivessimo ad un amico nei termini che egli cita per se stesso,  saremmo immediatamente descritti come omosessuali a tutti gli effetti:  viceversa Apuleio sembra voler sfuggire un’accusa del genere e la dichiara semplicemente uno “scherzo”.

Pur restando un  certo grado d’ambiguità, seguendo la teoria dell’amore, che Platone esprime nel dialogo Simposio Convito, Apuleio cerca di chiarire il problema distinguendo tra due tipi fondamentali d’amore.  Anche noi  d’uso diciamo, troppo spesso, “far l’amore”  come eufemistico sinonimo di coito o rapporto sessuale  (mentre gli Americani d’oggi, maestri di brutali volgarità tecnolatriche, dicono “fare sesso”,  ignorando che il sesso è solo una condizione fisiologica in cui ci si trova, non un’azione !),  o comunque di una serie di atti tendenti al puro piacere psico-fisico o, se si preferisce, fisio-neurologico;  ma intendiamo anche l’amore  di tipo puramente affettivo-sentimentale, non sempre connesso al primo, come nell’amicizia, come nel rapporto genitori-figli, fraterno ecc., senza che ciò comporti (psicoanalisi freudiana a parte)  un qualche significato erotico o fisico.   In antico, a partire almeno da Platone, che la esplicitò  in quel dialogo,  si faceva altrettanto.  E’ pure rimasto, nel linguaggio letterario, l’uso dei termini “amor sacro” e “amor profano”.  Ora in questa sostanziale ambiguità,  gli antichi Greci, ma anche i Romani quando si adeguarono a tale cultura,  vedevano nel rapporto “amichevole”  tra persone dello stesso sesso (ma più specialmente tra i maschi), una serie di atti  non ben chiariti nel loro limite, quando erano espressi in semplici parole apparentemente spinte,  o quando diventavano veri e propri atti sessuali o erotici.  In tale senso è per noi spesso difficile capire se si trattasse di una retorica sessuofila, oppure se si trattava di descrizione desiderata o reale di rapporti fisici.   In nessun modo tuttavia,  è l’unica cosa chiara, ne facevano motivo di elogio o, peggio di “orgoglio”:
“XII.  Non parlerò qui del sublime e divino pensiero platonico che assai raramente ignora chi è sensibile alla religione:  esistono due Veneri, ciascuna signora di un precipuo genere di amore e di amanti distinti.  La prima è la Venere popolare:  stimolata dall’amore volgare, essa sprona alla lussuria non soltanto l’animo degli esseri umani ma anche quello degli animali…  L’altra, la Venere celeste, preposta all’amore più nobile, si occupa soltanto degli uomini, e di pochi anche fra loro, senza sconvolgere i suoi seguaci… incitandoli alla libidine;  l’amore ispirato da lei, non sensuale e lascivo ma al contrario semplice e severo, indirizza gli amanti verso la virtù attraverso la bellezza morale, e se talvolta induce a lodare un corpo armonioso, mette anche in guardia dal recargli offesa. La bellezza fisica va apprezzata in quanto richiama all’anima, che è divina, quella bellezza autentica e incorrotta che ha già ammirato fra gli dèi…” :  (il neretto è mio) ibidem, cap XII,  pag. 21.  Cita pure un verso di Afranio “il saggio amerà, tutti gli altri brameranno”.  In sostanza, Apuleio sostiene che al poeta è lecito descrivere,  in forme allegoriche che richiamano l’amore fisico, il rapporto sessuale, quella che nella realtà  è una relazione sentimentale, spirituale.  Sallustio, di Catilina,  riportava una definizione dell’amicizia, anche in termini politici, come un medesimo sentire e volere tra  due o più persone, possedere identici ideali di vita.  Se vogliamo, quando nel cattolicesimo si definiscono  le monache come “spose di Cristo o in Cristo”, così nella  Chiesa vista come la “sposa di Cristo”, c’è un richiamo all’amore platonico;  così  l’agape è la riunione tra più persone che si amano spiritualmente (e spesso fraintesa tra i pagani, come se si trattasse di orge:  è tendenza dell’uomo proiettare sugli altri, ciò  che fa o pensa lui, soprattutto nelle azioni disoneste).  In conclusione:  il rapporto omosessuale descritto in termini licenziosi ha, nel poeta, un significato simbolico o allegorico del rapporto spirituale.  Così la descrizione di un bel viso, di un bel corpo sono rappresentazioni simboliche di un’anima bella:  questo è quanto Apuleio sostiene sulla linea platonica,  il che non toglie che questi rapporti omosessuali fossero stati  molto frequenti nel mondo antico,  frequenti, ma mai elogiati, e talvolta condannati.
[63]    Ibidem,  capp.  XV  -   XVIII,  pagg.  27  -  37 .
[64]   Ibidem,  capp.  XXV  -  XXVI,  pagg.  47  -  49 .
[65]   Ibidem,  capp.  XXVII  -  LI,  pagg.  51  -  95 .
[66]  Malgrado oggi si parli tanto di allungamento della vita media,  quella dell’Impero Romano calava solo in relazione ai morti in guerra  o ai problemi di parto per le donne, e non per ragioni genetiche, così come in ogni altra situazione.  Forse solo nelle grandi città, quando scoppiavano le epidemie, avvenivano vere e proprie stragi.  Praticamente impossibile  calcolare  la durata media della vita tra i Romani dell’Impero o della Tarda Repubblica Romana,  astraendo da guerre  e questioni igieniche, perché persi completamente  i registri anagrafici che pure esistevano.  Anche un’approssimazione del calcolo delle morti attraverso le tombe  è di estrema difficoltà, in quanto molte furono distrutte  da incendi e non sempre avveniva l’inumazione, ma piuttosto la cremazione.  Tutto sommato, la vita nell’Impero doveva essere abbastanza sana.  Oggi si spaccia per cosa seria la cosiddetta “aspettativa di vita” al solo volgare scopo di derubare i fondi  previdenziali versati in decenni dai lavoratori. “Aspettativa”  non vuol dire nulla:  anch’io mi “aspetto” di vivere almeno 3000 anni in ottima salute e senza invecchiare (secondo il mito che i saggi Greci rappresentarono in Titone, fratello di Priamo  e amato da Eos, l’Aurora), ma questa mia “aspettativa”  sarà probabilmente delusa.
[67]   Appare strano che un popolo, ormai abituato a tutto, si scandalizzi perfino per i rapporti sessuali fra persone anziane.  Questo non avveniva  per una pretesa “bassa” aspettativa di vita:  come si è detto, la vita media  doveva essere ben inferiore alla media attuale, ma non per ragioni genetiche o fisiche, bensì per guerre, violenze, epidemie allora spesso ignote. Un antico Romano, se potesse rivivere oggi, durerebbe  quanto noi, né più né meno.  Quella fissazione dell’età dipendeva da ragioni estetiche:  se non erro, fu il poeta Catullo a definire il rapporto sessuale tra coniugi anziani cosa “turpe”, ma non per ragioni morali, non perché lo ritenesse indegno, bensì solo ed esclusivamente per ragioni estetiche:  solo due corpi belli, giovani e forti potevano congiungersi nell’atto sessuale.  Altri popoli, sopra si è detto degli Ebrei, di tale fatto estetico non si curavano, ma piuttosto che la relazione non fosse illecita (ricordiamo nel Libro di Daniele la storia di Susanna e  dei tre vecchioni libidinosi e vendicativi.  Susanna, tra l’altro, non li rifiuta in quanto vecchi, ma in quanto si trattava  di un adulterio e di fornicazione.   A Salomone viene offerta una giovinetta per risvegliare i suoi sensi ormai indeboliti, e ciò non sembrava suscitare scandalo).
[68]   Un procedimento analogo usò contro di me  un certo preside allora comunista (oggi aderirebbe  al PD, ovviamente)  di Trieste (non lo nomino per carità cristiana, visto che poi fu punito da Autorità ben più alte dei magistrati italiani), per boicottare la mia domanda  di riammissione in ruolo nel 1993: nella relazione di prammatica,  citò  solo frasi parziali di un ispettore ministeriale,  venuto, su sua richiesta,  ad assistere alle mie lezioni (ero accusato per troppa bontà nel dare i voti !!).  Debitamente querelato (per la seconda volta), la pratica venne archiviata perché, a parere del magistrato inquirente di Treviso, dr. Cicero,  un preside ha la facoltà discrezionale   di diffamare  i suoi ex-docenti, anche falsificando atti,  presso l’Amministrazione scolastica.
[69]   Apuleio,  op.  cit.,  capp.  LII  -  CIII,  pagg.  95  -  183 .
[70]   Tertulliano,  “Apologetico”, ed.  it. Mondadori (Milano, 2000), a cura di A. Resta Barrile,  Cap. I,  §§  1 – 13,  pagg.  3 – 7 .
[71]   Ricordiamo  che Nicodemo, personaggio di un certo rilievo nei Vangeli apocrifi, in quelli canonici  è colui che va a trovare Gesù di notte per parlargli, senza correre troppi rischi di persecuzione da parte degli Ebrei.  Sappiamo che tali forme di adesione moderata e un tantino ipocrita al Cristianesimo dovevano essere frequenti, quelle che da un lato portarono al compromesso politico-religioso con la tradizione romana politeista;  dall’altro, malgrado fossero invisi ai Cristiani più  convinti o a quelli fanatici, tuttavia consentirono al Cristianesimo di superare  le varie fasi di grande persecuzione con sterminio continuo in tutto l’Impero.   Tertulliano stesso, malgrado il suo integralismo e malgrado le sue denunce, dovette vivere in un periodo di relativa tolleranza, visto che sopravvisse  a varie vicissitudini.  Lo stesso non  potè dirsi per Giustino e molti altri, che vennero condannati a morte.
[72]  Tertulliano,  op. cit., Cap. II,  §§  1 -  20,  pagg.  7  - 15 .
[73]   Ibidem,  capp.  III  - IV,  pagg. 15  -  23 .
[74]   Ibidem, Cap.  V,  § 2, pag. 23.   Come giurista,  Tertulliano è certamente valido,  ma come storico  è alquanto ignorantuccio.  In Tacito, leggiamo un interessante riferimento su Tiberio assolutamente contrario a questa dichiarata sua simpatia  per il Cristianesimo,  o per religioni di provenienza orientale in quanto nel 19 d.C.  vennero espulsi culti egizi (probabilmente quello di Iside,  particolarmente seguito a Roma, anche secoli dopo)  e giudei.  Migliaia ne furono mandati in Sardegna, altri espulsi dall’Italia:  cfr.  “Annali”, Libro II,  Cap.  85 -  ed. cit.,  pagg. 159 – 161.
[75]   Ibidem,  Cap. VII, §§  1 – 2,  pag. 29 .
[76]   Ibidem,  Capp.  VII -  IX,  pagg.  31  -  43 .
[77]   Ibidem,  Capp.  X  -  XVI,  pagg.  45  -  67 .
[78]   Ibidem,  Capp.  XVII  -  XXV,  pagg.  69  -  109 .
[79]   Ibidem,  Capp. XXX  -  XXXVIII,  pagg.  117  -  135 .
[80]    Ibidem,  Cap. XLII,  §  9, pag.  151.  Cfr.  Tacito,  “Annali”,  Libro I,  76  e 78, relativamente più che alle evasioni, alle esenzioni fiscali, ed. cit.  pagg.  85 – 87.  Di fatto, è proprio l’eccessiva complicazione di un sistema fiscale  che favorisce l’evasione, e soprattutto l’elusione fiscale.  Il problema dominante nell’economia italiana d’oggi ha dunque una durata almeno bimillenaria.
[81]  Tertulliano, op. cit.,  Capp. XLIII  -  L,  pagg. 153  -  179 .
[82]   La posizione hegeliana, se intesa  in senso ristretto, ricorderebbe il principio paolino “omnis  potestas a Deo”:  se un regime politico esiste, anche il peggiore, esso esiste perché Dio, ai Suoi fini, lo permette, finché non decide di eliminarlo.
[83]   Mi raccontava mio padre, Giovanni Tummolo,  che, durante i bombardamenti aerei alleati a Trieste o altrove, vi erano persone che si gettavano in ginocchio chiedendo “Dio, perché permetti tutto questo ?”,  ma si guardarono bene dal fare la stessa domanda quando furono i nostri aerei o quelli dell’ASSE,  a  gettare bombe di qua o di là. Il male è sempre compiuto   dagli altri su di noi,  non quello che noi compiamo sugli altri.  Generosità della nostra povera specie, a mezza strada, come diceva Pico della Mirandola, tra il tendere all’angelo e lo scendere alla pietra.


1 commento:

Vito Vignera da Catania ha detto...

Carissimo Prof Tummolo questa è una dedica di indubbio valore verso il caro amico,bellissimo gesto il suo,questo a voler dimostrare che tanto ha condiviso con il caro amico scomparso.Spero tanto in un suo ripensamento e un suo gradito ritorno nel blog di Massimo.Un caro saluto e un abbraccio dal suo amico Vito Vignera.